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Primo piano su Barbara Stanwyck, signora del mistero

Un primo piano è una vera sfida, mi sono detta, perché tutto quello che si è detto, si è scritto o si è taciuto, non riguarda la vera Barbara Stanwyck.

La incontreremo nelle tappe di un viaggio a ritroso nei primi decenni della Hollywood del secolo scorso, dove le stelle cinematografiche volteggiavano in spazi intensi di blu, dimentiche della terrena gravità, eleganti creature alate rivestite di rosa sfumati, di materiche concrezioni d’oro e d’ argento, voluttà adamantine che il bianco e nero della celluloide lasciava solo intuire…

Tra la rimembranza e l’oblio, che non è più cielo e non è ancora terra, si affaccia l’astro della Stanwyck, che si riscattò dal destino che le era toccato, contrapponendovi una vita perfetta.

Ma dietro le quinte lo ammise: nella sua vicenda non c’era stata nessuna fata madrina, nessun principe azzurro, o forse tanti, amati in modo diverso da questa Cenerentola che scrisse da sola la sua favola.

Ma perché tutto sembrasse più reale del reale, grappoli di nuvole dovevano alternarsi in un eterno gioco: il talento che esibì, l’indiscussa padronanza della scena, il contegno algido e la sicurezza di sé, assieme alle tante amicizie femminili, innescarono chiacchiere circa la presunta bisessualità, per poi fare di lei un’icona gay.

Ma che ne pensò Barbara Stanwyck di tutto ciò?
Difficile a dirsi, dato che scavare nel passato non è sempre una garanzia.

I racconti intessuti a bella posta per confondere e rendere patinata l’immagine delle attrici, cadevano uno ad uno come quinte di cartapesta, man mano che leggevo le sue biografie…

Neanche Frank Capra, che la diresse in tanti film, la conobbe bene, anche se ammise di essersene innamorato perdutamente. Accade a molti registi di rimanere affascinati dalle loro star, ma nel suo caso affermò di essere giunto a chiedersi se avrebbe lasciato la moglie per lei.

Eppure il primo incontro con Barbara non fu tutto rose e fiori. A quel tempo Frank era alle prese con Femmine di lusso (Ladies of leisure), un adattamento cinematografico di una commedia di Broadway, per il quale erano stati interpellati un manipolo di scrittori. Dalla grande mela era giunto un allora sconosciuto Joe Sterling: “A Capra non interessa il vostro parere sul testo”, li aveva aggrediti con asprezza Harry Cohn, boss indiscusso della major.

Parole che erano risuonate insopportabili al suscettibile Joe, che non se lo era fatto ripetere due volte: “piuttosto sarebbe tornato a New York a gambe levate”, aveva tuonato a sua volta, “perché Hollywood proprio non gli piaceva e potevano cercare altrove le loro ispirazioni”.

Si era espresso con tale fervore e disistima per il testo (che definì vacuo, irreale, privo di credibilità e noioso) da meritarsi subito la simpatia di Capra, che amava la gente che aveva fegato, tanto che gli lanciò una sfida: avrebbe avuto il lavoro se fosse riuscito a realizzarlo in 3 giorni.

Anche di lui, Capra si sarebbe detto innamorato, nel senso di aver trovato lo sceneggiatore ideale. Altrettanto ideale fu il cast: Ralph Graves, Marie Prevost, Lowel Sherman e George Fawcett, tutte glorie che da sole promettevano di sbancare il botteghino, mancava solo la protagonista. Il regista aveva in mente un’attrice di sua conoscenza, ma Cohn suggerì di scritturare una ex ballerina diventata nota sul palcoscenico per un lavoro dal titolo Burlesque.

Costei si presentò al colloquio un po’ trafelata, nient’affatto in ghingheri e di malavoglia rispose alle domande. Qui il racconto che Capra ne fece, secondo me, ci nasconde qualcosa, dato che ad un tratto la ragazza saltò su come una furia, gridando: “Al diavolo, non le importa nulla di quello che le dico”.

Capra, in parte esterrefatto, dall’altra fu sollevato per aver trovato così facile congedarla. Poche ore dopo squillò il telefono, era il marito di Barbara: “Come ti sei permesso di maltrattare mia moglie, sta piangendo da quando è tornata”, l’altro rispose a male parole che quella era già arrabbiata di suo e che lui non aveva fatto niente, ma poi si accordarono che avrebbe visionato il provino che aveva sostenuto per un altro film.

Risoluto a non scritturarla, Capra si apprestò alla sala di proiezione di malavoglia, ma quando si spensero le luci e lei apparve sullo schermo, il mondo si mise sottosopra: l’interpretazione lo commosse fino alle lacrime, nessuna attrice lo aveva mai emozionato tanto.

Sotto quella timidezza un po’ tetra covava il fuoco di una Duse o di una Bernhardt”, avrebbe scritto in seguito.

Sarà andata proprio così?

La Stanwyck divenne nota anche per un’altra caratteristica che Capra avrebbe presto scoperto: l’attrice dava il meglio di sé la prima volta che si girava una scena, ripetere non giovava alla sua interpretazione. I colleghi se ne risentirono, ma non ci fu verso: la giovane attrice non provava, pena una performance peggiore.

Volete sapere come andò il film? Uscì a marzo del 1930 sotto i migliori auspici.
Era nata una stella.

Per essere rimasta orfana a 4 anni, a 13 nel mondo del lavoro, per poi divenire ballerina di fila a 17 negli spettacoli di Florence Ziegfield, la Stanwyck ne aveva fatta di strada fino a Broadway.

Di Kitty, sua madre, Barbara ricordava poco. Era morta incinta del sesto figlio, all’età di quarant’anni e Maud, la sorella più grande, qualche volta glie ne aveva parlato come di una donna bella, energica, con una risata cadenzata e rauca, che era stata in grado di tenere assieme la famiglia nonostante la povertà e un marito etilista e di scarsa costanza. Purtroppo una caduta dal tram, per un colpo infertole da un ubriaco, le causò un’emorragia e poi una setticemia.

A quel tempo Barbara, il cui vero nome era Ruby Stevens, aveva solo 4 anni ed era molto legata al fratellino di 6, Malcom Byron. Il padre perse la testa per il dolore e abbandonò la famiglia, fuggendo a Panama. Fu così che gli ultimi della nidiata trascorsero l’infanzia separati, presso istituti e famiglie affidatarie.

Uno dei sogni di Barbara era che la venissero a prendere i suoi veri genitori, che lei immaginava ricchi e nobili, per portarla via da quel grigiore, “fatto di uomini violenti e sempre sbronzi, di donne dall’addome rigonfio per le troppe gravidanze e ingobbite dai lavori pesanti”.

La carriera nello spettacolo, che era stata già il sogno di una delle sue sorelle, rappresentò l’occasione cui aggrapparsi per sfuggire alla miseria e divenire indipendente.

Dopo il successo ottenuto con Burlesque, aveva deciso di sfondare nel cinema e si era trasferita a Hollywood col marito, Frank Fay, un attore di avanspettacolo molto amato dal pubblico, ma anche lui con problemi di alcolismo. Le ubriacature divennero frequenti man mano che Hollywood gli chiudeva le porte in faccia, così perdeva le staffe e diveniva aggressivo, costringendo la moglie a rifugiarsi da una vicina di casa che si scoprì essere Joan Crawford.

Barbara divorziò, ottenne la custodia del figlio adottivo e si impegnò con tutta sé stessa a raggiungere il suo sogno.

L’incontro con Capra le consentì di interpretare ruoli diversi: alla ricerca di successo ne La donna di platino; una predicatrice ipocrita che si ravvede ne La donna del miracolo; una mantenuta e poi una missionaria (Proibito e L’amaro thè del generale Yen); fino al 1941, in Arriva John Doe, dove fu un donna riservata, affascinante, dal piglio glaciale, con cui concluse la collaborazione con il regista mito di Hollywood.

Nel 1937 aveva ottenuto la prima nomination all’Oscar con Amore sublime, per la regia di King Vidor e in seguito avrebbe affascinato il pubblico in un ruolo comico cui conferì spessore: non poteva limitarsi, come tutte, a far ridere in una commedia e fu così che arrivò la seconda nomination per Colpo di fulmine (regia di Howard Hawkes, nel 1941).

Scommetto che voi, come me, l’avete conosciuta in un ruolo che le fu congeniale: la matriarca ne La grande vallata, una serie televisiva dove poté indossare il suo abbigliamento preferito e cavalcare. Non era più giovane, cosa che Hollywood perdonò a poche attrici, ma lei non era stata mai bella in senso classico e non se ne curò. Barbara non tentò mai di proporsi con un’età diversa, fu sé stessa fino in fondo, con equilibrio, semplicità, professionalità.

Lo stesso non si può dire del suo secondo marito, Robert Taylor, più giovane di 4 anni, la cui perdita di avvenenza con l’età che avanzava lo rendeva meno convincente nei ruoli scelti. La loro unione era stata una vera sorpresa per gli intimi…

 

Photoplay era una rivista che a quel tempo andava per la maggiore e che imbastiva storie e pettegolezzi, purché fossero graditi agli studios; nel gennaio del 1939, pubblicò un articolo dal titolo “Mariti e mogli non sposati di Hollywood”.

Oggigiorno può farci sorridere che facesse notizia chi fosse maritata e chi no, tra le stelle del grande schermo, ma la regola che imponeva di apparire “buoni americani”, includeva essere regolarmente sposati e naturalmente propendere per il maccartismo.

L’articolo, come previsto, destò scalpore: Paulette Goddard e Charlie Chaplin, Clark Gable e Carole Lombard risultarono tutti conviventi non sposati e si sparlò anche di Barbara e Robert.

Peccato che in realtà i due si conoscessero appena.

Non sappiamo come siano andate le cose e quali legami abbiano stretto per decidere di convolare a nozze e rimanere insieme 12 anni dopo quell’articolo. Di sicuro condivisero l’amore per la vita rurale e il loro ranch. Robert era bellissimo, ironico, indolente e un po’ mammone. Al contrario di Barbara, aveva sempre lasciato che le case di produzione conducessero la sua carriera.

Era piaciuto molto accanto a Greta Garbo nel ruolo di Armand, l’amante acerbo in Margherita Gauthier e continuò ad appassionare in Quo Vadis e Ivanhoe. Una macchia che pochi gli perdonarono fu quella di presentarsi a testimoniare contro i colleghi alla commissione delle attività antiamericane che indagava sui sospetti comunisti di Hollywood. Nel frattempo il matrimonio iniziò ad imbarcare acqua e presto colò a picco. Nel 1950 divorziarono rimanendo amici.

Barbara, regina di Hollywood negli anni 30, lavorò per la Columbia, poi per la Warner Bros ed infine con la Paramount,  ricevette molti premi e venne nominata 4 volte all’Oscar, che le fu assegnato alla carriera nel 1982.

I pettegolezzi nati per offuscarne la fama, come quello delle inclinazioni sessuali, finirono per farla acclamare di più. Ricordo di aver letto che, a fronte di domande sull’argomento poste dai giornalisti, preferiva non rispondere, tagliando corto: “Next” diceva, con l’intenzione di passare alla successiva.

I rumors potrebbero aver avuto origine dal fatto che avesse lavorato da fanciulla in uno speakeasy, ovvero un locale riservato alle danze, dove venivano serviti alcolici durante il proibizionismo. La donna che lo aveva in gestione era lesbica e divenne un locale di ritrovo per gay.

Helen Ferguson, la sua migliore amica, si disse certa che tra Barb e Joan Crawford ci fosse stata intimità sessuale. A Helen stessa fu attribuita una relazione sentimentale addirittura trentennale con la Stanwyck…

Del silenzio che invece circondò la storia sentimentale di Barbara e Robert Wagner, l’attore si disse grato alla Ferguson che allora era l’agente di Barbara. Nelle memorie di questo regista (Piece of my heart, 2008) apprendiamo che la Stanwyck conviveva con un caro amico dei tempi del vaudeville, Buck Mack, che svolgeva le stesse mansioni che ai nostri giorni attribuiremmo ad un assistente personale: lei non si interessava molto della casa, delle faccende domestiche o di crescere bambini e Buck la sollevava da tutti questi compiti.

Però, se avesse vissuto tutti i flirt che le furono attribuiti, tempo per recitare glie ne sarebbe rimasto poco: Howard Hughes, John Wayne; James Cagney; James Stewart; Henry Fonda; Gary Cooper; Charles Boyer; Kirk Douglas; Glenn Ford; Edward G. Robinson; Cary Grant; Fredrich March; Anthony Quinn; Tyrone Power; Gene Kelly; William Holden; William Powell; George Raft; Douglas Fairbanks jr; Cesar Romero; Jean Pierre Aumont; Marlyn Monroe; Claudette Colbert e Tallulah Bankhead.

Che fossero stati omiciattoli o donne gelose a spettegolare su tutte queste glorie del cinema, che avessero ragione o no circa la sua bisessualità, che fosse stata una mangiatrice di uomini sotto mentite spoglie o che si trattasse di una montatura, a noi interessa poco.

Barbara Stanwyck seppe tener testa alle carogne e continuò nella carriera senza risparmiarsi. Anche nel genere noir dette il meglio di sé: La fiamma del peccato, di Billy Wilder e Lo strano amore di Martha Iver, film che lanciò Kirk Douglas e in cui condivise lo schermo con la magnifica Lizabeth Scott.

 Potevo dirmi contenta: l’avevo ripresa da varie angolazioni, nella sala di montaggio della mia mente avevo ricucito spezzoni di ricordi, impressioni, testimonianze: il mio lavoro era terminato.

“Just be truthful, and if you can fake that, you’ve got it made”.
(Sii credibile e se riesci a fingere abbastanza, ce l’hai fatta).

 Me la figurai ripresa in tralice, con quelle parole a fior di labbra, che mi sfidava da uno dei suoi tanti film. Accadde in un lampo: compresi di aver guardato fino ad allora attraverso il foro di una macchina da presa.

Annaspai.

Barbara mi aveva condotta sin lì, illudendomi di poter conoscere tutta la verità.

Ma aveva vinto lei: Stanwyck, signora del mistero.

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Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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