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Swing low, Alabama

di Jo Gabel

Swing low, Alabama
Dondola piano
Oh, Alabama
I banjo suonano attraverso i vetri rotti
Finestre aperte in Alabama
(Versi tradotti da Alabama, Neil Young)

L’avena delle bordure incolte è maturata nell’afa estiva e riluce dello stesso candore dei campi di cotone; un dondolo oscilla sotto un portico in legno, qualcuno sorseggia una limonata ghiacciata.

Sembra di stare in Alabama. Come in quel vecchio film…

Parlare di Alabama, per me, è parlare di Atticus Finch, l’eroe buono de Il buio oltre la siepe che incontrai un giorno a bordo della Ford dei miei genitori. Avevo l’età di Scout, la protagonista di quella pellicola, come lei indossavo una salopette e portavo quel taglio dei capelli che non mi piaceva (a meletta, come lo descriveva mia nonna incurante delle mie proteste).

In quelle sere estive in cui Roma era attanagliata dalla canicola, non c’era arena più comoda di quel Drive-in con lo schermo più grande d’Europa, creato dalla Metro-Goldwyn-Mayer nel 1957.
Andarci con la famiglia era divenuta una consuetudine per vedere vecchi film e godersi a portiere aperte il ponentino.

Quella sera Gregory Peck, nei panni di Atticus, si stagliava gigantesco, proiettato sulla struttura di 540 mq del Metro Drive-in. Interpretava un personaggio che gli calzava a pennello: quello dell’avvocato integerrimo che difende un innocente.

Ci fu gente che fraintese il senso di quel film e un po’ fu colpa del titolo italiano: Il buio oltre la siepe.
Per fortuna il titolo inglese non lasciò dubbi: To kill a mockinbird  rende l’idea del sopruso. Uccidere un uccello canterino è fonte di raccapriccio, come qualsiasi violenza su di un essere inerme. Quel titolo divenne simbolo di condanne palesemente ingiuste, nei tribunali come nella vita, dettate dai pregiudizi.

Ad intrattenerci nel film c’è Jean Louise Finch detta “Scout”(Mary Badham), una bambina che vive negli anni trenta in Alabama, nella città immaginaria di Maycomb, assieme al fratello maggiore Jem. Orfani di madre, sono allevati da Calpurnia (Estelle Evans), afroamericana assunta come governante, e dal padre Atticus che di professione fa l’avvocato.

In estate arriva Dill, un loro amico di sette anni, personaggio ispirato dall’amicizia dell’autrice del romanzo omonimo per il suo vicino di casa Truman Capote.

A trascolorare la trama del racconto troviamo Arthur Boo Ridley (Robert Duvall alla sua prima apparizione), il personaggio più controverso della storia che renderà possibile il finale a sorpresa. Il bracciante nero, Tom Robinson, accusato di aver violentato una ragazza bianca e difeso da Atticus, è interpretato da Brock Peters, pseudonimo di George Fisher, cantante e attore nativo di Harlem, che poi avrebbe meritato un Academy Award alla carriera.

Ma la presa di posizione di Atticus a favore dell’afroamericano non va giù ai  concittadini dell’avvocato e alcuni di questi, aderenti al Ku Klux Klan, progettano ritorsioni, mentre l’accusato, condannato ingiustamente, tenta la fuga.

Un plot complesso in cui si intrecciano diverse vicende, personaggi non solo credibili come sperava la scrittrice, ma addirittura indimenticabili.
Il film meritò in totale otto nomination agli Oscar e ne vinse tre.

Già il romanzo omonimo era stato un caso editoriale e la richiesta di acquisizione dei diritti cinematografici non era tardata.
Dell’autrice Harper Lee, diremo subito che il primo nome era Nelle e che si rese nota col secondo nome per evitare che fosse pronunciato in modo sbagliato (Nellie o Nelly, anziché Neil).

Nel corso di un processo sofferto di riscrittura, non esente da tentennamenti e da insicurezze, un giorno si trovò al colmo dell’esasperazione e gettò tutti i fogli del manoscritto da una finestra. Ci volle tutta la pazienza del suo agente e del suo editore per indurla ad andare a raccoglierli in mezzo alla neve di New York, asciugarli col phon uno ad uno e rimettersi al lavoro. Col suo humor proverbiale, Nelle sentenziò che più che una scrittrice era una rewriter.

Quando venne pubblicato negli Stati Uniti, nel luglio del 1960, il riscontro di pubblico e critica superò le aspettative di Nelle: le fu assegnato il premio Pulitzer per la narrativa e, nel 1962, il suo lavoro divenne un film diretto da Robert Mulligan.

Figura poderosa Atticus lo è davvero, spiegava mio padre mentre collocava l’altoparlante del cinema Metro Drive-in sul finestrino: fu così che l’avvocato Finch entró nella mia vita con i suoi ideali e tutto lo charme di un genitore single.

Dieci minuti di intervallo, lo snack bar è aperto.

Cosa avrebbe pensato mio padre se avesse appreso che nella prima stesura del libro, mai pubblicata prima del 2015,  Atticus Finch era stato “un suprematista bianco”? Quello che hanno presentato come il romanzo sequel di To kill a mockinbird  ha infranto le illusioni di tre generazioni.
Forse mio padre avrebbe detto che Atticus era solo un uomo del suo tempo (come disse Stevenson di sé stesso). Forse gli uomini fronteggiano ogni giorno i loro demoni anche se non sempre ce la fanno a sconfiggerli.

E forse quei demoni angustiarono anche Harper Lee, che aveva conservato quel manoscritto per 50 anni in una cassetta di sicurezza, fino a quando un’operazione editoriale ben riuscita lo aveva scovato, affibbiandogli il titolo della prima bozza inedita (Va, metti una sentinella).
A suo tempo quel titolo era già stato scartato dall’autrice, preferendogli il più semplice Atticus.

Atticus: a noi piace ricordarlo come lo conoscemmo nel film, anche se è vero che la mente predilige i percorsi battuti, trovandoli più rassicuranti, giungendo a ricacciare i ricordi infamanti di oscene brutalità, di impiccaggioni seguite a processi sommari, di “ghetti negri”: baracche sotto le pinete dell’Alabama (così le descrisse l’art director del film recatosi a visitare quei luoghi).

Come cantava Neil Young: “Alabama
Hai tutto il peso sulle spalle (del razzismo)
che ti sta rompendo la schiena”.

Di problemi negli States ce ne sono ancora tanti, dilaga non solo l’odio nei confronti delle comunità etniche diverse ma anche dei bianchi contro i bianchi: 15 sparatorie di massa durante il Memorial Day; nel 2021 sono state 693 , mentre 311.000 studenti hanno subito violenza armata a scuola.
Sarebbe facile sentirsi cinici e rassegnati ad un mondo così…

Oh Alabama
Il diavolo si trastulla con il piano più perfetto
Swing low Alabama

A dispetto di ciò, David Jeffrey Frum, commentatore politico molto ascoltato negli States ha detto:
The future hasn’t happened yet”, intendendo che un futuro disgraziato non è inevitabile: possiamo ancora creare il futuro che vogliamo.
D’altronde i poteri attuali che tentano una revisione dei fatti storici devono fare i conti con la memoria, che riemerge attraverso un libro o una vecchia pellicola.

I tempi del film erano quelli della Grande Depressione seguita alla crisi del 1929, il lavoro scarseggiava per tutti, ma la situazione della gente di pelle scura negli Stati del sud era miserrima: non potevano mangiare negli stessi locali dei bianchi, dovevano occupare una balconata separata nelle aule di giustizia e in chiesa; separate erano le entrate ai ritrovi, come pure i posti nei mezzi pubblici, ovviamente i matrimoni interraziali erano severamente vietati. I pregiudizi e le pruderie del tempo facevano ricadere spesso la colpa dei misfatti che avvenivano sulla gente “di colore”.

Uno dei più brutali esempi di ingiustizia commessa a quel tempo fu il caso degli Scottsboro boys che impegnò le pagine dei giornali dal 1931 al 1949 e fu senz’altro di ispirazione ad Harper Lee. Nove afroamericani erano stati accusati di aver violentato delle donne. Costoro stavano viaggiando a bordo di un treno diretto in Alabama, alla ricerca di lavoro, quando scoppiò una violenta lite con un gruppo di bianchi. Arrivati a Paint Rock, due donne che erano sul treno li accusarono di averle violentate.

La folla voleva linciarli e il governatore Benjamin Meek Miller dovette inviare la guardia nazionale per mantenere l’ordine. Seguì un processo sommario in cui furono tutti, compreso il più piccolo di 13 anni, condannati alla Yellow Mama, come era chiamata la sedia elettrica in Alabama. A nulla era valso che un medico avesse testimoniato sotto giuramento che non c’era stato stupro: i giurati non gli avevano creduto.

Il Partito Comunista Internazionale per la difesa dei lavoratori si assunse l’incarico della loro tutela legale, mentre la NAACP (the association for the advancement of colored people)  fu riluttante, per non trovarsi a combattere a fianco dei comunisti radicali.

Alla fine il comitato di difesa si accordò, nominando un avvocato che, pur perdendo tutti i processi, tra appelli e perdoni, riuscì a salvare la vita agli imputati, anche se i nove la pagarono cara: trascorsero gli anni migliori della vita a cercare di dimostrare la loro innocenza.

Quando Nelle ebbe 7 anni, un altro processo per stupro fu istituito a Monroeville contro un afromericano di nome Walter Lett, l’avvocato Lee riportò la notizia sul giornale locale in modo freddo e circostanziato.

L’uomo fu riconosciuto colpevole e condannato a morte, ma la condanna non fu eseguita perché molti cittadini inviarono lettere in sua difesa, dato che erano convinti che fosse innocente. Il governatore Miller interruppe due volte l’esecuzione e in seguito si ottenne che la condanna fosse commutata in carcere a vita: un altro probabile innocente a marcire dietro le sbarre.

Molti furono condannati a morte ingiustamente, come l’afro americano difeso in gioventù dal padre della Lee; costui ebbe del coraggio perché a quel tempo chi prendeva le parti di un afroamericano poteva aspettarsi la visita del Ku Klux Klan.

I problemi razziali e l’inclinazione al pregiudizio non sono risolti, così non si può negare l’attualità del capolavoro di Harper Lee.
E non ci sono dubbi che Nelle, nel ricostruire il suo romanzo definitivo con l’aiuto della sua editor, intima amica newyorchese (Tay Hohoff), nel corso di più di 6 anni, avesse preso spunto dagli episodi vissuti. Da una parte aveva messo in luce il lato migliore di suo padre, ergendolo alla statura del difensore Finch del romanzo.

Dall’altra aveva fatto scomparire la figura della madre, che era  malata di nervi e che, secondo certe indiscrezioni di Capote subito negate dall’autrice, aveva cercato per due volte di affogare Nelle nella vasca da bagno.

Per conto mio, andando avanti a leggere la storia della vita dell’autrice e poi Go, set a watchman, non fui più certa che l’avvocato Lee fosse stato del tutto indenne dalla spietatezza dei suoi concittadini. Forse è così che dobbiamo leggere quel libro, dimenticando il primo per un momento e considerandolo un atto di sincerità che descrive la ribellione di una ragazza del sud che fugge a New York.

Comunque quel film si sarebbe reso attuale molte volte. A me insegnò ad avere orrore delle ingiustizie e dei processi sommari, tanto che a 14 anni iniziai a militare nelle fila di Amnesty International.

Più tardi, durante i corsi di pedagogia, alla mia mente apparve Miss Caroline che cercava di imporre agli alunni, tutti bianchi delle elementari di Maycomb, un approccio sbagliato in materia di democrazia, non tenendo conto del fatto che quei bambini non fossero rappresentativi della futura popolazione del paesino: i pregiudizi le impedivano di integrare le idee di Dewey sull’educazione progressiva offerta nelle scuole dell’Unione e le regole della società del sud in cui viveva.

Il punto di vista di una bambina, illustrato con una prosa forbita, fece protestare qualcuno, ma la maggioranza delle recensioni dell’opera furono favorevoli.

Isabelle Halliburton che per lavoro leggeva e raccomandava libri per gli adattamenti cinematografici, diede una copia di To kill a mockinbird al produttore Alan Pakula, che lo lesse e lo inviò a Bob Mulligan che riteneva essere il regista giusto per realizzare quel film. Così Pakula si decise ad incontrare Nelle e il suo agente, promettendo che avrebbe trattato il soggetto con grande cura, persuaso che non si trattasse del solito romanzo sudista intriso di stereotipi.

Tutta la famiglia di Nelle, ma sopratutto la sorella ed il padre, entrambi avvocati, si sincerarono che il soggetto fosse trasposto con fedeltà, nonché di gestire i proventi che ne derivarono.

Nel 2005, nei contenuti extra dell’edizione DVD del film a cura della Universal Legacy, Mulligan e Pakula lodarono le motivazioni degli attori, la musica di Elmer Bernstein e raccontano come avevano  lavorato con attori bambini impiegandoli in non più di due takes per scena e trasformando il set in un grande cortile. Chiarirono come la Hallibarton apparisse nei credits come assistente del produttore e di come la famiglia Lee continuasse ad mostrarsi stupefatta dal successo del libro, convinti a torto che prima o poi il clamore si sarebbe spento.

Produttore e regista costituirono una compagnia in grado di seguire le fasi della realizzazione di quello che definivano, non a torto, un film che avrebbe fatto epoca.

Nelle, che era alle prese col suo secondo romanzo, si disse non interessata a lavorare allo screenplay, così il compito venne assegnato ad un altro autore nato nel sud degli States, Horton Foote. Uno dei tanti problemi che dovette affrontare fu ridurre la storia da 3 anni ad un anno, ma dopo aver letto un saggio in cui Scout veniva descritta come Huckleberry Finn, la sua immaginazione si accese. Per uno scrittore a volte basta una scintilla per concepire un intero copione.

Invece il direttore artistico Henry Bumstead volle intraprendere un viaggio in macchina per cogliere lo spirito dei luoghi della Lee, fino a Monroeville. In seguito avrebbe vinto un Oscar per il design dei set, per poi regalare lo storyboard al museo di Monroeville, dove avrebbero  ricostruito parte dell’aula del tribunale del film.

Lo stesso fece Gregory Peck che all’inizio non convinceva Nelle, dato che lei avrebbe preferito per la parte Spencer Tracy. Ma Peck dimostrò grande professionalità e talento, venendo meno persino ai desideri dei capi della major (la Universal) e presentandosi al primo ciack abilmente invecchiato, con gli occhiali da vista, per meglio entrare nel personaggio, convincendo anche l’autrice. Gregory e Nelle rimasero amici fino alla morte. Non la solita amicizia da tabloid: l’attore ebbe in regalo l’orologio da panciotto del padre di Nelle, quando questi morì.

Se penso a quel libro, Il buio oltre la siepe, mi pare di vederlo ancora lì, sugli scaffali bui di una biblioteca serrata da decenni, accanto ad un romanzo di Tennessee Williams e a L’arpa d’erba di Capote.

Forse tra qualche anno i nipoti di mio padre, stanchi di schermi e tecnologia, troveranno modo di accedervi, curiosi come ero io alla loro età. E magari apprenderanno qualcosa di indimenticabile sulla difesa dei valori umani e civili.

Swing low, Alabama

A volte per difendere certi valori occorre ancora combattere contro una parte della società, a volte contro noi stessi, e serve del coraggio, ma è così che il mondo si evolve dalla brutalità dell’esistenza.

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Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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