Una storia di amicizia, tradimento e catarsi, ne L’amico ritrovato di Fred Uhlman, diviene canzone d’autunno. Una natura morta si fa lirica nella memoria dell’autore, con l’arte che trionfa sul dolore, sul dramma sociale dell’umana caparbietà a fondarsi sui pareri e ad erigere sopra di essi pericolosi muri.
Dove li prenderò io
Quando è l’inverno, i fiori
E dove il sole
E il rezzo della terra?
Le mura si levano mute
E fredde, nel vento
Stridono le banderuole
(Friedrich Hölderlin)
È possibile rispecchiare lo stato d’animo di un autore? Mi chiesi tanti anni fa ponendo mano a questo scritto. Come Uhlman aveva chiamato a testimone della sua opera i poeti immortali, potevo io cimentarmi in questo inno? Erano trascorsi sei decenni dalle vicende che vi erano raccontate, cosa ci insegnava ancora questo capolavoro, lontano nel tempo, ma non così lontano da non disturbare gli animi? Lo misi da parte: se di polvere si trattava, non era di stelle, piuttosto Polvere d’ossa, ferite e sale di speranza. E poi, confessiamolo: quale editore avrebbe considerato un titolo così amaro, cimiteriale?
“Suvvia Gabel, i lettori hanno bisogno di entusiasmo e non di tristezze, siamo pronti alla ripartenza, noi, al di lá della barricata dei suoi sogni”.
A parlare così è stato un blogger alla moda, informato del mio proposito di tornare a scrivere del film tratto da L’amico ritrovato: “Chi se lo ricorda più, non c’è neanche su internet, scriva degli Avengers”, ha chiosato.
Forse il rampante ha ragione. Per dirla con Uhlman: a sfregarsi col sale una ferita proviamo sofferenza, c’è poco da fare; a volte lo facciamo per rinvenirne la cagione, meno spesso sopravviene coscienza di noi stessi, dell’essere inclini a trarre poesia dal ricordo, anche perché forse non c’è alcun senso nel farlo, si tratta di un istinto che soggiace, cui si risponde per contiguità di respiro con un autore.
La nascita dell’amicizia tra i due giovani, descritta in Reunion (titolo originale dell’opera), mi appariva simbolo universale del sentimento più nobile che si potesse nutrire, e non cessava di esserlo neppure quando era stato tradito delle ombre sinistre di una dittatura.
Come raccontavo, Hans e Konradin, i personaggi del romanzo, mi erano tornati alla mente la prima volta molti anni prima. Si erano fatti strada nella memoria in un sentore strano, odorava dei cappotti umidi appesi in una classe di soli ragazzi, brillava dei colori accesi della miniatura di un pittore, dei toni della terra di Svevia, ma anche del rosso di certe bandiere, dei simboli di segregazione, di prepotenze e sopraffazioni.
Ben si attagliava la loro storia ad altre catastrofi, altre vicende mefitiche che allora stavamo vivendo.
Ad immortalarle ci pensarono tutti gli schermi del mondo, mostrando a reti unificate il crollo delle torri gemelle.
Vent’anni fa, come oggi, mi confortava la fiducia cieca che guardare senza infingimenti all’orrido, alla caduta, fosse al contempo assicurazione di rinascita, di approdo nella terra promessa di pace e libertà.
Perché tutto passa e dagli errori si apprende sempre qualcosa. Ma è davvero così?
Mi sembra di condividere la fede del padre di Hans nel potere della sensatezza e dell’intelligenza di prevalere sulla bruttura e sul male.
Tanto strenuo mi appare il tentativo di crederlo, tanto inerme e ingenuo, da desiderare di smarrirmi nel ricordo…
Dall’esterno del nostro cerchio magico provenivano voci di irrequietezza politica, ma l’uragano vorticava molto lontano da noi, a Berlino, da dove arrivavano notizie di scontri tra nazisti e comunisti… di quando in quando avvenivano incidenti di poca importanza, si disegnavano svastiche sui muri, si molestava un cittadino ebreo, si picchiava qualche comunista, ma in generale la vita seguitava… (da L’amico ritrovato).
Le verità appaiono così a Uhlman, quando, da avvocato e pittore, rispolverò i suoi ricordi di gioventù. Ma sì, deve essersi trattato di un’autobiografia, tanta verità e poca finzione, appena un poco per far funzionare la storia. Quando lessi il libro la prima volta, perché di certo merita tante riletture, era ancora lontano il tempo in cui L’amico ritrovato sarebbe stato adottato come testo nelle scuole e di certo lo scrittore non avrebbe creduto di poter ricevere tanti riconoscimenti. Non si aspettava più niente dall’aver dipinto con le parole, entro una cornice ridotta, senza chiaroscuri, quel ritratto malinconico e soave sullo sfondo di una delle tragedie più gravi dell’umanità.
Tanta concentrazione ti coglie solo nell’arte e quando sei innamorato: l’amore annulla tutte le iridescenze della vita che non siano relative all’oggetto di quell’amore, che sia un uomo, una donna, uno spirito, un paesaggio: l’arte è manifestazione dell’Amore e ci conduce per mano…
…sui colli azzurrini di Svevia, pieni di dolcezza e di serenità, coperti di vigneti e incoronati di castelli e della Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorosi di funghi e di resina, che colava dai tronchi in lacrime ambrate, erano intersecati da torrenti ricchi di trote, sulle cui rive sorgevano le segherie… (da L’amico ritrovato)
Niente resurrezioni per favore, esortò Uhlman al termine della Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato è parte, stentando a considerare concluso un capitolo che in realtà non lo è neppure oggi.
Messaggi, mi dissi allora, come nel secondo episodio, dove fece ripercorrere a Konradin, in forma di epistola, la medesima memoria descritta nel primo episodio da Hans, attingendo al consiglio del poeta Rainer Maria Rilke: “Confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della notte: devo io scrivere?” (Lettere a un giovane poeta).
La lettera di Konradin non avrebbe mai raggiunto l’amico, ma chiama testimone il destino a farsene latore.
Fu grazie a Jerry Schatzberg se questo romanzo breve, rastremato come una novella, divenne un film: ne diresse la trasposizione cinematografica in modo tale che la storia poté confermarsi sullo schermo una canzone d’autunno, struggente e poetica, di cui comprendiamo solo alla fine il significato implicito nel titolo.
Alberi e cespugli di lauro, foreste che si stendevano per miglia e miglia e il Neckar che scorreva lento, tra rupi, castelli, pioppi, vigneti, città antiche verso Heidelberg, il Reno e il mare del nord… quando calava la notte la vista era magica come quella di Firenze dall’alto di Fiesole, migliaia di luci, l’aria calda profumata di gelsomini e di lillà e tutt’attorno le voci, le risa, i canti… (da L’amico ritrovato)
Ma chi è Jerry Schatzberg?
“Tutti conoscono le mie foto ma pochi sanno che le ho fatte io”, spiegò anni fa il regista in un documentario presentato su Il manifesto.
Autore di scatti celebri come quelli a Bob Dylan, tanto da divenirne il fotografo preferito, fu anche il talent scout che scoprì Al Pacino in un teatro di periferia, per dirigerlo nei primi film. Schatzberg è un’icona dai moltissimi talenti, con perspicacia e sensibilità girò L’amico ritrovato, avvalendosi dello screen play di un premio Nobel del calibro di Harold Pinter.
Philippe Sarde accompagnò le scene con una musica tenue ed espressiva, mentre raffinatissima è la scenografia di Alexandre Trauner, sia nelle sequenze cittadine che in quelle bucoliche.
Il nascere di una bruderschaft, fratellanza che si instaura in quell’età difficile che è l’adolescenza, è introdotta dal flashback evocato da Hans (un pacato e intenso Jason Robards), ormai adulto avvocato che vive negli States sin da ragazzo. Da vicenda emozionale e personale, L’amico ritrovato diviene romanzo storico, ambientato in Germania durante gli anni di ascesa del nazismo.
L’amicizia spontanea nata tra i banchi di scuola, due ragazzi con la passione per la lettura e l’hobby del collezionismo di monete greche antiche, uno ebreo dell’alta borghesia, l’altro aristocratico di nascita, viene descritta a partire da febbraio del 1932 e si estende fino a Natale, un mese prima che Hitler prendesse il potere.
Il Neckar scorreva dolcemente intorno alle isole piantate a salici, tutto ci comunicava sentimenti di pace, di fiducia nel presente, di speranza nel futuro…(il Neckar ci tentava con “miti zefiri nunzi d’Italia e tu con i tuoi pioppi amato fiume…”). A volte sulla cima di una montagna… potevamo osservare il Reno che scorreva rapido, i Volsgi color lavanda e la guglia della cattedrale di Strasburgo… O il Danubio con i suoi alberi assai di bianco fiore rosato i più scuri, selvaggi di verde cupa fronda folti (da L’amico ritrovato)
L’arte risuona nelle parole di Uhlman come nelle sequenze di Schatzberg, il genius loci si esprime nella sua potenza, sovrastando le drammatiche vicende umane.
Bruscamente, al legame profondo si sostituisce la scelta di Konradin di appoggiare la nascente dittatura, tanto da rinnegare l’amico. Preparazione di questo erano stati i dissidi familiari volti a distrarre il conte Konradin dall’amicizia con un ebreo e ancora di più il suo imbarazzo. Dal canto suo, Hans ripara in America, mentre i familiari decidono di rimanere a Stoccarda dove finiranno con l’uccidersi perché presaghi dell’Olocausto imminente.
Così tutto s’interrompe e viene infranto. E il cambiamento è così rapido ed improvviso, nonostante tanti segnali l’avessero annunciato, che chi vi assiste è spaesato. Hai la sensazione di un fusto verde e sano che venga crudelmente spezzato.
Pienamente partecipi dello stupore di Hans e dell’ostinazione di Konradin, interpretati felicemente da Christien Anholt e Samuel West, anche noi spettatori proviamo disagio misto a nostalgia per un’età piena di sogni che non ci appartiene più, come descritto nella Canzone d’autunno di Paul Verlaine:
I lunghi singulti
dei violini
d’autunno
mi lacerano il cuore
d’un languore
monotono.
Pieno d’affanno
e stanco, quando
l’ora batte
io mi rammento
remoti giorni
e piango.
E mi abbandono
al triste vento
che mi trasporta
di qua e di là
simile ad una
foglia morta.
Ma l’arte ci soccorre. L’arte di per sé stessa è forza prorompente, è wilderness. La natura è ormai troppo umanizzata, la wilderness riconduce alla forza nuda della terra di cui gli uomini fanno esperienza, è il sale di speranza da cui traggono sostegno, qualunque evento li minacci. Da quell’arte Uhlman ricava un episodio cosmologico che si tramuta in poesia prima che in letteratura, perché “l’arte sopravvive nel mondo civilizzato come piccole isole di wilderness per mostrarci da dove veniamo” (Gary Snyder).
…il lago di Costanza dall’atmosfera sognante più di ogni altro lago e Tubinga dove Hölderlin “Hyperion”, il nostro profeta preferito, aveva passato 36 anni della sua vita fuori di senno, “von der Gotten entfürt”, rapito dagli dei; osservando dall’alto la torre che era stata casa e mite prigione del poeta, recitavamo la nostra poesia preferita:
Con gialle pere pende
e folta di rose selvatiche
la campagna del lago
o cigni soavi
ed ebbri di baci
tuffate il capo
nella sacra sobrietà
dell’acqua.
Dove li prenderò
quando è l’inverno, i fiori
E dove il sole
E il rezzo della terra?
Le mura si levano mute
e fredde, nel vento
stridono le banderuole
(Al mezzo della vita, Friedrich Hölderlin)
E ora rifletto che se di quest’opera, di quest’amicizia vagheggiata, potessi ricordare solo le dolci colline di Svevia, non dovrei preoccuparmi di smarrire di proposito il tempo ritrovato, invocando nuove regole dell’arte della dimenticanza per i giorni che verranno.
Scrisse Uhlman: “Ognuno era colpevole, ognuno era vittima, il destino aveva compiuto la sua opera”.
(Tutte le poesie citate sono contenute nel romanzo “L’amico ritrovato“)
- L’amico ritrovato. Un film diretto da Jerry Schatzberg; scritto da Harold Pinter, basato sul libro di Fred Uhlman; direttore della fotografia, Bruno De Keyzer; musiche di Philippe Sarde; scenografo, Alexandre Trauner; prodotto da Anne Francois; distribuito da Castle Hill Productions.
- Durata: 120 minuti.
- Attori: Henry, Jason Robards; Hans Strauss, Christien Anholt; Konradin von Lohenburg, Samuel West; Grafin von Lohenburg, Francoise Fabian; Lisa, Maureen Kerwin.
- Girato a Berlino, Stoccarda e New York è stato nominato per la Palma d’Oro a Cannes nel 1984.
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.















8 risposte
Che libro straordinario! E pensare che per anni è stato nella mia libreria insieme ad altri quattro che mi feci spedire tantissimo tempo fa. Nel lontano 1989! Sono stati sempre uniti in ogni spostamento in ogni trasloco. Non sono riuscito mai a capire quale diavoletto mi ha impedito l’approccio alla sua lettura. Ritenevo trattasse una materia noiosa? Complicata? Inattuale? Fatto sta che leggendo la recensione di Jo è scattata la curiosità e nella serata di ieri, 25 settembre, mi sono immerso nella lettura e l’ho finito tutto d’un fiato a mezzanotte in punto! Talmente è stato avvincente e scorrevole. Dunque ci voleva la nostra Jo per esorcizzare il blocco di interesse conoscitivo verso questa magnifica opera. Come si dice? Meglio tardi che mai. Ma veniamo alle impressioni (tutte positive) scaturite dalla lettura. Premetto che la traduzione dell’edizione in mio possesso è quella di Mariagiulia Castagnone. Ottima. Novella, racconto breve? Come definire il libro? Qualcuno ha detto che si tratta di un romanzo in miniatura e credo sia la definizione più azzeccata.
La prima impressione dunque è quella che fra i due giovani ci sia un’attrazione che vada al di là della semplice amicizia. Insomma un’omossessualità latente. E di frasi a riguardo nei primi sette capitoli, il libro ne è disseminato. Capitolo due: “Studiavo il suo volto fiero, dai tratti finemente cesellati e sono certo che nessun innamorato guardò mai Elena di Troia con altrettanta intensità, né fu più conscio della sua inferiorità”. Cap. 4: “Poi il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto – e chi avrebbe potuto restare indifferente? – mi facevano pensare a buon diritto che avessi finalmente trovato qualcuno che corrispondeva all’ideale d’amico da me vagheggiato”. Ed il saggio ginnico per attrarre l’attenzione di Konradin: “La paura era sparita, sostituita da un unico pensiero: dovevo farlo per lui”. Ancora più esplicitamente nel Cap 5: “…camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi”. Bollacher, uno dei compagni di scuola li soprannomina “Castore e Pollack”. Intravedendo forse l’ambigua amicizia. Ma i due si sentono in una botte di ferro convinti come sono che: “La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini.“ Avevano solo sedici anni e come ci si poteva aspettare da loro che fossero in grado di capire gli eventi del momento? (cap. 16).
Assorti anche e soprattutto nel trattare grandi temi come quello dell’esistenza di un Dio, ad esempio. Per i due amici fraterni il “problema fondamentale non era più la natura della vita, ma ciò che di questa vita, priva di valore e al tempo stesso preziosa, dovevamo fare. Come impiegarla? A che fine? E per il bene di chi, il nostro o quello dell’umanità? Com’era possibile, insomma, mettere a buon frutto quella brutta realtà che era l’esistere?”.
La lettura inoltre mi ha fatto anche contestualizzare gli estratti paesaggistici riportati nella recensione.
Giustamente Jo Gabel ci fa notare che il libro è sì spunto autobiografico ma anche un po’ di fiction. Giusto per far funzionare la storia. Verissimo. Bella infatti la trovata finale di annoverare Konradin fra i partecipanti all’attentato del 44 ad Hitler. Hans ritrova così idealmente il suo vecchio amico. Nobilitato in un’azione di riscatto. Nella vita l’autore non andò a New York per espatriare ma prima in Francia e poi a Londra. Dove si sposò. Quanto al film di Schatzberg anch’esso “si prende molte libertà rispetto alla storia originale”. Come dire a ognuno il suo mestiere. Ma mi piace chiudere con una riflessione del nostro Italo Calvino:
“Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura”. (Italo Calvino)
Un caro saluto a Jo e alla redazione che sempre gentilmente mi ha accolto.
Domenico Mainiero
Complimenti per gli approfondimenti. Ho visto il film due volte ma non ho letto il libro. La storia è indimenticabile.
Ciao Domenico, mi fa piacere che tu abbia letto il capolavoro di Uhlman, spero lo rileggerai altre volte.
Nel libro si esalta un sentimento importante, è vero. È l’amicizia, un’ammirazione genuina per quei valori che l’amico incarna, gli stessi che renderanno più aspra la delusione. Di desiderio e pulsioni se ne discute col pudore di quei tempi, parlando di donne vagheggiate, sia nel libro che nel film. Insomma, purezza di ideali e lealtà: un apprezzamento estatico. Più ispirazione, meno legione tebana. Ma poteva esserci anche amore virile, che non c’è.
Ciao Nicola, grazie per il tuo commento, penso anche io che sia una storia bellissima. Spero che tornerai a trovarci.
Jo,non ho letto il libro, però L’autore mi piace e anche le poesie citate.Devo dirti che i poeti hanno la percezione della vita e della morte,sono troppo riflessivi: riescono anche a sentire il respiro di un albero,il pianto di una foglia che cade,la voce argentina di un ruscello che canta .Non mi meraviglio che Uhlman sia così nostalgico,infatti la poesia mi ha colpito in quel tratto in cui sta già pensando all’ inverno tra le mura fredde senza poter vedere i fiori.E la mia ossessione,benché l’autunno mi regali colori fantastici,per scrivere e sognare per un mese e forse più!!!Io non avendo una vita sociale,mi rifugio in giardino,abbraccio gli alberi: dirai che sono strana,ma ci credi che ho pianto quando si ey seccato un grande abete mio amico?Sono seduta su un suo tronco ,che mi sono fatta lasciare dal tagliaalberi!!! Un cedro del Libano che conserva ancora un profumo speciale!! Tanto per dirti che cerco di uscire dai problemi quotidiani,politici e tutto il resto,che a dir poco ci ha quasi distrutto.
Cercherò di trovare il libro e dopo averlo letto ti scriverò le mie impressioni a riguardo.Jo ,ti ammiro molto per la tua scrittura e questo articolo è veramente grandioso ,forse troverò anche il film per rendermi conto del contenuto di questo romanzo Grazie ,buon lavoro,e buona serata!!!Un abbraccio!>0
Grazie Anna di questa immagine poetica in cui ti immaginiamo seduta sul tronco del tuo amato cedro a leggere Uhlman. Credo che la poesia parli al cuore e non alla mente e che in quel momento si sia tutti più vicini. Tu, come gli altri amici e lettori convenuti a questo incontro.
Ciao Jo! Ho letto con intenso interesse! Eppure
emotivamente mi raggela qualsiasi informazione riguardo al nazismo, figurarsi un film e un libro: rimbalzo indietro letteralmente e ho un senso di nausea potente… È iniziato tutto quando a scuola l insegnante ci ha proposto “La Storia” di Elsa Morante… Mi son detta “ecco cosa è successo”, avevo intuito tante cose sussurrate qua e là e finalmente è arrivata la giovanissima insegnante di Lettere, che intendeva bucare il velo di censura della scuola privata dove lavorava, e svegliare noi ragazzine
a cui non si voleva far sapere la verità!
L amicizia si manifesta spontaneamente anche tra gli animali…. Cosa succede alle persone in situazioni così irreali innaturali come quelle vissute dai due protagonisti?
Ora il tuo racconto mi invita ad approfondire, mi ci vuole un po’ di coraggio, ma ci provo Jo! Grazie!
Ciao Paola, mi fa piacere aver stimolato la tua curiosità. Nostante i motivi che ti preoccupano, troverai la lettura piacevolissima e il film interessante. Il riferimento a Morante mi è piaciuto molto perché fu coraggiosa come Uhlman nello scorgere nuovi orizzonti al di lá del male.