I Natali passati portano molta speranza a quelli futuri. (J.G.)
“Caro Principe Felice, dicci come raggiungere la felicità: dall’al di lá dovresti saperlo, benché tu appaia molto infelice…”
Una vita fa ti scrissi una lettera e ora ci sono un mucchio di ragioni per le quali scriverti di nuovo, caro Principe, ma prima voglio darti modo di ricordarti di me.
In questo medioevo emotivo che vive la gente nell’al di qua, può essere difficile farsi capire, così faccio uno sforzo a fiato sospeso per far fluire iI ricordo di quel mattino in cui ti incontrai. Il tuo sguardo mi sfiorò dal grande schermo, come in una sequenza di Woody Allen. Chissà quanti ne avrai visti di spettatori e quante scolaresche si disposero attente ad ascoltare la tua favola…
Ci sono anche io, nel presente del ricordo, nell’aula magna della mia vecchia scuola addobbata a festa, un albero di Natale che sfiora il soffitto e lo schermo cinematografico calato al centro delle gradinate. Manca poco alle vacanze, attendiamo la proiezione mentre una suora, che chiamiamo mamère perché è una scuola francese, ci illustra le intenzioni del regista e dell’autore dell’opera: Il Principe Felice, s’intitola, ed è un film d’animazione. Di te dice poco o niente.
Quando il film ha inizio, dall’alto del tuo piedistallo volgi lo sguardo a noi, piccoli allievi, che intanto sgranocchiamo patatine e pop corn e ti guardiamo in tralice: più che prestare attenzione al film, pregustiamo l’atmosfera vacanziera.
“Alta sulla città, in cima a un’imponente colonna, si ergeva la statua del Principe Felice. Lui era tutto coperto di sottili foglie d’oro fino, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rosso scintillava sull’elsa della sua spada…”
Al termine della visione del film era consuetudine che ci venisse assegnato un tema, ma non ne avevo voglia, piuttosto ti avrei scritto una lettera.
La storia che ci raccontasti quel giorno, soave e triste, l’avevi scritta per i tuoi figli ma anche per insegnare ad avere cura degli altri, soprattutto dei più poveri e bisognosi.
Anni dopo ebbi a sorprendermi che ad idearla fosse stato lo stesso uomo, tutta apparenza ed eleganza, che aveva animato le cronache mondane della Londra di fine ottocento. Certo, il tuo Principe doveva essere stato molto soddisfatto di vivere nello sfarzo e senza pensieri, ragionai, tanto che, quando morì, la sua statua luccicante divenne simbolo di opulenza e sontuosità. Fu proprio allora che dall’alto di un obelisco il suo spirito poté librarsi oltre le mura del castello…
Cosa vedesti allora, che cosa ti turbò? Non sapevi che ci sono tante miserie a tormentare il mondo?
Una rondine ritardataria si riparò sotto l’elsa della tua spada, mentre due lacrime venivano giù dai tuoi occhi di zaffiro, come goccioloni di pioggia sul basamento della statua. La rondine te ne chiese il motivo e decise di aiutarti, distribuendo in volo ai poveri tutte le pietre preziose e l’oro che decoravano il tuo simulacro.
Dove sei ora, caro Principe Felice?
C’è un ragazzino, a Londra, che aspetta di cambiare la propria vita. Il padre è morto in Somalia e la madre lavora come domestica 10 ore al giorno, lui vorrebbe lasciare la scuola, ma anche uscire da una di quelle bande -i Mali boys- che insanguinano i marciapiedi di Londra..
Potrei raccontarti cose da farti spezzare il cuore, se non ti si fosse già spezzato per la morte della tua amica rondinella.
Divenisti brutto e vecchio, la tua statua disadorna venne rimossa e fusa, ma dato che quel tuo cuore non fondeva, fu gettato tra i rifiuti assieme al corpicino senza vita della rondine.
Avevi scritto una favola per bambini che non voleva essere amara, così la concludesti con la visione dell’angelo che recava a Dio le cose più preziose della terra: il cuore del Principe Felice e la rondine.
Tante sono le rondini che cooperano al bene del mondo. L’ultima storia è stata disegnata sul muro di quella che fu la tua prigione di Reading: un detenuto si cala con un lenzuolo lungo i mattoni, grazie al genio di Banksy l’evasione è cosa fatta e forse salverà l’edificio affinché divenga un centro studi per artisti.
Volò (la rondine) tutto il giorno, e la notte arrivò nella città. «Dove mi sistemerò?» disse. «Spero che la città abbia fatto dei preparativi.» Poi vide la statua sull’alta colonna. «Mi sistemerò qui!» esclamò. «La posizione è bella, con tanta aria fresca.» E atterrò proprio fra i piedi del Principe Felice.
Ho sempre sentito compassione per la rondine. Aveva un carattere giulivo e generoso, non ci pensò più di un minuto ad aiutarti. Fino alla fine si illuse che un giorno avrebbe potuto volare a sud. Invece c’era sempre qualcuno che aveva bisogno e rimandò così tanto la sua migrazione da morire di fame e freddo.
Chi ti amò, Principe, dovette soffrire molto e oggi mi sento un po’ rondine a mettere mano alla mia penna per ricordarti.
Anche se ai nostri giorni molte cose sono cambiate, altre sono rimaste immutate. Il successo, quando lo si incontra, diviene un’arma a doppio taglio ed essere sempre coerenti con sé stessi, lottando contro le norme di una società ingiusta, può renderci invisi a molti e farci infelici in tutte le stagioni, non solo in una favola d’inverno.
E se è salutare prendere le distanze dalla noia di un mondo che ripete sempre gli stessi schemi di condanna/rivalsa, è pur vero che ognuno giudica in base alla propria esperienza. La natura umana è tutta lì, riflessa nei dialoghi che annotasti tra i passanti:
«Perché non puoi essere come il Principe Felice?» chiese una saggia madre al figlioletto che piangeva domandando la luna; «Il Principe Felice non si sogna mai di piangere, per nessun motivo.»; «Mi fa piacere che ci sia qualcuno veramente felice al mondo» borbottò un uomo deluso guardando la statua meravigliosa; «Sembra proprio un angelo» dissero gli Orfanelli uscendo dalla cattedrale con le loro vivaci mantelline rosse e i lindi grembiulini bianchi. «Che ne sapete voi?» disse il Maestro di Matematica. «Non l’avete mai visto, un angelo.» «Ah! Ma sì, invece, in sogno» risposero i bambini; e il Maestro di Matematica si accigliò e assunse un’espressione molto severa, perché non approvava che i bambini sognassero”.
Prima della reclusione nel penitenziario di Reading, eri Oscar Wilde, il mirabile commediografo irlandese, scrittore apodittico e poco incline ai compromessi, inaugurasti una moda che finì per incrinare la struttura omogenea delle ovvietà. Esponente del decadentismo, dandy compassato dalla lingua tagliente e dal pensiero fulmineo, ti eri fatto apprezzare nei salotti della Londra del tuo tempo.
Molti conoscono di te questo rivolto mondano, nient’altro, assieme ai tuoi motti arguti.
Ma io credo che non fu solo manierismo estetico e anelito di celebrità, il tuo. Fosti certo che per essere felici occorresse affermare la propria individualità, essere sé stessi, questo volevi dire: per farlo era indispensabile liberarsi delle ipocrisie per offrirci ai nostri simili senza timore di apparire tali quali siamo. Due secoli fa denunciasti la menzogna su cui si basava la società. Parlasti ad alta voce, a gente ideale, capace d’intendere e di distinguere in mezzo a pregiudizi e codardia. Ma molta di quella gente che avrebbe dovuto capire non capì.
Un fatto in particolare sconvolse l’opinione pubblica. Fu che tu, sposato e con due figlioli amatissimi, non condannassi la pederastia nell’antica Grecia e che, anzi, la ritenessi una forma di libertà.
Lo ribadisti durante il tuo processo penale, al pubblico ministero che ti chiese di spiegare una poesia del tuo amante e, più tardi, ne scrivesti in una lettera dalla prigione:
“L’Amore, che non osa dire il proprio nome’ in questo secolo, è un grande affetto di un uomo più anziano per un altro più giovane, quale vi fu fra Davide e Gionata, quale Platone mise alla stessa base della sua filosofia, e quale si trova nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare – quell’affetto profondo, spirituale, che non è meno puro di quanto sia perfetto, e che detta grandi opere d’arte come quelle di Shakespeare e Michelangelo, e queste mie due lettere, così come sono, e che in questo secolo viene frainteso – talmente frainteso che per esso mi trovo dove sono adesso. E’ bello, è elevato, è la più nobile forma di affetto. E’ intellettuale, e si dà ripetutamente fra un uomo più anziano e uno più giovane quando l’uomo più anziano possiede intelletto e quello più giovane ha tutta la gioia, la speranza e il fascino della vita. Che così sia, il mondo non lo capisce. Se ne fa beffe, e a volte mette qualcuno alla vergogna per questo”.
Quello per Bosie fu un grande amore, lo incontrasti quando aveva 21 anni e tu eri molto più anziano. Ancora oggi la differenza tra omosessualità e pedofilia alcuni non la intendono, figuriamoci quella più sottile tra pederastia e pedofilia. Ingiurie infamanti e castigo ti furono inflitti per la tua fiera consapevolezza di omosessualità, che allora era considerato un crimine contro natura. Anziché averne rispetto, come di una libera espressione privata dell’individuo, veniva confusa con inclinazioni aberranti. Eppure nessuno si stupì di altri legami che unirono fanciulle di appena 18, 19 anni (e quindi minorenni a quel tempo) con uomini di 20 o 30 anni più grandi. Così fu, per esempio, l’amore che unì la scrittrice Hannah Arendt, di appena 19 anni, al filosofo Martin Heidegger.
Per conto mio impiegai tantissimi anni ad associare il personaggio che volesti apparire, esteta, amante dell’arte, sprezzante e superbo, col principe felice della mia fanciullezza, protagonista della favola che amo di più.
“La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna”.
Poco per volta mi ero fatta l’idea che manierismi e ostentazione fossero parte della provocazione che il Principe doveva aver adottato prima di divenire personaggio da favola, e poi reietto, perché aveva osato svestirsi delle sue ricchezze.
Il tuo, di svestimento, apparve proterva ribellione, sfociata nella denuncia. A combattere idee vetuste e stereotipi della propria epoca si rischia di perder molto e tu scegliesti di dar battaglia in campo aperto…
Fu un atto di amore, ora lo so.
Non ti chiedesti cosa sarebbe successo dopo, come il principe non si curò di rimanere spoglio dell’oro e delle pietre preziose che lo adornavano.
Nel 2017 sei stato riabilitato dalle accuse di oltraggio alla morale, per le quali eri stato condannato a scontare due anni di lavori forzati. Un anno dopo ti è stato dedicato un film con la regia dell’attore Rupert Everett, guidato dalla passione che gli hai ispirato, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, ha impiegato quasi dieci anni per realizzare l’opera che ti ritrae, interpretando il tuo personaggio con una cura straordinaria. Anche lui, avvinto dalla favola sin da bambino, ti ha immaginato come quel Principe attraverso il quale prevedesti la tua umiliazione. Unico tra tanti, Everett ti ha ritratto quando fosti allo stremo delle forze e vinto.
In prigione avevi assistito all’esecuzione di un uomo che aveva tagliato la gola alla moglie per gelosia e annotasti quella frase che oggi suona ambigua e che afferma che si uccide ciò che si ama (ne La ballata del carcere di Reading). La nostra sensibilità distingue tra un amore siffatto e l’amore responsabile e accudente, ma tu ne traesti un altro monito:
“Gli uni uccidono con lo sguardo di odio, gli altri quando sono già vecchi; certuni lo strangolano con le mani del Desiderio, certi altri con le mani dell’Oro… Si ama eccessivamente o troppo poco, l’amore si vende o si compra, si compie il delitto con infinite lacrime…”.
Caro Principe Felice, sono passati tanti anni dalla mia prima lettera, in cui ignoravo quanto duro fosse stato il tuo inverno. Perduti tutti i tuoi beni per difendere la libertà, non ti eri potuto recare al capezzale di tua madre, che morì durante la tua detenzione; abbandonato dalla famiglia, abbrutito dalle galere inglesi, volesti reindossare i panni mondani e fuggire dalla tua città, nonostante fossi già un fantasma. Per due anni ritornasti ai tuoi amori, nel delirio inebriato raggiungesti Napoli. Fin quando, divenuto poverissimo, fosti cacciato anche di lì, vilipeso su Il mattino da una nota scrittrice.
Non è facile rivolgermi a te, perché la tua parabola umana è aspra e dolorosa, ma è indubbio che l’esperienza del carcere abbia reso più intensa la tua arte: di fronte ad essa, il talento che avevi dimostrato fino ad allora impallidiva. Lo dimostra il De profundis, rivolto al giovane amante che aveva acceso la tua passione.
Ma da ragazzina un cruccio mi tormentava: come avevi potuto non accorgerti della sofferenza della gente? Avevi davvero bisogno di guardare tutto dall’alto di un piedistallo, prossimo alla forca?
La risposta l’avrei trovata in un romanzo di Hermann Hesse: somigliasti al principe Siddhartha che, ignorato il brutto del mondo, in seguito ne fu travolto. È vero: la tua favola non possiede l’anelito all’ascesi, perché è una storia umile, di devozione e di critica della società, una storia fatta per spezzare il cuore (e a te il cuore lo spezzò davvero).
Pure Dickens denunciò la stolida noncuranza della gente ne Un canto di Natale, sebbene lì il ravvedimento fosse stato indispensabile per rientrare nei ranghi.
Mentre quel che brilla in te non è il pentimento del condannato o la mitezza con cui ne scrivi, piuttosto il cedere al desiderio. All’uscita dal carcere accettasti il destino, immemore delle sofferenze, senza cura di quel che sarebbe avvenuto.
Fosti te stesso, torturato e mondato dall’amore per l’amore.
E ora so che ogni miseria di questa nostra razza, triste e sola, arde e si estingue nel fuoco della passione, ma si risveglia nel timore del nulla.
Così abbatterono la statua del Principe Felice. «Dal momento che non è più bello, non è più utile» disse il Professore di Arte dell’Università. Poi fusero la statua in una fornace, e il Sindaco tenne una riunione della Corporazione per decidere a quale uso destinare il metallo. «Dobbiamo farci un’altra statua, naturalmente» disse. «E sarà una statua che rappresenta me.» «No, me» disse ciascuno dei Consiglieri Comunali, e litigarono. Litigavano ancora l’ultima volta che ne ho sentito parlare. «Che cosa strana!» disse il caposquadra degli operai alla fonderia. «Questo cuore di piombo rotto non vuole fondersi nella fornace. Bisogna buttarlo.» Così lo buttarono sopra un mucchio di rifiuti dove si trovava già la Rondine morta. «Portami le due cose più preziose della città» disse Dio a uno dei suoi angeli; e l’angelo gli portò il cuore di piombo e l’uccello morto. «Hai scelto bene» disse Dio «perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà in eterno, e nella mia città d’oro il Principe Felice pronuncerà le mie lodi.»
Ora so, caro Principe Felice, che il tuo cuore spezzato e quel corpo marcescente di rondine generosa sono davvero quanto esista di più prezioso in questo nostro caro, vecchio, disgraziato mondo.
The Happy Prince-l’ultimo ritratto di Oscar Wilde è un film del 2018 incentrato sulla figura di Oscar Wilde, interpretato e sceneggiato da Rupert Everett. Altri interpreti sono Colin Firth ed Emily Watson. Straordinaria l’interpretazione di Colin Morgan nel ruolo di Lord Alfred Douglas, detto Bosie.
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.












