L’amore meraviglioso

Ho considerato a lungo l’idea di partire per questo viaggio.
Partire mi emoziona sempre. Inizio a fare i bagagli per un viaggio letterario come se si trattasse di una navigazione in solitaria e tengo da parte mele e arance, per quando sosterò presso qualche arcipelago senza tornare per cena.
Questi articoli sul cinema della memoria, fatti di vissuti, di posti, di riflessioni, di paesaggi, producono sensazioni, elaborazioni e idee che prendono il largo come scialuppe di salvataggio e arrivano là dove sono attese.

Il viaggio è libero: inizia qui e prosegue tra i lettori.

Ovviamente parleremo di un film, ma per organizzare i frammenti del ricordo, mi è stata utile una biografia romanzata su di una mia parente: caratteri e personaggi emergeranno strada facendo, eroine morte e sepolte da tempo, ma che in vita erano state in grado di reagire al destino. Incerta se  farne un romanzo di formazione, lo avevo abbandonato e quei fogli erano finiti  tra i manoscritti mai terminati.

immagine per Han Suyin
Han Suyin, alias Elisabeth Comber

Quando venni a conoscenza dell’incontro tra Oriana Fallaci e Han Suyin, alias Elisabeth Comber, mi resi conto che la biografia che avevo scritto e quell’episodio possedevano un nesso sottile e che, per qualche alchimia, comunicavano tra loro, metafore di una felicità che aveva tardato ad arrivare ed era svanita per sempre.

Per introdurre il discorso potrebbe bastare una canzone che fu scritta per un certo film e che vinse l’Oscar nel 1956.

A quel tempo costeggiavo le rive del racconto: da una parte la storia di Han Suyin, che nel 1952 divenne un romanzo, e tre anni dopo un film, dall’altra il proposito di indagare su argomenti molto privati, che potrà sembrare violare il giusto diritto di ognuno all’oblio. Parafrasando Truffaut, verrebbe da dire che la nostra è l’epoca in cui i film d’amore dicono sempre la verità, anche se l’incoscienza con cui si poteva godere di essi è svanita. E poi c’è una sottile ironia nel modo in cui la vita crea i suoi eroi: per darvene un’idea occorrerà affacciarsi all’oblò e tornare alla Cina di più di 60 anni fa…

Bisognava avere i piedi più corti di nove centimetri: un canone di bellezza imposto alle donne nella Cina pre maoista, ma anche un costume atavico ampiamente condiviso e rispettato.

Dato che i piedi servono per camminare, cosa accadeva qualora costretti in strisce di cotone che ne impedivano l’accrescimento, fino a frantumarne le ossa? Avresti acquisito un’andatura saltellante per il resto della vita, ritenuta allora molto femminile. E quando fossi divenuta grinzosa e piena di artrite, ti saresti trascinata per le vie della città inciampando e cadendo ad ogni angolo a causa di questi tuoi arti inservibili.

Naturalmente non fu solo per la proibizione di praticare questa violenza che la Cina di Mao Zedong mi apparve, nonostante le contraddizioni, un progetto grandioso. L’entusiasmo di giornalisti come Tiziano Terzani (che per intendere meglio quella rivoluzione iniziò a studiare il cinese) e di tutti coloro che vi intravidero un mondo più giusto, uguale per tutti, mi fece capire l’importanza di quel Libretto rosso.

La doccia fredda arrivò con Tienanmen, quando una giornalista che conoscevo scese in piazza assieme ai giovani per raccontare quella storia in televisione.

E la delusione scivola tra le pieghe della storia, si disperde qua e là e arriva fino ai nostri giorni, attraverso un reportage di un corrispondente da Hong Kong, rifugiatosi per un’intera notte in una chiesa in compagnia di altri giornalisti e di un vescovo (è accaduto lo scorso anno, perché la polizia cinese, armi in pugno, impediva il transito ad alcune zone della città invase dai manifestanti che protestavano contro il governo).

Anche le tematiche ecologiche oggettivamente perturbanti sono invise: la giornalista Chai Jing ha realizzato un documentario sul degrado ambientale causato dalla crescita economica in Cina che è stato censurato dalle autorità. Inoltre sembra che si auspichi un ritorno al confucianesimo, dato che le mogli cui era stato concesso di divorziare, hanno iniziato ad “abusare” di questo diritto. Avere un solo figlio ha reso le donne troppo indipendenti, in grado di dedicarsi al lavoro con grande efficienza, raggiungendo alte cariche e posti di responsabilità: per frenare questa scalata, sposarsi e procreare sono divenuti imperativi categorici. Termini nuovi e slogan vengono adattati dalla nuova politica di regime al fine di ghettizzare le single e le senza prole.

Insomma: essere donna in Cina torna ad essere difficile.

Terzani sosteneva che un grande regime rivoluzionario, per mantenersi al potere, si macchi degli stessi crimini che aveva combattuto. Si riferiva sopratutto ai moti repressivi esitati nel sangue e a causa di quelle idee fu bandito da un paese che amava. La sua, però, è una frase che calza a pennello alla nostra storia. La metamorfosi dei costumi delle donne nella Cina di Mao era stata qualcosa di straordinario, ecco cosa ne scrisse Oriana Fallaci:

Ci fu chi disse che le donne cinesi erano divenute le più brutte del mondo quando, nel marzo 1960, 10000 decorate si riunirono per la giornata Internazionale della donna a Pechino e la loro presidente gridò: Evviva: le donne fragili e sentimentali che i reazionari consideravano pigre e oziose, oggi sono brutte e lavorano” e quelle di rimando: “Evviva, ciò che era brutto ora è bello, ciò che era bello è brutto”.

Per favorire così rapidamente l’emancipazione, fu necessaria un’omologazione al maschile, che si tradusse in grande considerazione (l’altra metà del cielo) e, accanto al diritto di voto, si intervenne prontamente nel vietare tradizioni efferate: le ragazze non potevano essere più vendute dalle famiglie povere in cambio di un sacco di riso, aboliti i postriboli, non morivano a centinaia per le percosse che ivi gli erano inflitte, erano libere di lavorare e studiare. L’uomo che sposava una di quelle sventurate, riceveva considerazione dalla società e veniva definito molto onorevole e loro stesse godevano di rispetto per i torti ricevuti. Il concubinaggio era stato vietato: marito e moglie avevano pari diritti e le donne potevano svolgere gli stessi lavori degli uomini. Ma prima di tutto era stata proibita la pratica tanto orribile, quanto consueta, di sotterrare vive le figlie femmine appena nate…

Fu in questo fermento che Han Suyin, un’euroasiana cui la madre fiamminga aveva voluto dare anche un nome occidentale (Elisabeth), scrisse un libro sulla sua storia d’amore con un giornalista americano del Time, Mark Elliott, narrandone per filo e per segno i fatti. Oriana Fallaci la volle incontrare durante il suo viaggio del 1960 alla scoperta della condizione della donna nel mondo. Intendeva scoprire se fosse bella come Jennifer Jones, l’attrice che l’aveva impersonata nel film hollywoodiano tratto dal suo libro Love is a Many-Splendored thing (la perspicuità del titolo non fu rispettata dalla traduzione italiana, che risentì della eco di un celebre film di Frank Capra, La vita è una cosa meravigliosa).

Fallaci descrisse la scrittrice assai più bella dell’attrice che aveva recitato il suo ruolo ne L’amore è una cosa meravigliosa: “Un volto magro e giulivo, un corpo sottile e il più seducente paio di gambe che abbia mai veduto sbucare da un cheongsang”. Il cheongsam é un tipico abito stretto, dal collo rigido, con due profondi  spacchi laterali sulle cosce, indossato a quel tempo dalle cinesi dell’area non comunista di Hong Kong.

Scovò Han Suyin non senza qualche difficoltà. Abitava nella confederazione malese, a mezz’ora da Singapore, e di professione faceva il medico pediatra. Si era laureata giovanissima, aveva iniziato a scrivere libri, si era sposata e poco tempo dopo il marito era morto in una guerriglia, lasciandola con una figlia da crescere. Gli usi del tempo imponevano alle vedove di lasciarsi morire di fame, ma la nuova era fece sì che Elisabeth potesse scegliere di vivere. Negli anni ’40 lei stessa era stata testimone di fatti gravissimi: una ragazza era lasciata morire di fame e di sete, solo per essersi addormentata in giardino durante il giorno, una trasgressione gravissima dato che alle donne  era vietato dormire in luoghi pubblici; un’altra era stata uccisa a sassate dai parenti del marito perché incolpata di non essere vergine (mentre Han Suyin sosteneva di averla visitata e di averla trovata illibata, senza essere creduta).

Concludendo, la scrittrice si era detta orgogliosa di quello che il comunismo aveva realizzato in Cina, dove avrebbe voluto vivere con Mark Elliott, l’uomo che le aveva ispirato il romanzo. Non era stato facile: da una parte l’irritazione degli occidentali, per i quali l’unione di un americano con una donna cinese era disdicevole, dall’altra i connazionali di lei che non furono da meno. I guai non vengono mai da soli e, all’alba della loro vita insieme a Pechino, Mark venne ucciso durante un reportage di guerra in Corea. Nella sequenza del film William Holden, che interpreta il giornalista, è presso le linee nemiche e si sofferma ad osservare una farfalla volata sul carrello della macchina da scrivere, ricordando un momento vissuto con la sua amata. La morte lo attenderà di lì a poco.

L’autrice cinese continuò a scrivere per se stessa, come soleva ribadire, senza voler mai vedere i film tratti dai suoi romanzi. Anzi, scrisse un libro, anni dopo, in cui prese le distanze dal romanzo che l’aveva resa nota in tutto il mondo. Quel che aveva raccontato non era del tutto realistico. La nazionalità del fidanzato, ad esempio: era australiano e non americano e il suo nome fu un altro; inoltre Elisabeth aveva venduto i diritti del libro solo per permettere una costosa operazione alla figlia presso una clinica inglese. Ma una cosa era vera: scrivere la aiutava a sopportare il dolore della vita. La stessa ragione per cui sposò, due anni dopo, un funzionario di cui adottò il cognome, Comber, per poi separarsi anche da lui.

Quel che apparve ad Oriana, ovvero che fosse bella, ricca ed indipendente, non le permise di  venire a capo della verità, né della natura delle donne cinesi o della loro forza ed intransigenza. La maledizione, quella di aver sempre perso chi avesse amato, non l’aveva avuta vinta su Han Suyin grazie al lavoro e all’indipendenza. Raccogliendo quella testimonianza, la giovane Fallaci non sapeva che un giorno avrebbe dovuto fare i conti con la stessa sorte, affrontare il medesimo dolore, in modo molto più tragico.

Il mio racconto potrebbe interrompersi qui, se non emergesse l’esigenza di un confronto tra due vite coeve, condotte con altrettanta passione, ma con maggiore fortuna l’una rispetto all’altra e in un due diversi continenti  e contesti culturali.

Mentre in Cina si inneggiava alla libertà della donna, in Italia usciva al cinema L’amore è una cosa meravigliosa e una ragazza esile, dalle lunghe trecce nere, non più alta di un metro e 60, andò a vederlo al cinematografo con Angelo, il suo fidanzato. Era romantica, non teneva molto a vestire con ricercatezza ed era sempre un po’ distratta: poteva raggiungerti trafelata dopo aver corso sui prati, sempre con qualche orlo scucito o qualche macchia sugli abiti semplici, di lino fresco, in estate, o di popeline in inverno, che la mamma le cuciva indosso, senza mai riuscire a vestire elegantemente quell’esile figuretta, che non aveva bisogno di busti per esibire un vitino da vespa. Frequentava il liceo classico, leggeva e  sognava: vivere, per lei, significava darsi da fare per rendere il mondo un posto migliore e, al pari di molti scampati ai bombardamenti, nelle città italiane, si sentiva invincibile. Ma non eravamo nella Cina di Mao: in Italia una ragazza doveva pensare a formarsi una famiglia. A volte fantasticava su identità romantiche, fingeva di chiamarsi Elisabetta o Simona, la forma italianizzata del nome delle sue scrittrici preferite; nomi che forse non si addicevano al suo brio e alla sua semplicità. Noi la chiameremo Rosalba, perché era nata all’alba di un dì di festa, come la nonna di cui portò il nome. Era più intelligente che graziosa ma quando sconfessava qualche luogo comune, il volto le diveniva radioso, conferendole un altro tipo di bellezza.

L’azione del romanzo della sua vita avanzò in una totalità di coincidenze.

Quando il suo fidanzato partì per gli Stati Uniti d’America, in cerca di fortuna, tutti sussurrarono che non sarebbe più tornato e che lei dovesse farsene una ragione. Conobbe un altro giovane, rimase incinta e le sembrò naturale sposarlo. Ne nacque un figlio che amò tutta la vita con tenerezza struggente.

Nel frattempo, il suo primo amore, ignaro del matrimonio, era tornato per convincerla a raggiungerlo all’estero. Appena sceso dalla nave, si era precipitato da lei con l’anello con cui le avrebbe chiesto di sposarlo: a mezzanotte aveva suonato al portone di un rione della vecchia Roma, dove Rosalba aveva abitato con i genitori e la sorella. Preoccupati dello scampanio ad un’ora insolita e riconosciutolo, lo invitarono ad entrare. Per prima cosa lui chiese delle ragazze. Fiorella sta dormendo, gli rispose la madre, Rosalba invece si è sposata.

Angelo inghiottì la sua sconfitta e si congedò subito.

Intanto Rosalba, rotolando da uno strato sociale all’altro, da un ceto all’altro, per far quadrare il bilancio, aveva preso casa nel Molise con il marito, ma fremeva per tornare a Roma. L’ebbe vinta, ma il padre di suo figlio iniziò a star via per tempi sempre più lunghi, con la scusa di qualche impegno. Ogni mattino la suocera gli dava dei soldi per qualche sigaretta, del pane e formaggio, molte raccomandazioni e lui partiva in cerca di lavoro. Un giorno non tornò più. Rosalba, immersa nelle cure del bimbo e nei suoi romanzi, era ignara della maledizione che si sarebbe abbattuta su di lei a causa del suo stato di donna abbandonata. Persino trovarsi un lavoro, per una donna nella sua condizione, era disdicevole.

C’era pur sempre Angelo, che sarebbe stato felice di assumere ogni onere, ma non avevano fatto i conti con la mentalità dell’epoca: il marito di Rosalba esercitava la patria potestà e pur non curandosene, non diede mai l’assenso all’espatrio del bimbo. Il destino di Rosalba era già stato scritto dalle lacrime di tante donne che, come lei, avevano sacrificato la loro vita per i figli. Anni dopo era nata una bellissima bambina: Rosalba era certa che l’amore avrebbe sistemato tutto, ora che Angelo era tornato in Italia. Due anni dopo, una seconda meravigliosa bimba venne alla luce, delicata come un fuscello di riso e dai grandi occhi scuri come sua madre. La coppia viveva insieme da tempo ed era felice, ma visto che l’ex marito si opponeva al divorzio, la condizione di Rosalba rimaneva quella di donna adultera. D’altro canto le necessità economiche spinsero il compagno a tornare in Usa e lei, non potendolo seguire, ne soffrì così tanto che presto si ammalò. Disse che forse non era il cancro quello che le rodeva il corpo, ma gli sguardi dei famigliari e dei conoscenti che le rimproveravano un comportamento ignominioso. Era stata la sua stessa fede negli ideali e nell’onestà a tradirla agli occhi della gente. Sopravvisse, ma ne riportò una mutilazione che lei recepì come una punizione e da allora visse come una reclusa. A quei tempi non era disposto alcun sostegno psicologico alle donne separate o reduci da gravi malattie che venivano abbandonate a loro stesse. Neanche la famiglia di origine accettò mai apertamente quelle bimbe nate fuori dal matrimonio.

Conobbi la sua famiglia quando ebbi 14 anni. Per quel che ne sapevo, erano ragazzine cresciute a balia perché la loro madre era morta. Ma presto iniziai a capire la verità e perché la chiamassero mamma. Fu in quel preciso momento che iniziai ad odiare quella cultura patriarcale e maschilista, quella società borghese e perbenista. Il divorzio per Rosalba arrivò troppo tardi. Angelo morì a Pittsburgh e una delle figlie si recò al suo funerale. Fu allora che si avvide di una foto di cui il padre le aveva parlato nelle sue lettere: ritraeva una ragazzina di 16 anni, era sua madre come non l’aveva mai vista. Indossava un cappottino semplice e guardava il mondo con grandi occhi fiduciosi, i capelli ondulati sciolti sulle spalle, l’incarnato perfetto e le labbra generose, inclini al sorriso.

Un fotografo del Rione Monti aveva conservato quella foto tessera, come capitava, per esporla in vetrina; Angelo l’aveva vista e ne aveva chiesta una copia. Poi l’aveva conservata per tanti anni in attesa che Rosalba lo raggiungesse, per farle una sorpresa. Era una casa colorata e piena di luce quella in cui l’aveva attesa, i muri tappezzati di foto di lei e delle figlie, l’aria serena e linda di un luogo dove la vita sarebbe stata piacevole.

I racconti della vita posseggono una trama invisibile che si intreccia con i ricordi, le testimonianze, le fotografie.

Da Rosalba appresi il significato della parola amore. L’amore che può legare un uomo ad una donna, ai figli, ad una vita che è stata dolce e avara ad un tempo. Fu Rosalba a guidarmi nelle letture di quei romanzi di Dumas, Zola, Flaubert, George Sand e poi Marguerite Duras, Simone de Beauvoir e Han Suyin, e poi a film che raccontavano di donne femminili e coraggiose.

Rosalba fu una delle tante vittime di una cultura assurda che l’aveva privata del diritto sacrosanto di vivere una vita felice.

E compresi che nessun conforto può venirti dal sacrificio.

No, Rosalba non aveva i piedi di 9 centimetri, ma dovette saltare ugualmente tutti i fossi dell’irragionevolezza di una società malata. Incosciente della sua sorte, attese come quelle farfalle acchiappate dal retino, con le ali distese in attesa del volo, mentre uno spillo le configge lentamente.

Romanzi e film furono la porpora di quelle ali. Le uniche cose che le accendessero lo sguardo, che le facessero schiudere al sorriso le labbra, una volta carnose e ora disseccate dal sale di troppe lacrime. La vedo riavviarsi con la mano i  lunghi capelli, in parte raccolti, in un gesto intimo e febbrile, quasi colpevole.

Una volta mi disse di non commettere i suoi stessi errori. Io le risposi che non aveva commesso errori.

Vorrei dirle che la sua vita non è stata sprecata perché è stata vissuta con passione e perché il coraggio di vivere libere, sopratutto alle donne, non lo insegna nessuno.

Vorrei dirle che l’ho amata.

E che tutti noi l’amiamo.

Perché l’amore è sempre meraviglioso.

 

 

 

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

1 commento

clicca qui per inviare un commento

  • Grazie di cuore. Leggere i tuoi articoli è sempre un piacere sia per i contenuti sia per lo spunto di riflessione che fanno nascere dentro al lettore. E questo ha il dono di “far sentire” l’amore.