La tenda rossa (a different kind of story)

Eretta sullo squallido pack, la tenda rossa catturò la mia attenzione come tutti i racconti di esplorazioni, finché arrivò il giorno in cui il destino ribaltò le prospettive e dovetti farmi carico di quegli eventi che, come vedrete, entrarono a far parte della mia vita.
Più che scrittrice mi sento portinaia. Mi accorgo che vicino a me vanno e vengono tante storie, qualcuno si sofferma e si fida tanto da lasciarmi le chiavi di casa sua, delle sue memorie, perché possa esserne custode in sua assenza.
Le trame, poi, si riannodano quando meno te lo aspetti. Come scrisse Isabel Allende, tra gli eventi sussistono relazioni che si palesano solo col trascorrere degli anni.

Mi chiedo se fosse davvero così squallido il pack, come lo definirono allora. Oggi quella banchisa non esiste più: con il riscaldamento globale, a quei gradi di latitudine e longitudine, c’è solo il mare.
Se un velivolo vi precipitasse, colerebbe a picco, a differenza del dirigibile Italia, che nel maggio del 1928 vi disperse parte del suo carico umano, prima di andare alla deriva. I naufraghi su quell’ultima frontiera poterono resistere 48 giorni, una disgrazia che tenne il mondo col fiato sospeso e che, come spesso accade, si dispiegò in polemiche, dietrologie, accuse.

Il sogno è come un viaggio irrazionale, diceva Cartesio, e i grandi esploratori, come Umberto Nobile, l’ingegnere che progettò il dirigibile del nostro racconto o come Giuseppe Tucci, il grande orientalista, che fu un Indiana Jones in carne e ossa, possedettero lo stesso sguardo teso al futuro di un Marco Polo, a dispetto dei tempi nei quali vissero.

Ma come mai, mentre il mio cuore rimane incagliato nei recenti avvenimenti delle coste italiane, il pensiero vola alla spedizione polare?


È colpa della proprietà transitiva del ricordo, che non considera il tempo che trascorre; sono loro stessi, i ricordi, a sventolare bandiera. Le passioni, le inquietudini, le convenzioni della società, non valgono tanto quanto la responsabilità individuale. Accadde al comandante di quella missione al polo nord di doversi dimostrare innocente delle colpe che gli furono addossate, ma non di render conto a sé stesso di una decisione sbagliata.

Come mi trovai prossima a quei fatti, è il motivo di questa rievocazione.

Una mattina, all’improvviso, era emerso dal silenzio quel suono forte, stridente come non l’avevo mai udito. Dissero che poteva essere un acufene provocato dai tuffi in piscina.

Ero all’ultimo piano di casa, una mansarda dove nessuno saliva più dopo la morte del nonno, piena di cimeli: coppe argentate, souvenir di viaggi, vasi di Murano, poster alle pareti. Echeggiava dei vagiti dei lattanti e delle risate di noi bimbe, delle raccomandazioni di zie, prozie e governanti. Quando si saliva per andare al solarium, le finestre, oggi murate, venivano spalancate e scoprivi che le palme facevano capolino su quella terrazza.

In quella sala sovrastante, che oggi chiameremmo open space, una parete era occupata da una gigantografia degli anni settanta, un film distribuito dall’Italnoleggio cinematografica. Da bambina non avevo idea di che tipo di film fosse. De La Tenda rossa, disegnata su quel poster, non domandai. Fu la sua storia a venire a me.

La locandina mostrava il bianco della neve, con tracce rosso sangue.

D’improvviso, quel sibilo prolungato s’era fatto udire. Come una ruota bucata, come una perdita di gas da un pneumatico.

Anni prima, nel 1969, Ennio Morricone era stato chiamato a scrivere le musiche per una produzione italo sovietica, a fianco del musicista Aleksandr Zatsepin. Franco Cristaldi permise al regista Mikheil Kalatozishvili di sviluppare una trama significativa attorno ad una corte immaginaria, istituita per giudicare un anziano Generale Umberto Nobile (interpretato da Peter Finch), comandante della sfortunata missione al Polo Nord. Testimoni e accusatori, i suoi stessi compagni di traversata, interpretati nel film da attori di spicco: Sean Connery nel ruolo di Amundsen, Luigi Vannucchi, Massimo Girotti e Mario Adorf nel ruolo del marconista, Giuseppe Biagi. E una sola attrice, Claudia Cardinale.

Navigavamo sul Pack, in un momento in cui a bordo tutto era calmo, sporsi la testa da uno degli sportelli a guardare e, nell’aria tersa, i colori del mare ghiacciato risaltavano limpidissimi”.

A parlare è il generale Nobile, al suo terzo viaggio di esplorazione a bordo di un tipo di aeronave che deve la sua portanza a un gas più leggero dell’aria. Non a caso i dirigibili furono denominati i più leggeri dell’aria, contrapposti ai più pesanti dell’aria, gli aeroplani.

Era fantastica la città di cristallo che si stagliava sotto il sole abbagliante della gelata terra di nord est. Al 75° meridiano Greenwich, una grande regione inesplorata appariva come un miraggio all’orizzonte, di sicuro a causa di un effetto ottico. Avevi l’illusione di scorgervi curiose costruzioni, anziché concrezioni aguzze, guglie e picchi che si elevavano sopra i ghiacci. Era la mitica Terra di Gillis, che solo allora si scoprì essere disabitata.

Nonostante il successo del viaggio, nella terza decade di maggio, il Generale Nobile, capo spedizione, decise di rinviare a novembre la ripresa delle esplorazioni a causa della temperatura troppo elevata, ma il meteorologo Malmgren, che aveva degli impegni ad agosto in Svezia, fece pressione perché ci si rimettesse in viaggio.
Il comandante si risolse a procedere e annunciò all’equipaggio che presto avrebbero compiuto il primo esperimento di discesa umana, con una cesta pneumatica calata dall’altezza di 50 metri.

I compiti degli ufficiali scientifici dovevano essere quelli di prelevare campioni di acqua marina, misurare la profondità del mare, la temperatura e rilevare il magnetismo terrestre con l’inclinometro prestato dalla Carnegie Institution. Tutto era organizzato per proteggere gli operatori scientifici. Se per ipotesi il dirigibile si fosse momentaneamente spostato, i ricercatori avrebbero avuto a disposizione razioni di cibo per tre settimane.

Immagino che a questo punto i sostenitori della terra piatta avranno un sussulto: la missione avrebbe portato prove di qualcosa che si voleva occultare fin d’allora, penseranno.

Nella notte del 22 maggio 1928, il generale fece eseguire una prova di rifornimento di gas. Il silenzio era purissimo nell’immobilità glaciale di Kingsbay, il centro di studi nelle isole Svalbard dove il dirigibile aveva attraccato.

D’improvviso, un fischio inquietante lacerò l’aria, come un sibilo di gas.

Nobile mandò a controllare lo stato della tela del dirigibile e appurò che si trattava di un piccolo strappo, forse procurato da un difetto di costruzione della stoffa (si era voluta più sottile di quella del gemello Norge, sebbene provvista di tre strati gommati, utili a proteggere dai proiettili di ghiaccio sparati dalle eliche in corso di navigazione nello spazio artico).

Una volta riparato, venne condotta una seconda prova che andò avanti fino alle 4 del mattino.

Ma come fu possibile un fatto tanto grave? Fu veramente un difetto di costruzione della stoffa? O si trattò di un tentativo di sabotare la missione? Il regime fascista, dapprima entusiasta, si era mostrato disinteressato ad una nuova spedizione del dirigibile. E cosa dire di quel cavo che era stato trovato segato nel precedente viaggio, s’era forse lesionato da solo?

Questo se lo domandarono in molti, poi non se ne parlò più.

Prima della partenza Padre Gianfranceschi, il cappellano della spedizione, recitò una preghiera. Tutti si tolsero il cappello, trepidanti e preoccupati al contempo. Era il 23 maggio 1928. Nobile recò in braccio la mascotte Titina, una simpatica fox terrier che non lo abbandonava mai. In quella sola occasione molti la ricordarono recalcitrante nel salire a bordo: forse il sesto senso degli animali, si disse poi.

Le 150 persone addette mollarono le funi. L’Italia iniziò a sollevarsi per il suo ultimo viaggio…

A 81,14′ latitudine nord e 25,25′ longitudine est, sullo squallido pack, in un raggio di cento metri, sono disseminate cassette contenenti viveri.

Altri ammassi di latta grigiastra fanno pensare ad oggetti caduti dal dirigibile: un borsone contiene un sacco a pelo, dei fiammiferi, una tenda, una pistola colt con munizioni e una per segnalazioni e dei finsko, ossia calzature lapponi. Poi ci sono razioni di cioccolata, scatole di pemmicam (tavolette simili a quelle di Knud Rasmussen, l’esploratore e antropologo danese), ma con altri ingredienti per adattarle al gusto italiano. Contengono: polvere di carne e grasso, piselli, avena, patate, cipolle e sedani. Riunite in cassette di sessanta pezzi, ne avrebbero potute mangiare non più di 250 grammi a testa al giorno.

Quella che sarebbe passata alla storia come la famosa tenda rossa, non era rossa, ma biancastra: il colore rosso era dato da certi fusti di anilina dispersa dal dirigibile nell’impatto e utilizzata in seguito per dipingerne le pareti.

Era quadrata, misurava 2,75 metri per lato, in stoffa di seta, munita di un’intercapedine cerulea; al centro un bastone sorreggeva il vertice della piramide, due funi disposte ad ogni angolo fissavano la tenda al terreno ghiacciato tramite paletti di legno. Il grande sacco dei viveri rallegrò i dispersi e fece sperare il loro comandante in una protezione superiore.

Ma l’idea di gettarli giù era balenata ad un altro eroe, troppo spesso dimenticato.

Infatti, avvinto alla passerella del motore di sinistra dell’aeronave, Ettore Arduino, sottotenente veronese, guardava esterrefatto i suoi compagni precipitati sotto di lui. Nelle esplorazioni sei sempre preparato al fatto che qualcosa possa andare male e quell’equipaggio aveva vissuto molti momenti difficili. Ma quello che era successo alle 10 e trenta del 25 maggio1928, non era facile da spiegarsi. L’impatto violento sulla banchisa aveva aperto come un’apriscatole il pavimento della cabina di comando. Ettore aveva compiuto un gesto sublime e generoso: staccati dal trave i viveri, li aveva gettati giù ai naufraghi. Poi il dirigibile, alleggerito in parte della struttura, s’era impennato verso l’alto, rispondendo alle manovre messe in atto qualche momento prima da Nobile. E filava via col suo ventre massacrato.

Sopra la conca di ghiaccio, spessa tre, quattro metri, i sopravvissuti andavano prendendo poco a poco consapevolezza dell’accaduto. In modo sorprendentemente rapido si riorganizzarono, issarono la tenda, curarono i feriti e riposero la salma del povero motorista di Cassino, Pomella (per tutti Vicenzino) in una feritoia del ghiaccio, affinché gli animali predatori non la dilaniassero. Era morto con i suoi occhi azzurri, color del Tirreno, spalancati sul pack: non appena si era sollevato, aveva guardato attorno e una sincope l’aveva colto. Era rimasto così, seduto, con i capelli d’oro mossi dal vento.

Entro le 17 e 30 dello stesso giorno, il marconista aveva radunato tutto il materiale per far funzionare la radio Ondina, dispiegandone il dipolo: il pomeriggio stesso lanciava il primo SOS, la loro sola speranza di salvezza. Iniziò così la lunga resistenza a quella sorte incerta.

Viveri, armi, strumenti vengono impilati e ci si rende avvezzi al gusto del pemmicam; giorni dopo si uccide un orso che si era avvicinato tranquillo e che stava giocando con delle bombole: non si poteva rischiare che distruggesse la tenda e, oltre a ciò, necessitavano di cibo.

Ma dove saranno gli uomini rimasti sul dirigibile Italia che volava alla deriva? E perché l’aeronave era precipitata?

Il gruppo inizia a perdere la speranza e si separa: Malmgren, che avrebbe voluto uccidersi dopo la caduta e che era stato indotto dal comandante a sperare, per paura di morire di fame, si propone di attraversare la terra di ghiaccio con Adalberto Mariano e Filippo Zappi. Un tentativo disperato, durante il quale morirà d’inedia.

In seguito molti avrebbero riesaminato la manovra tentata dal generale per contrastare il malfunzionamento del velivolo. Quel 25 maggio avevano proceduto a bassa quota per mantenere la rotta a dispetto della tempesta di neve, dato che il meteorologo aveva errato nelle previsioni.

Un esperto pilota, anni addietro, mi illustrò le fasi di quel disastro, evidenziando che i comandi impartiti erano stati tempestivi ed adeguati. Circa le accuse che furono rivolte a Nobile riguardo la mancanza di autorevolezza nel comando, non rinvenni alcuna prova.

D’altro canto non potei convenire dell’irragionevolezza del trasvolatore che per primo atterrò sul pack per prestare soccorso: Lundborg, questo era il suo nome, comunicò al comandante l’ordine di recarsi fuori dalla zona del disastro per coordinare le operazioni di salvataggio, in caso contrario non avrebbe trasportato alcun altro, visto che il toscano Natale Cecioni, l’altro ferito grave, era troppo pesante e a bordo c’era già un secondo pilota. Il generale, che intendeva salvare prima i suoi uomini, fu costretto a conformarsi agli ordini e salì a bordo con Titina.

Ma una brutta sorpresa lo attendeva…

 

A Porta Portese, il mercatino delle pulci della città di Roma, devi andarci di buon’ora se vuoi trovare qualcosa di interessante. Col mio ragazzo di allora ci andavo spesso. Lui coltivava la passione delle radio antiche, io cercavo macchine fotografiche vintage. Portarle a casa era roba da incoscienti, in sella al mio che si sbilanciava lungo il rettilineo della Via del Mare, mentre procedevamo tentennanti.

Quel mattino di luglio avevamo bighellonato tra le bancarelle fino a mezzogiorno, l’odore di ciambelle mescolato a quello dei würstel alla griglia ancora svaporava dai marciapiedi arroventati e dalle grate degli sfiatatoi, mescolandosi all’olezzo della merce esposta. Lungo le stradine parallele erano raggruppati vestiti usati, statuine di capodimonte, cristalli di varie fogge, pitali, quadri, mobiletti tarlati, monete, pizzi, scatole di tampax semivuote, scarpe usate e poi oggetti stinti, pelliccette logore, specchi sfregiati… se eri fortunato, potevi scovare una radio a valvole proveniente da qualche cantina che era stata sgombrata.

Eravamo in piedi dalle 5 del mattino, avevo sonno e mi sentivo svogliata. Accesi una sigaretta, mentre osservavo il mio ragazzo, chino su di una cassetta di legno chiaro. Mi sorpresi a pensare che era grande come la bara di un bambino e proprio in quel momento, d’improvviso, quel sibilo si era fatto udire di nuovo. Profondo, angosciante e temetti che non smettesse più.

Nonostante tutta la fatica, il nostro era stato un bell’acchiappo, come usavano dire i venditori del mercato a quel giovane collezionista e radioamatore. Così, mentre spolverava la cassetta di legno e ne oliava le cerniere, si rallegrava che gli fosse costata solo settantamila lire.

Per una cassa di legno? chiesi io. Non mi rispose, cercava un intaglio, una traccia. Una volta aveva rinvenuto una lettera risalente a 50 anni prima, inserita tra lo chassis e il mobile: A chi verrà in possesso di questa radio, voglio dire….

Ma non si trattava di una radio, stavolta. Non c’erano valvole sparse sulla scrivania, poi allineate per essere provate una ad una. Dalla cassetta di legno, adagiata orizzontalmente sul tavolo, era venuto fuori un proiettore Pathé.

O-r-i-g-i-n-a-l-e”, scandì il giovane: “A quel tempo potevano permetterselo in pochi. Ci sono anche delle pellicole, guarda, queste sono delle comiche di Stanlio e Ollio!”.

E questi?” Gli feci eco, indicando un mucchietto di nastri grigi in un angolo della cassetta…

Un’ora più tardi mi sentii chiamare: il proiettore funzionava. Le prime immagini si stagliarono su di un telo da proiezione degli anni settanta, di quelli avvolgibili. In seguito le avrei riviste in videocassetta, dove sarebbero state trasferite per non usurare l’originale. La ripresa era effettuata dall’alto di qualcosa che si stava sollevando da terra; della gente dabbasso stava salutando. Altri erano indaffarati in una piccola zona che somigliava alla carlinga di un aereo, vestiti come piloti d’altri tempi. Ogni tanto il nastro sobbalzava, il proiettore scoppiettava, una volta sbuffò e fece fumo. Erano state eseguite delle giunzioni tra un fotogramma e l’altro, per inserire delle didascalie, perché quella pellicola risultò essere la ripresa originale.

Inutile che vi dica che avevamo parlato per serate intere dell’impresa di Nobile sui ghiacci, prima di imbatterci in quel regalo del destino.

Il dirigibile Italia inizia il suo quarto viaggio. Senza una meta prefissata, dopo il terzo viaggio di 69 ore…
… con 16 persone a bordo e sfruttando la sola direzione dei venti….
Venti minuti dopo la mezzanotte tra il 23 e il 24 maggio 1928, il Polo è toccato dall’aeronave italiana…

Il grammofono a bordo è in funzione, sta suonando le note di una canzonetta napoletana che non possiamo udire perché il film è muto. La croce donata dal Papa, la bandiera e il gonfalone della città di Milano vengono gettati dal dirigibile. Infine viene distribuito all’equipaggio il contenuto di una bottiglia di liquore che sapemmo poi essere all’uovo. La Titina è inquadrata spesso e noi ad assistervi abbiamo la pelle d’oca, siamo rapiti.

Mentre sto scrivendo, una farfalla entra dalla finestra, è una grande falena nera (strano, penso io, in pieno giorno), poi si appoggia sugli architravi portanti del tetto.

Stavo appunto chiedendomi chi avesse avuto cura della pellicola per tanti anni, di quella che definirono la ripresa mancante… Pensammo al radiotelegrafista Biagi, che aveva gestito una pompa di benzina sulla via Ostiense, poco lontano da Porta Portese. Dopo la sua morte qualcuno, desideroso di sgombrare una cantina, avrà venduto tutto ai robivecchi.

Una visita al museo dell’aeronautica di Vigna di Valle, ci chiarì altri particolari. Potemmo vedere la cagnetta di Nobile sopravvissuta ai ghiacci e, dopo morta, imbalsamata. Ci sembrò tanto piccola. Il collezionista fu informato che i fatti particolari della vicenda del dirigibile Italia erano protetti dal segreto di Stato e che la pellicola doveva essere consegnata.

Di affermazioni e smentite sul caso Nobile ce ne erano state tante. Ebbe la sfortuna di sopravvivere a quell’onta che il regime fascista gli riversò addosso, un’ignominia che consistette nel fatto di essere stati soccorsi da una rompighiaccio dell’Urss. Di contro, in Unione Sovietica mantennero sempre un’alta considerazione del generale, tanto da convincerlo a collaborare ai loro progetti, dopo che ebbe rassegnato le dimissioni dall’aeronautica militare. Ma la salvezza di quegli uomini fu sopratutto merito di Biagi, il radiotelegrafista, la cui competenza e risolutezza permisero di trasmettere rapidamente le coordinate della tenda rossa. Anche a proposito di questo c’è un piccolo giallo: già, perché pare che, prima del radioamatore russo che raccolse l’SOS, la richiesta fosse stata già ascoltata da altri. E ignorata.

Quando Biagi fu a bordo della nave dei soccorsi, i giornalisti gli chiesero se sarebbe mai tornato al Polo in futuro e quello, senza un attimo di esitazione, rispose: Con Nobile certamente.

Altra sorte toccò al generale che fu messo agli arresti, reo di aver abbandonato i suoi compagni sul pack; il fatto che avesse proposto di trasportare per primo Natale Cecioni, ferito gravemente, non fu considerato. Neanche il piano da lui stilato, nel quale aveva indicato la sua persona tra gli ultimi da trarre in salvo (nonostante lui stesso fosse uno dei due feriti più gravi), parve convincere gli inquisitori. Inoltre gli fu mossa l’accusa di aver impartito ordini sbagliati che avevano portato alla perdita del dirigibile.

Il sorriso franco e felice che lo aveva illuminato fino ad allora, abbandonò da quel giorno il suo volto.

Le parole di Papa Pio XI° quando gli aveva affidato la croce da lanciare sul Polo, apparvero profetiche: Come tutte le croci sarà pesante, aveva detto.

Pienamente riabilitato dopo la caduta del fascismo, del generale ci è giunta notizia lo scorso anno: sembra che nelle aule di giustizia gli eredi di Nobile combattano ancora per veder riconosciuta tutta la verità.

Ora che avete letto questo racconto, spero che vedrete i documentari e le immagini che ritraggono quegli eroi con occhi diversi, non già con i miei, ma con quelli di quegli esploratori.

La memoria delle cose del mondo possiede un alfabeto invisibile e, per ovviare alla sua caducità, puoi inseguire racconti e setacciare notizie, ma altre volte è la memoria stessa a venirti incontro. Sono cose che mi convincono di certi miracoli dell’esistenza, di connessioni al di là del tempo e anche della mia buona stella.

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

8 commenti

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  • Splendido.
    Racconto trovato per caso, girovagando in questo quartiere elettronico.
    Ne sono rimasto intrigato.
    Grazie.

  • Molte grazie. Mio nonno era dirigibilista e motorista con quel team. Amico di Cecioni Carestiato ed Arduino, quando passavano da Verona lo venivano sempre a trovare. Mio nonno fece molti anni in Tripolitania e quando fu ora di partire, mia nonna lo bloccò: era incinta dopo 9 anni di tentativi… e mio padre nacque infatti il 23 aprile 1928 un mese esatto dalla data riportata nell’articolo. Mi mancano molti passaggi purtroppo, di quella fase della vita di mio nonno…

  • Cara Sebastiana Arca, sono felice che il racconto ti sia piaciuto. Ti ringrazio di cuore, spero che continuerai a seguirci.

  • Grazie Mauro, il tuo entusiasmo è importantissimo, spero che continuerai a leggere gli articoli di questa rubrica e ci farai sapere cosa ne pensi.

  • Tabatha, concordo con te, è una storia che non smette di affascinare, grazie di essere qui con noi a ricordarlo.

  • Un grazie particolare a Marco Nazzab per averci narrato la vicenda del nonno: un contributo graditissimo che ci fa riflettere su come le coincidenze siano un’arte combinatoria che presiede ai fatti del mondo.