Il Natale. La più grande storia mai raccontata

Un nuovo punto di vista sulla più grande storia mai raccontata, una chiave d’indagine per scoprire i protagonisti, dalla Vergine Maria fino alla mangiatoia e di come la narrazione mescolò storia e fede, raccontando il Natale.

Tra candele, canti, incenso e mirra, la storia del figlio di Dio viene celebrata ogni anno: la visita di Gabriele, il viaggio a Betlemme, la nascita in una stalla, l’annuncio ai pastori nella notte, la stella cometa a est e la missione dei magi.

Da dove affiorano certe immagini di Gesù?

Nella mia memoria fa capolino Padre Gregory, il giovane sacerdote americano che, sotto il pontificato di Paolo sesto, leggeva il vangelo nei parchi e accompagnava i bambini a vedere Jesus Christ Superstar.

Ma molti dei miei ricordi di Gesù affondano nel cinema.

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1903 Ferdinand Zecca and Lucien Nonguet: The Life and Passion of Christ

I volti di Ted Neeley, il Cristo texano, poi quello aderente alla narrazione voluto da Piepaolo Pasolini, come pure l’altro Gesù, più evocativo, scelto da Franco Zeffirelli, scolpirono i tratti di una fisionomia difficile da dimenticare. Fu così che, attraverso il cinema, opere artistiche, dipinti e statue iniziarono a camminare tra noi.

Nel corso dei 123 anni di vita della settima arte, la rappresentazione del Natale di Betlemme fu ripercorsa molte volte. Un episodio che sin dall’inizio aveva opposto verità di fede a verità storiche, alimentando dibattiti e controversie in seno allo stesso Cristianesimo, ma che avrebbe influenzato una tradizione che conduce ogni anno due miliardi e mezzo di persone a commemorare la Natività del figlio di Dio.

Ma avete mai riflettuto che molti cineasti che vollero raccontare Gesù, non erano cristiani, a volte neanche religiosi? Allora da dove partiva il desiderio di parlarne, di raccontare?

Una prima soluzione, che lusinga la mente, è che si tratti di una questione di fede. In questo caso la mancanza di fede sarebbe l’unica responsabile che potrebbe far ricordare della mancanza di Dio (e di volere esplorare il mito ndr). Perché il mondo della fede, affermava Padre Mariano Ballester nel corso dei suoi gruppi di studio a Roma, è un vaso di Pandora per spiegare l’inspiegabile.

Circa 2018 anni fa, in accordo con il vangelo di Luca, a Nazareth, in Galilea, una giovane donna si trovò al cospetto di Gabriele, Messaggero Divino, come era stato preannunciato dal profeta Daniele.
La donna, prosegue Luca, era una vergine promessa ad un uomo di nome Giuseppe, della casa di David.

Il suo nome era Maria, forma greca dell’ebreo Miriam (lo stesso nome della sorella di Mosé, la prima grande profetessa d’Israele). La visita dell’angelo, secondo il credo di Nicene, rappresenta la storia di come avvenne l’incarnazione dello Spirito Santo…

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1964 Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

La celebrazione di un avvenimento ne fissa il ricordo nella sua interezza, ne consolida le caratteristiche, alimentando la connessione tra coloro che vi assistono. Dalle prime commemorazioni dei figuranti medioevali sul sagrato delle chiese, fino al teatro, per giungere al cinema cristologico dei nostri giorni.

Nel 1896, ai fratelli Auguste e Louis Lumière, fu concesso di filmare una cerimonia papale e l’anno seguente gli stessi misero a punto Passion Lumière. Fece eco, l’anno seguente, Christ marchant sur le eaux di George Méliès e La passion du Christ di Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca. Passion Play di J.L.Vincent fu girato per volere di Rich G. Hollaman, direttore dell’Eden Musée, sul terrazzo del grattacielo del Grand Central Palace di Manhattan (dove giunse a far issare dei cammelli!).

Senza dimenticare i celebri film Pathé di inizio secolo (Ferdinand Zecca), fino alla Kalem company ed al primo colossal in bianco e nero del film muto, dove la sceneggiatrice Gene Gauntier interpretò la parte di Maria, da lei scritta in un copione che illuminava i personaggi femminili (Dalla mangiatoia alla croce, 1913).

Quasi tutti i cineasti trassero ispirazione dal vangelo di Luca e da quello di Matteo e presto vi dirò perché.

Nel vangelo di Matteo, Giuseppe, non sapendo alcunché dell’apparizione dell’angelo e addolorato dalla notizia che la sua futura sposa attendesse un bambino, pensa di ripudiarla in segreto per non nuocerle.

Fin quando un sogno non gli chiarisce l’accaduto. La visita di Gabriele Arcangelo diviene così il racconto di come Gesù fu “incarnato per opera dello Spirito Santo”. Nel Vangelo di Matteo la storia è raccontata dal punto di vista di Giuseppe.

Queste premesse servirono ad alimentare le controversie dei primi anni del Cristianesimo circa la pretesa illegittimità di Gesù, che fu cavalcata ai nostri giorni dalle tesi di James Tabor, esegeta e studioso, accusato di blasfemia per aver descritto la nascita di Cristo dall’unione di Maria e di un giovane soldato romano di stanza in Giudea.

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1973 Ted Neeley in Jesus Christ Superstar di Norman Jewison

Il conflitto tra storia e fede viene ripercorso da libri e film, persuadendo il regista Pierpaolo Pasolini a non voler trattare della Resurrezione nella sua opera Il vangelo secondo Matteo (anche se poi cedette a certe pressioni, aggiungendo le sequenze su Gesù risorto). La stessa scelta fu portata a compimento dal regista Norman Jewson nel musical Jesus Christ Superstar, che però non tratta della nascita del figlio di Dio e che condivide con un altro film un particolare curioso: sia nel Gesù di Franco Zeffirelli che in quello del regista americano, coloro che vestirono i panni di Gesù erano stati chiamati ad interpretare Giuda.

Ted Neeley all’epoca dell’audizione teatrale, Robert Powell in occasione del provino per il film di Zeffirelli.

Per il suo Gesù, il regista fiorentino si era avvalso di un terzetto di valenti sceneggiatori. Fu così che l’indimenticata Suso Cecchi d’Amico, Anthony Burgess (l’inglese autore del testo Arancia Meccanica, divenuto un film con Stanley Kubrick) ed il regista e sceneggiatore David Butler, romanzarono un poco la storia con l’intento di non turbare gli spettatori con diatribe di carattere teologico.

Per farlo avevano dovuto leggere del Gesù storico. Le fonti cui avevano attinto, dalla storiografia ai Vangeli canonici, erano state poste a confronto con la documentazione ellenistica e greco romana e poi con il contesto storico e culturale. L’impegno del team di Zeffirelli fu un lavoro di analisi, di compendio e di scelta di una narrazione che fosse efficace ed aderente alla tradizione.

D’altra parte, secondo Mario Pomilio, il pregio maggiore del regista Zeffirelli fu di vedere Gesù con gli stessi occhi degli Evangelisti.

Il tema di Dio e della sacralità rimane memorabile nella trilogia del silenzio di Ingmar Bergman, ma solo alcuni hanno voluto ricollegarsi al principio, ossia alla nascita di Gesù.

Altri hanno preferito raccontare senza farvi accenno. Come Luis Buñuel (sempre ateo grazie a Dio, come faceva notare), Andrej Arse’evic Tarkovskij, Norman Jewison, Robert Bresson, fino alla Passione di Cristo raccontata in tutta la sua crudezza da Mel Gibson o il film del nostro Claudio Malaponti (Sette chilometri da Gerusalemme con Luca Ward). Un caso clamoroso rimane il film Il codice da Vinci di Ron Howard, tratto dal romanzo omonimo di Dan Brown (ribattente le stesse tesi espresse nel 1982 da un saggio di Michael Baigent e Richard Leigh, basato sull’ipotesi che la Chiesa degli albori avesse nascosto fatti importanti della vita di Gesù, per creare il mito).

Fino al recente Maria Maddalena: un’ennesimo gioco prospettico di Garth Davis. 

Meno sono stati coloro che hanno voluto cimentarsi nel racconto dei primordi, pochi sono partiti cioé da Betlemme.

Vi siete mai chiesti perché?

È indubbio che gli Evangelisti fossero stati dei narratori neutri e quasi anonimi e che lo scatto di qualità fosse consistito proprio nel riportare le parole di Gesù.

John P. Meier, sacerdote cattolico e professore a Notre Dame, autore di una serie di libri intitolata A Marginal Jew: Rethinking the Historical Jesus, fa osservare che non sussistono evidenze che Gesù avesse parlato dei particolari della sua nascita o che l’avessero fatto sua madre o San Giuseppe, mentre la differenza di dialogo emerge con il resto della vita di predicazione, risultato di testimonianze di prima mano.

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1977 Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Con Robert Powell

Scopriamo così che la cronistoria delle nascite meravigliose non era una novità nella narrazione leggendaria dei popoli. Nella tradizione biblica basti pensare a Sara, che a 90 anni concepisce Isacco, a Samuele il profeta, nato da Anna che era considerata sterile.

Nella quarta egloga delle Bucoliche si apprende come la nascita di un bimbo divino avrebbe posto fine ai dolori e aperto all’età dell’oro: si trattava di una tradizione pagana del 40 d.C. e Virgilio non si riferiva a Gesù, ma a Cesare Augusto, che imperò dal 27 aC al 14 dC.

Ciò prova che questi scrittori, compresi gli Evangelisti, provenivano dal medesimo milieu letterario dove si attingeva per comporre le biografie eroiche dei grandi personaggi.

Il più libero dei Vangeli, quello di Marco (60 dC), inizia col battesimo di Gesù; quello di Giovanni (90 dC), il più filosofico, unisce Gesù con Dio alla nascita dell’universo (All’inizio fu il Verbo, il Verbo fu con Dio e il Verbo fu Dio).

Paolo di Tarso scrisse che “Gesù era nato da una donna e nato sotto la Legge”. Il resto del Nuovo Testamento non fa menzione delle circostanze della nascita di Cristo.

Per i nostri cineasti, come già detto, rimase la fonte dei Vangeli di Matteo e Luca, composti tra il 60 e il 90 dC a raccontare i due eventi centrali: il concepimento verginale di Maria, che rende Gesù una figura unica, dissimile dalle altre narrazioni, e la nascita a Betlemme, che fa di lui l’atteso Messia della città di Davide.

Di certo la cometa di Halley (che appare ogni 76 anni), intesa come segnale celeste della nascita di Betlemme, non ha evidenze storiche, dato che apparve nel 12 a.C.. Matteo potrebbe aver fatto riferimento al Libro dei Numeri: “Ci sarà una stella di Giacobbe e uno scettro sorgerà a Israele”: l’evangelista può aver usato tale circostanza per aumentare il clamore sovrannaturale.

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2014 The Passion of the Christ di Mel Gibson con James Caviezel

L’arrivo dei magi potrebbe essere stato tratto dal salmo 72: “I re di Tarsish e delle isole portarono doni, i re di Sheba e di Saba portarono regali”. In realtà non c’è alcuna evidenza di queste visite, ma il significato nella narrazione è ovvio: tutti i regnanti si inchinarono al Bambino Divino.

Anche in Isaia troviamo riferimenti: “Tutti loro da Sheba arrivarono: essi portarono oro e incenso”.

Maria e Giuseppe erano inoltre residenti a Betlemme da dove si erano spostati verso Nazareth, per poi tornare a Betlemme per il censimento. Infine, a causa della persecuzione di Erode, Giuseppe fu ispirato da Dio a riparare in Egitto.

E di questa parte della vita di Gesù, fino a 12 anni, ovvero quando fu ritrovato ad insegnare ai dotti del tempio, non sappiamo alcunché dai Vangeli canonici. Inoltre, la fuga in Egitto fa riflettere gli storici sull’analogia con la storia della liberazione degli ebrei dal giogo egiziano: allo stesso modo Gesù avrebbe dovuto salvare il suo popolo dai romani. Prendiamo ad esempio la storia di Erode: benché fosse un re crudele, la strage degli innocenti non si può annoverare come fatto di cui si abbia certezza. Nondimeno l’aneddoto di Matteo collega Gesù all’idea del liberatore.

D’altronde se, come diceva Napoleone (che è il personaggio più famoso della storia dei popoli dopo Gesù): “La geografia è destino”, non ci si stupisce della nascita di Gesù a Betlemme, dove era atteso un Messia destinato a regnare allo stesso modo di Davide. Guarda caso Davide era nato proprio a Betlemme…

Il collidere di diverse fazioni e diverse tradizioni nel mondo del Cristianesimo dei primi anni, fu rispecchiato dalla guerre civili tra i seguagi di Gesù. Nonostante siano dello stesso credo, i cristiani differiscono gli uni dagli altri per contraddizioni teologiche e religiose.

Gesù: un uomo senza un padre umano, che fu condannato per il crimine di sedizione e morì come un criminale, un predicatore che assicurava la vita eterna in un mondo a venire, mentre il mondo terreno era corroso da odi e guerre.

Henry Newman, un noto prete vittoriano, il cui viaggio intellettuale lo portò da prete anglicano alla curia romana, ebbe a commentare: “Procediamo in un mondo misterioso con una sfavillante luce sopra di noi, sufficiente perché si avanzi attraverso tutte le difficoltà”.

D’altronde, nel Concilio Vaticano Secondo del 1965, fu dichiarato che, sebbene le scritture riportassero fatti realmente accaduti, non necessariamente andavano intese come accurate dal punto di vista storiografico.

Dunque, se in Plutarco troviamo le biografie dei grandi abbellite e arricchite di particolari numinosi, allo stesso modo gli Evangelisti potrebbero aver voluto conferire lustro alla nascita di Gesù. Un grande profeta inviato da Dio, non sarebbe stato sufficiente ad evidenziare la portata catartica che si voleva avesse il suo messaggio.

La storia della natività acquisì un potere disarmante ed incisivo.

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2018 Maria Maddalena di Garth Davis con Rooney Mara e Joaquin Phoenix

Qualunque sia il nostro credo, qualunque la religione, la storia del Natale brilla di una luce speciale perché tutti siamo in cerca di una fede che ci guidi attraverso le tenebre verso casa…

E valutare delle ipotesi storiche non lede in alcun modo le credenze di ciascuno, al contrario, le rende più autentiche.

Mi ricorda un altro fatto di cronaca, 2000 anni dopo la nascita di Gesù, quando, al termine di una battaglia legale presso la corte suprema di Londra, la lettura forense delle planimetrie di Auschwitz giocò un ruolo importante nella confutazione del negazionismo sull’Olocausto.

Conoscere i luoghi della storia aiutò la presa di coscienza della verità. Quindi credo che una diversa prospettiva aiuti sempre. Che si professi una fede, o un’altra, che si rimanga liberi pensatori o ci si proclami atei, una nuova via può scolpire il nostro presente.

E sarà come avvicinarci alla Cattedrale nel deserto, quella che custodisce le molte domande volte a chiederci chi siamo e da dove veniamo…

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La Notte Santa, Correggio 1522 – 1530. Dresden State Art Museums
Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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