Educazione sentimentale. Romher: la dernière vague e le eterne ragioni del cuore

Altro che educazione sentimentale! Protesterebbe Flaubert a proposito della dernière vague e delle eterne ragioni del cuore di Éric Rohmer.
Affermare che l’opera di questo regista sia stata tutta una lunga educazione sentimentale, non esime dall’ammettere risoluzioni diverse da quelle dal grande romanziere.

Ce c’est qu’on a eu de meuilleur, fu la frase di Flaubert che Jean Luc Godard citò alla fine del documentario plauso a Romher: tutto teso a far trionfare la parola fiume, in uno stile letterario, con incursioni filosofiche e romantiche, il regista era riuscito ad incentrare il suo sperimentalismo dialogo/immagine sul flusso narrativo di una storia .

Se impiegassi un’ inquadratura di Rohmer in un flashback, un occhio squarcerebbe i boccoli della prima permanente di una giovane, uno sguardo che vuole decodificare il trasporto delle creature per la vita. Appare straordinario e ancora denso di mistero, incantante come una fiaba, il moto che accosta i cuori e li fa vibrare all’unisono.

Le idee però le ha chiare quella ragazza piena di riccioli: è certa che ci sia un metodo, come per tutte le cose del mondo, e che apprenderlo la salverebbe dai luoghi comuni e dalle convenzioni.

La ragione per cui le è piaciuto L’amico della mia amica è mio amico, il film di Rohmer del 1986, essenzialmente è il seguente: raccontava di persone poco più grandi di lei, già lanciate come adulti indipendenti nel mondo del lavoro, delle relazioni, in un universo pieno di promesse a cui occorreva prepararsi. Ogni insufficienza, ogni debolezza doveva essere affrontata e bandita, pensava allora…

immagine per L'amico della mia amica è mio amico di Éric Rohmer
L’amico della mia amica è mio amico di Éric Rohmer 1987

Per fortuna quella ragazza non esiste più, si è messa in salvo da tempo, approdata alla terra fecondissima dove si riconosce la propria fallibilità. Ma assistere dopo tanti anni a quel film, mi ha fatto ricordare cose un po’ nascoste, custodite come segreti ineffabili, sopratutto avvenimenti che erano predestinati a scatenare la forza eversiva dei primi amori.

Rifletto che alla fine degli anni 80, l’amicizia, i codici d’onore, le aspirazioni, erano state le stesse di tutte le generazioni di giovani.

Seppure si opinasse che oggigiorno l’educazione sentimentale si fa sempre più virtuale e mediata dalle varie tecnologie, si dovrebbe ammettere che le istanze sono le stesse. Il cinema, la tv e ora internet -in modo più subdolo- ci insegnano cosa si vuole da noi: che si sia attivi, impegnati, affaticati, delusi, combattivi, perdenti, dileggiatori… Ma il gene della gioventù implementa le stesse speranze in qualsiasi epoca. Così un tempo quel ruolo appartenne non solo alla famiglia, alla scuola, ma anche ad un gruppo di amici vitale e contiguo, sopratutto creativo, partecipe di un’immediatezza non filtrata. Non esistevano tecnologie cui demandare tutto o quasi.

Rivedendo L’amico della mia amica… ho scoperto che dentro alcune immagini avevo riposto qualche riflessione, che pendeva come una ragnatela da un vecchio mobile. Una soffitta buia, sulla cui soglia ho indugiato (scriverne oppure no?), fino a decidermi di spalancarne la finestra e farvi entrare la luce. E ora, anziché parlare di un film, mi sembra di aprire un baule pieno di abiti di colori sgargianti, di sciarpe di tulle usate a guisa di fasce per capelli, di rossetti color ciclamino, di zainetti, di tracolline, di collane dai grani color pastello, di guanti di merletto, di spalline per imbottire camice, giacche e poi anche vinili, musicassette, diari holly hobbie e sarah kay, innamorati di Peynet

A molti, L’amico della mia amica è mio amico sarà parso un apologo, ennesimo film facente parte del ciclo Commedie e proverbi del grande regista, autore della Nouvelle Vague. Ma dai precedenti –Il raggio verde e Reinette e Mirabelle- si distingue come una vera commedia, corredata di una sceneggiatura e di un racconto lineare, una messa in scena che ricorda un’opera teatrale inserita in un tipo di cinema verità.

Il taglio potrebbe apparire quasi filosofico, col fine di spiegare l’emozione di vivere dei giovani, senza per questo divenire moraleggiante, ma i sentimenti dei protagonisti, le loro reazioni al modificarsi delle situazioni, le sensazioni, sono straordinariamente attuali.

Blanche, Léa, Fabien, Alexandre e Adrienne, al di là del gergo tipico della gioventù di quegli anni, acquisiscono poco per volta, sotto i nostri occhi, le sembianze dei giovani di oggi e ci aspettiamo che le ragazze in costume esibiscano un tatuaggio, assieme ai toni secchi delle risposte, mentre i dialoghi si espandono dal nucleo essenziale, costituendo una caratteristica di tutta l’opera di Romher.

Il proverbio da cui parte è Gli amici dei miei amici sono miei amici e adottando la progressione scenica, da vero burattinaio, il regista ne colma ogni lacuna. Realizza un triangolo amoroso, che diviene presto un quadrilatero, dove i colpi di scena capovolgono situazioni alla Marivaux, quella commedia degli equivoci cui sono debitori tanti film anglosassoni. Si è persino tentati di osservare che i ragazzi vivano la loro condizione senza passione, come una specie di osservazione antropologica dello stato degli esseri, molto simile a quella consona ai giovani di oggi.

Ma poi l’ambiente del film, loro speculare, diviene funzionale al messaggio: è Cergy-Pontoise, a pochi chilometri da Parigi, una cittadina dotata di strutture funzionali al divertimento e alla vita dei ragazzi (parchi, foreste, piscine, laghetti per il surf). Non sembra si possano annoiare, eppure anche lì i giovani non sono felici, proprio perché sono giovani. Essere giovani negli anni 80 era altrettanto difficile, anche se, al contrario di oggi, il mainstream insisteva che la felicità si dovesse trovarla da soli.

Figli di una generazione che ancora ricordava guerre, i disagi e le privazioni. Si era fortunati se si poteva studiare, si sentiva dire, se si poteva avere del cibo in tavola e qualche divertimento. Ma l’aspirazione era la stessa per tutti: quella di lavorare ed essere indipendenti, trovare l’amore, non necessariamente in quest’ordine. A pochi riusciva, molti si adattavano, altri lasciavano il proprio paese.

Traspaiono pure correlati interiorizzati. La tristezza, la malinconia che pervade il film, spinge la protagonista Blanche a combattere le sue personali insicurezze. Si sente racchia e lo ripete più volte, perché i modelli ci sono sempre stati, ma nessuno offriva pronti strumenti chirurgici cui fare ricorso, se non in casi estremi. Assistiamo al crescere di una risoluzione che la porta ad autoanalizzarsi con volontà indomita, sbaragliando le perplessità.

La ragazza dovrà imparare ad accettarsi e il processo di accettazione passerà attraverso l’esperienza d’amore: la sua educazione sentimentale non le permetterà di rubare il ragazzo della sua amica, ma poi in un certo senso le circostanze agiranno in tal senso, mostrandole che l’oggetto del suo amore precedente che aveva idealizzato, era in realtà solo un sogno di emancipazione.

Questa ricerca del sentimento fa imbattere in situazioni imbarazzanti e contraddittorie, ma anche comiche e problematiche, per giungere al finale in cui tutto si aggiusta e appare quel gioiello di ironia che solo Romher poteva regalarci sulle “eterne ragioni del cuore”…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

2 commenti

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  • ….classico quadro della forzata educazione ricevuta negli anni ottanta dove tutto o quasi era peccato

  • Bellissimo questo articolo. Proprio vero noi ragazzi degli anni 80 avevamo due obiettivi lavoro e famiglia… Tutto distrutto dagli anni successivi. Non so quante coppie unitesi in quegli anni, siano ancora tali… E la famiglia è oramai un concetto astratto…