Chance: Fintanto che le radici non sono recise, va tutto bene, e andrà tutto bene, nel giardino.
Presidente: Nel giardino…
(Dal film “Oltre il giardino” 1979)
Salari da fame con lo spread che si impenna, l’inflazione galoppa e i motivi della guerra, una guerra che nessuno ha mai voluto. Nessuna guerra è santa, altrimenti la pace sarebbe indiavolata, dileggiava un comico in un’altra epoca.
E proprio di un attore comico parleremo oggi. A molti il suo nome strapperà un sorriso: si chiamava Peter Sellers.
Di lui ricorderemo la straordinaria abilità interpretativa, come pure il messaggio che lanciò attraverso il suo penultimo film.
Un attore complesso e malinconico, tormentato come solo certi comici sanno essere.
A chi chiedeva cosa pensasse della guerra, il personaggio che interpretava rispondeva: “Verrà la primavera”.
Per l’occasione saremo terribilmente inappropriati, come lo fu questo attore quando dispose che al suo funerale fosse suonato un noto swing: In the mood di Glenn Miller (sic).
Non c’è espressione più immediata della satira intelligente per accorgersi di quello che non va, dato che lo status quo è motivo sufficiente a far protestare che non se ne può più.
Enzo Traverso, che insegna all’università Cornell negli Stati Uniti ed è uno dei più interessanti storici italiani, sostiene che “…sia avvenuto un offuscamento della parola «rivoluzione», ormai diventata priva di contenuto, un significante vuoto. Un tempo la sinistra doveva scegliere tra riforma e rivoluzione. Oggi «rivoluzione» definisce l’ultimo modello di iPhone e «riforma» una misura di regressione sociale…”
Se dire basta non servisse, assumere lo sguardo di Peter Sellers nei panni di Chance-giardiniere in Oltre il giardino farebbe la differenza.
Accostandoci a questo personaggio iconico, nato nel 1971 dalla penna di uno scrittore polacco naturalizzato statunitense, Jerzy Kosinski, scopriamo che ha ancora molto da insegnare.
Quando Oltre il giardino divenne un film con la regia di Hal Ashby, aggiunse un tassello al cinema di denuncia, inaugurando quella critica dei politici e dei media che ancor oggi coglie nel segno, con una sottigliezza disarmante.
Ma in quel film c’è di più, c’è un altrove immaginifico della coscienza umana, un terzo stadio a nostra disposizione, in cui Sellers si cala attraverso l’ultimo grande personaggio, un giardiniere costretto a lasciare la casa in cui è vissuto fino alle soglie della vecchiezza, quando il suo ricco benefattore – forse il padre – muore.
Il giardino in cui ha trascorso l’esistenza, con l’unica finestra sul mondo rappresentata dallo schermo televisivo, è tutto ciò che ha senso per Chance.
Uscendo in strada per la prima volta con gli abiti di perfetta fattura del defunto, cappello e ombrello, quel puro di cuore scopre che la società non somiglia a quella rappresentata in televisione.
Seguono eventi a causa dei quali viene ad essere benvoluto da un magnate della finanza (Melvyn Douglas, che meriterà l’Oscar come migliore attore non protagonista). Il nuovo mentore si mostra stupefatto dell’acume di Chance: se quest’ultimo parla di giardinaggio, l’altro lo crede ideatore di sagge metafore sulla vita e ne apprezza la rara perspicacia; persino la moglie (un’esilarante Shirley MacLaine) aspira ad impalmare Chance.
Dalla sceneggiatura brillante di Kosinski con collaborazioni non accreditate volute dal regista Hal Ashby, capiamo che essere lì non accade per caso, ma può accadere malgrado tutto.
Malgrado una cultura televisiva e multimediale che rappresenta quanto di più accelerato e cinico possa esserci, quel film sembra svelare il senso della realtà.
Sellers rimase rapito da quel soggetto e fu subito in the mood per la trasposizione cinematografica, sin dalla pubblicazione del libro, 8 anni prima, dicendosi pronto a calarsi in quel personaggio, come evidenziò nel telegramma che inviò al regista: “Mi troverai nel giardino o altrove, firmato Chance giardiniere”.
Giorgio Vasta, nella prefazione all’edizione Minimum fax del romanzo, parla di Chance come di uno dei grandi personaggi cavi della storia, della letteratura e del cinema, assieme al Principe Myskin de L’idiota di Dostoevskij, a Monsieur Hulot di Jacques Tati, a Forrest Gump e persino Mister Magoo, Don Chisciotte e Gesù Cristo: “…Personaggi separati, resecati dalla loro origine, personaggi senza passato, dunque. Ma al contempo personaggi che non muovono in direzione di nessun futuro…”.
Forse perché il senso di Chance sta, come recita il titolo originale del libro, nell’hic et nunc, nella presenza, nell’esserci adesso.
Sarà tardi per tornare alla semplicità di pensieri e costumi, così distante da chi abbia voluto vedere in Chance una sorta di ebete o innocente del villaggio? In quel film lacerante che seppe far sorridere, Sellers commosse ed ispirò tenerezza attraverso una delle più grandi satire sociali e politiche mai interpretate da un attore così geniale. E se da una parte non riuscivi a simpatizzare per Chance, dall’altra non smettevi di esserne affascinato.
Non stupisce che Stanley Kubrick avesse voluto essere presente alle esequie funebri, quando Sellers morì a causa di un infarto, senza sapere che lo stesso destino lo avrebbe colto 19 anni dopo. Kubrick, che avrà avuto i suoi motivi per vivere da semirecluso, non avrebbe lasciato la sua dimora neanche per il funerale dei genitori, ma non poté mancare di onorare l’amico, il mitico Dottor Stranamore.
L’autore del libro omonimo (Being there/ Presenze/Oltre il giardino, 1971) concluse la sua vita in modo anche più drammatico, soffocandosi con una busta di plastica…
Più a lungo sostò in questa valle il regista del film Hal Ashby (Oltre il giardino; Harold and Maude; Shampoo; The Last Detail; Coming Home) che fece della preveggenza nel dirigere quel vecchio film: la grancassa televisiva disvelava attraverso milioni di specchi la nuova religione, uno sguardo che apparve brutale sull’America di allora.
Nel presente è facile riferirlo, attraverso internet e i social, al mondo intero. L’interattività del web è solo apparentemente libertà, dato che si muove entro canali prestabiliti e persino l’arte fatica a svincolarsi dalle regole del mezzo.
Per fortuna ci sono isole di consapevolezza anche lì, sulle bacheche dei social, dove un anonimo ha scritto:
“Se la mitezza annoia i più, lo zapping compulsivo della scimmia si accalora mentre altrove si compiono i destini della nostra razza…”
Ecco che il macabro, il grottesco, il tenebroso, l’impudico e l’esaltante bollono nello stesso calderone descritto anzitempo da Federico Fellini, fino a tramutarsi in convenzione ai nostri giorni. Nessuna vera rivoluzione è in atto, se non quella del pifferaio che intona sullo zufolo le note su cui far ballare, come in quello schizzo del Maestro che ebbi in dono all’anteprima di un suo film.
“Quel che noi concretamente vediamo o percepiamo – scrive Giovanni Sartori – non produce “idee”, ma si inserisce in idee o concetti che lo inquadrano e “significano”. È questo il processo che viene atrofizzato quando l’homo sapiens viene soppiantato dall’homo videns…” (Homo videns, Laterza, V edizione, 2004)
E dunque – ecco l’inappropriatezza – cosa dovremmo fare? Come il giardiniere della storia attivare i neuroni specchio per far buon viso a cattivo gioco?
O semplicemente divenire opportunamente inconsapevoli per evitare qualunque inciampo?
Soffermarsi a riflettere sull’atteggiamento con cui si guarda alla guerra in Europa, rende evidente che la si voglia dimenticare, sebbene il disinteresse non sia un valore da alimentare. Ma la perdita di capacità di reagire contro le ingiustizie è sotto gli occhi di tutti.
Indubbiamente questo film fa riflettere anche ai nostri giorni e dischiude molti metalivelli interpretativi: Caleb Deschanel, il direttore della fotografia, ne seppe far tesoro attraverso le immagini. Se Chance è sconcertato dallo scoprire che il mondo non può cambiare con il click di un telecomando, allo stesso tempo, nella scena finale, il film raggiunge un livello filosofico.
Il romanzo Oltre il giardino terminava con l’immagine della ricca moglie del magnate che apriva la portiera dell’auto a Chance, come il marito avrebbe desiderato, affinché quel misterioso uomo prendesse il suo posto. Ormai l’idea che Chance potesse sbagliarsi, commettere un’imprudenza ed essere riconosciuto per quello che era, è sfumata e la trama ci fa intendere che potrebbe essere eletto alla presidenza degli Stati Uniti.
Ma un film somiglia ad un sortilegio, non segue schemi predeterminati e Ashby disse la sua cambiando il finale del romanzo: Chance cammina sull’acqua come Gesù, o come Gustavo Rol sul lago del parco torinese…
Peter Sellers fa qualche passo nella scena e si preoccupa di mostrarci di essere davvero in piedi sul pelo dell’acqua, chiamando in causa il giudizio dello spettatore: Chance è davvero un essere speciale? È una specie di Cristo?
Ogni immagine del film ha un doppio strato, come ogni dialogo. Molti critici ne discussero e Roger Ebert scrisse: “Il film ci presenta un’immagine e, sebbene tu possa discutere del significato dell’immagine, non è consentito escogitare spiegazioni per essa. Dal momento che Ashbay non mostra un molo, non c’è un molo: un film è esattamente quello che ci mostra, e niente di più”.
Mentre Chance (che ricordiamo significa “opportunità”) si allontana sull’acqua, poco distante si svolge la commemorazione del magnate morto e giungono le parole del testamento spirituale del defunto: “…la vita è uno stato mentale”.
Il fatto di passeggiare sull’acqua non stupisce Chance, perché la sua mente non è influenzata dalla nozione di impossibilità.
Val la pena chiedersi se l’apparente mancanza di intelletto di Chance non sia piuttosto saggezza suprema.
Ma chi viene ingannato ora? Il film coinvolge personaggi e spettatori: un gioco innescato dalla percezione con cui si sceglie in quale illusione credere.
D’altronde tutti viviamo le nostre esistenze all’interno delle immagini che alimentiamo o che altri creano per noi, a cui ci conformiamo, ecco perché la vita è uno stato mentale.
A meno che qualcosa di molto inappropriato non ci desti alla verità…
Come suonare In the mood ad un funerale.
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.













2 risposte
Ormai non mi meraviglio più delle tue citazioni che condivido sempre.
Ma questa volta mi fa piacere far presente che Giovanni Sartori, incontrato molti anni fa, è stato il primo a parlare di quel processo di atrofia, che si è ormai verificato per la sostituzione dell”homo sapiens con l’homo videns. Buoni pensieri estivi Jo!
Grazie Pino per la tua attenzione e per questa precisazione che arricchisce il discorso: mi piacerebbe saperne di più.