Summit fever: vi racconto i miei eroi #1

A quando un grande film sulla storia alpinistica?

Forse una serie televisiva sarebbe l’ideale. Un docudrama che illustri le storie di ciascuno di quegli eroi, senza dimenticare la Summit fever (la febbre della vetta) che ti assale quando sei lì, dopo anni di preparazione, a tu per tu con la montagna.

Ripercorrere i behind the scenes delle imprese, quei frangenti sorprendenti, a volte magici, altre solo umani. Dove persino lo stile di arrampicata riflette la natura del singolo, perché il rapporto con la montagna rimane sempre personale, anche se si sale con un’intera missione.

immagine per Summit fever
foto di Steve Bennett

Conoscere quegli attimi, fatti di aspirazioni, rinunce, disagi, fragilità, segreti, per restituire la verità alla storia.
Dalle spedizioni sulle nostre cime, a quelle negli Stati Uniti o alle più celebri sull’Himalaya, fino a quelle drammatiche. Come sulla cosiddetta “montagna selvaggia”, il K2, dove solo nove anni fa persero la vita 11 scalatori.

L’epoca di Internet e Facebook decuplicò il clamore e l’attenzione, talvolta non rendendo onore alle vittime e ciascuno, dal calduccio di casa, disse la sua: pareri e sentenze, a volte ridicoli, falsi ed ingiuriosi. Un fatto che addolorò molto i parenti degli scomparsi. Ma l’iperconnessione, croce e delizia della nostra epoca, sembra imporre a tutti di parlare. Anche quando sarebbe meglio tacere.

Nel 1954, su quei ghiacci, si era svolto un episodio stavolta fortunato, ma così controverso che scatenò la stampa e l’opinione pubblica in dibattiti serrati. La spedizione di Ardito Desio, per prima nel mondo, aveva guadagnato la vetta del K2, attraverso il versante est , per una via nota ancor oggi come “Sperone degli Abruzzi”.

In quell’occasione, il supporto dell’indimenticato Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, fu decisivo. Già autore nel 1951 della conquista del versante est del Gran Capucin (Monte Bianco), senza di lui l’impresa sul K2 sarebbe stata impossibile.
Ma questa verità fu taciuta per anni e non solo. Su di lui venne appuntata un’accusa infamante.

Forse a causa di uno stratagemma per far apparire più drammatica la missione, si insinuò  che le bombole di ossigeno portate in cima  da Bonatti, sarebbero state mal riempite, esaurendosi presto e mettendo in pericolo la vita degli scalatori che avevano doppiato la cima (Lino Lacedelli e Achille Compagnoni). Più tardi, dopo anni di battaglie e querele, trapelò la realtà dei fatti: Bonatti e con lui lo sherpa Mahdi avevano pernottato ad ottomila metri per fornire le bombole -integre-, che erano stati indispensabili per conseguire il successo. Senza il loro coraggio (semiassiderati, Mahdi dovette subire numerose amputazioni) il resto della spedizione avrebbe desistito.

Oggi come allora, attrarre l’audience diveniva tristemente essenziale, a danno della veridicità. O forse è come un palcoscenico, dove attriti e invidie tra primedonne sono all’ordine del giorno…
Converrete che in un’epoca come la nostra, in cui alle grandi imprese si sono sostituite le spedizioni commerciali ed oltre cinquemila persone si sono cimentate solo sull’Everest (ma solo trecento sul K2), è essenziale raccontare chi furono i veri eroi.

Il bello e il brutto di questo mito.

Certo, fiumi d’inchiostro sono stati versati e numerosi film sono stati girati, appassionando tre generazioni.

Everest, del 2015, su di una drammatica spedizione del 1996; Nanga Parbat con la triste storia dei fratelli Messner; North Face sugli avvenimenti occorsi a Philip Stolze;127 ore; La morte sospesa e tanti altri, fino a quelli di Luis Trenker nato ad Ortisei, grande attore e regista della montagna, che nel 1937 girò La conquista, sulla prima ascensione del Cervino del 1865 o quelli di Arnold Fank all’epoca del muto…

Ma, a dispetto di tante stelle, il primo dei miei eroi, in carne e ossa, è un contemporaneo, bergamasco di 82 anni, molti di questi trascorsi in cantiere come muratore. Mario Curnis è da sempre instancabile alpinista. Da ragazzo, in un rifugio, venne invitato al tavolo di alcuni scalatori (Bonatti, Andrea Oggioni, Riccardo Cassin) e poi a seguirli in cordata. Di lì iniziarono le sue avventure. Nel 2002 arrivò anche lui sull’Everest: a 66 dimostrò la stessa determinazione con cui anni più tardi avrebbe sconfitto il cancro.

immagine per Summit Fever
Mario Curnis

La montagna conferisce una tempra speciale, mi dico.

Le mie montagne furono Le Alpi: un amore estivo che dura ancora.
Tutto iniziò sul bordo del crepaccio, profondo 20 metri, che ingoiò una prozia spericolata nel 1937.

Alla fine la prozia si salvò. Un valligiano esperto decise di risalire la montagna alle dieci di sera, nonostante tutti gli altri, guide comprese, avessero rinunciato. Si fece dire il nome della dispersa e l’urlò a squrciagola fino a farsi dolore l’ugola.

Maria, Mariaaa…”

Forte della sua conoscenza di quella montagna aveva continuato per ore, fin quando non ascoltò una risposta nel vento:
Qui, sono qui”. E quello individuò la voragine, si calò giù, imbracò mia zia su di una barella d’emergenza, la fece issare dai compagni e la riportò a valle.

Molti anni più tardi, lui era anziano ed io bambina quando lo ascoltai raccontare come fosse andata, seduta al tavolo del suo locale di Gressoney Saint Jean.

Mi disse quel che sapevo e che non mi stancavo mai di riascoltare: il giorno seguente un elicottero aveva trasportato la zia all’ospedale di Aosta e poi a Torino. Ma quella donna, sopravvissuta ad una notte all’addiaccio, con l’acetabolo sfondato dal femore, dopo ben sei mesi di ospedale, non aveva perso la voglia di scalare.
L’altitudine è una droga, la stessa che l’aveva condotta a distinguersi tra le prime donne aviatrici nel primo conflitto mondiale.

Fu lei a condurmi in montagna. E, si sa, le passioni sono contagiose.

Socchiudo gli occhi e scopro che quelle montagne sono dentro di me anche ora: i crepacci in cui si incuneano i ghiacciai sulla parete est del Rosa, la Capanna Margherita e, oltre i canaloni, riesco a vedere fino alle creste.

Arrampicare possiede un fascino speciale, sinistro per chi non lo condivida, un’attrazione che rende ebbri. Difficile da raccontare, perché ha dell’incredibile.

Incredibile davvero fu la traversata del mitico George Mallory sulla montagna delle montagne, l’Everest. Ed in ballo aveva di più che non un’escursione d’alta quota.

Fu proprio lui, nel 1921, ad identificare l’accesso al colle nord attraverso il ghiacciaio del Rongbuk. E poi ripartì, tre volte in tutto, con le spedizioni britanniche. L’ultima nel 1924, a tentare la vetta con il giovanissimo ed affascinanate Andrew “Sandy” Irvine, entrambe muniti di bombole di ossigeno, cui quest’ultimo aveva apportato delle modifiche per renderle più idonee. Stupefacente per quei tempi. Ma furono avvistati l’ultima volta intorno a mezzogiorno, sotto la cresta nord, presso l’insuperabile second step.

immagine per Summit fever
Mallory e Irvine

Se penso all’abbigliamento indossato dalla prozia nelle fotografie, non posso che sorridere, ma considerate che Mallory e Irvine salirono pressapoco vestiti allo stesso modo: maglioni di lana, giacche di tweed, scarponi chiodati e corda di canapa…

A trent’anni da quell’impresa, emerse un’altra personalità di spicco, quella di un novozelandese, Edmund Hillary, che nel maggio del 1953 raggiunse la vetta assieme a Tenzing Norgay.

Fu un evento che ebbe larga risonanza in Inghilterra, perché avvenne lo stesso giorno dell’incoronazione della Regina Elisabetta e rinvigorì gli animi degli inglesi, dolenti della perdita della corsa al Polo Nord e al Polo Sud.

Appena un anno prima, una spedizione svizzera era quasi riuscita a guadagnare la stessa vetta. Raymond Lambert con lo stesso Tenzing. Quest’ultimo era uno sherpa, apparteneva cioè ad un popolo del Nepal di abili guide e portatori ed era davvero molto in gamba. Per ironia della sorte fu l’unico ritratto nella foto della conquista, nel ’53. Abilissimo e poliglotta, non sapeva fotografare.

Hillary, con la tipica flemma inglese, commentò: “Non potevo mettermi a fargli un corso di fotografia a 8600 metri”.

Ma scommetto che anche voi state pensando: “fu davvero Hillary a toccare la cima per primo?”

Possibile che in cordata si faccia a gara?  Che sia tutta colpa della Summit fever?

Ebbene, quel che vi narrerò sarà anche più sorprendente.

Appuntamento a settembre, su Polvere di Stelle, per l’evento che potrebbe ribaltare la nostra storia…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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