Noi siamo leggenda. Quelle cose senza nome che abitano in noi

Cosa succede se attualizziamo la paura? Senza opporci a quel richiamo irresistibile verso le cose senza nome che abitano in noi, che da sempre sono cose di dentro?
Succede che potremmo scoprire che noi siamo leggenda.
Precorritore di questa tendenza fu, negli anni cinquanta, lo scrittore Richard Mattewson, che fece propri i temi terrificanti di ogni epoca, disancorandoli dal medioevo, e trasferendo la paura di stampo gotico ai nostri giorni.

immagine per Io sono leggenda
Io sono leggenda, 2007 con Will Smith, regia di Francis Lawrence.

Mi chiamo Robert Neville, sono un sopravvissuto che vive a New York. Sto trasmettendo su tutte le frequenze in onde medie. Sarò al porto di South Street tutti i giorni, a mezzogiorno quando il sole è più alto nel cielo. Se ci siete, se c’è qualcuno da qualche parte, posso offrire cibo, posso offrire riparo, posso offrire protezione. Se c’è qualcuno, chiunque sia, ti prego non sei solo.
(dal film: Io sono leggenda, 2007)

Nel più recente dei film tratti dall’omonimo romanzo Io sono leggenda, Will Smith, nei panni del protagonista, tenta di contattare via radio altri sopravvissuti; la sua storia, trasposta da Los Angeles a New York, appare sensazionale, anche se non fu la sola modifica al soggetto, apportata dallo sceneggiatore Akira Goldsman.

Tra gli adattamenti del romanzo di Mattewson, che anticipò il filone postapocalittico, fu senz’altro quello che raccolse più successo al botteghino (circa 84 milioni di Euro, superato in seguito da Lo Hobbit).

Diretto dal regista Francis Lawrence, già cimentatosi nel genere con Costantine, illustra la storia di un brillante scienziato, Robert Neville, che si trova a sopravvivere in un mondo infettato da una piaga devastante, che muta i suoi abitanti in vampiri.

Considerate come possa trattarsi di un incubo tra i più lugubri, se si sopravvivesse in un universo alternativo a quello in cui siamo cresciuti, dove tutto ciò in cui avevamo creduto (valori di rispetto, fratellanza tra i popoli, promozione della pace e non violenza) venissero stravolti. Potrebbero darvi ad intendere che siete rimasti in pochi e che siete in errore; poco per volta potrebbero convincervi che essere mostri sia la normalità: un incubo attanagliante, dal quale vorreste uscire ad ogni costo.

Sarebbe ottimo se, per farlo, bastasse ingerire una pasticca, come in Matrix.

Che dirvi? Forse molti ricorderanno quell’epilogo nella storia di Mathewson, che potrebbe aver influenzato anche l’incipit del capolavoro dei fratelli Wachowski.

Ma certe forze spietate cui si oppone la volontá umana, sono da sempre destinate alla sconfitta, il risveglio dall’incubo coincide con la speranza e la capacità di provare compassione:

Bob Marley aveva un’idea tutta sua: un’idea che potremmo quasi definire da virologo. Lui pensava che si potessero curare il razzismo e l’odio, letteralmente curare, tramite delle iniezioni di musica e amore nella vita delle persone…
Un giorno doveva suonare a una manifestazione per la pace. Degli uomini sono andati a casa sua e gli hanno sparato addosso. Due giorni dopo lui è salito sul quel palco, e ha cantato. Qualcuno gli ha chiesto perché, e lui ha detto: “Perché le persone che cercano di far diventare peggiore questo mondo non si concedono un giorno libero, come potrei farlo io?”
(Robert Neville, protagonista di Io sono Leggenda)

Al termine del film, anziché una débacle, si prospetta una nuova opportunità, mentre circola in rete un finale alternativo, girato per una possibile happy ending.

In tutti e due i casi non ci viene lasciata scelta su come pensarla, omettendo quel sottile artifizio con cui Matthewson consentì a ciascun lettore di costruirsi il suo universo.

I cimenti attorno a questo soggetto cinematografico non finiscono qui. Circa dieci anni prima del film di Lawrence, anche Ridley Scott se ne era interessato, scegliendo come protagonista Robin Williams (che aveva già interpretato un film tratto da un racconto dello stesso autore – Al di là dei sogni-). Gli fu preferito, in un secondo tempo, Arnold Swartzenegger, ma il progetto naufragò a causa della complessità dell’operazione e del budget esorbitante, finendo per dissuadere definitivamente gli investitori.

Mi chiedo quali meraviglie avrebbe tratto Scott da un simile repertorio.

Tra i possibili protagonisti erano stati proposti anche Guillermo Del Toro (che rifiutò perché abbattuto dal flop di Hellboy II) e, tra i più papabili, Mel Gibson, Tom Cruise, Daniel Day Lewis, Nicholas Cage e Michael Douglas: raffiguratevi le scene salienti del film con questi interpreti.

Ma perché così tanti si appassionarono a questo racconto? Forse perché, fino ad allora, la paura era stata fin du siècle e l’attualizzazione degli antichi tenebrosi iniziava ad apparire ridicola.

A noi romantici garbava il bastone da passeggio dal pomello argentato, il mantello di velluto nero e seta scarlatta, ma eravamo persuasi che sopravvivesse solo nei castelli barocchi della nostra mente…

I mostri, ai nostri giorni, viaggiano su auto sportive, non temono la luce del sole e ci sono divenuti familiari come il nostro vicino di casa: costretti a forza nelle storie moderne dei telefilm, perdono di mistero e ad interessare sono le quotidianitá stipate nei racconti.

Nella pantografia cinematografica, quelle cose di dentro avevano trasformato degli insetti innocenti in terrificanti creature immonde, ipotetiche derive di ben altri orrori, come furono gli effetti della bomba: una forza che può sfuggire al controllo e scatenare fatalmente l’inferno sulla terra.

E cosa dire dei virus di laboratorio, il cui antenato fu Frankstein e poi Mr Hyde, anche loro pronti a evadere per divenire autosufficienti…

Certo, oggi le cose andrebbero diversamente. Magari con le armi attuali polverizzeremmo Dracula in un nano secondo, e se è assodato che nemmeno i missili aria-terra maverick possono fermare l’ira di King Kong, almeno alla peste di Nosferatu potremmo somministrare un vaccino. Salvo poi generare altre metamorfosi, come accadde nella tragica fucina del Talidomide.

La paura romantica si sbriciola di fronte alla pantagruelica fame dell’uomo, alla sua corsa verso la distruzione della terra, schiavo di una perversa ricerca di arricchimento che travalica ogni buon senso.

Sì, i miti terrifici ci sembrano naïf rispetto a certe efferatezze.

Gerard de Narval scrisse che non si può spaventare la paura, perché certi mostri creati dall’uomo divengono più surreali di qualunque fantasia.

Così, anche se da ragazzina prediligevo le storie horror, avrei sorriso della Ligeia di Edgar Allan Poe, perché il gap di sicurezza indotto dalle storie del terrore, è un vaccino polivalente delle paure dell’adolescenza e può rendere immuni ad ogni età dall’angoscia del futuro.

L’evidenza al giorno d’oggi viaggia con l’identificazione, da parte delle bambine, con eroine super, fenomeno social seguito ai trionfi commerciali delle saghe Marvel.

Ma facciamo un passo indietro. Come accadde che un autore, di nome Richard Matthewson, piombasse sulla scena, in un tardo, secondo dopoguerra?
Come, la voglia di far propri i temi di origine romantica e gotica, lo indusse a rielaborare le horror story tradizionali, per poi modificarne stile e contenuto?

Se fate caso, nei suoi lavori potremmo rintracciare le religioni oscure, Anne Radcliffe e Matthew Gregory Lewis, Poe ed Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, nonché la degenerazione atomica.

Più che scrittore di romanzi, Mattewson fu scrittore apprezzato di racconti, accanto a Ray Bradbury e Robert Bloch, l’autore di Psyco. Con quest’ultimo inaugurò il filone feartion di Hollywood, descrivendo le storture aberranti della società, ricreandone la tensione attraverso una prosa scarna, alla Ernest Heminguay, immersa nell’impianto fantastico di un Lovecraft.

Elementi che riemergono anche nel film L’ultimo uomo sulla terra, alla cui sceneggiatura aveva partecipato lo stesso Mathewson (che però firmò sotto pseudonimo perché insoddisfatto del lavoro).

Il regista Ubaldo Ragona girò quel lungometraggio proprio a Roma, nel quartiere dell’Eur e volle che vi recitasse Vincent Price, ma non ebbe fortuna: venne considerata, a torto, un’opera priva di valore (solo un horror all’italiana, fu scritto).

Il terzo film tratto dallo stesso romanzo, uscì col titolo Occhi bianchi sul pianeta terra, con Charlton Heston e sempre cosceneggiato da Mathewson, con un epilogo in chiave religiosa.

Da altre pellicole liberamente ispirate, per una sorta di partenogenesi letteraria, si affacciò allo schermo il morto vivente.

Fu George A. Romero a dare il benvenuto alla saga prolifica degli zombie; pur non riconoscendo apertamente la parternità di I am a legend, realizzò un cult in cui conversero gli orrori tipici della cultura dei suoi antenati cubani, da una parte, e i vampiri moderni di Mathewson, dall’altra. Aveva avuto inizio La notte dei morti viventi.

E se il genio di Matthewson vi apparisse ancora una fanfaronata horror, potrei invitarvi presso il lago de Il giro di vite di Henry James, dove altri spiriti scarnificati affiorarono nella prima metà dell’ottocento, avvolti dalla stessa atmosfera rarefatta de Through channels. Con questo racconto il nostro autore anticipò di 50 anni Samara di The ring: narrando di giovani telespettatori inebetiti, che vengono divorati da mostri fluorescenti usciti dalla tv.

Tutto questo, e molto altro, originò dalla penna di questo eccellente sceneggiatore.

Quando, nel 1957, uscì in Italia il romanzo I am a legend, col titolo infelice di Vampiri, ridefinì anche da noi la figura del mostro. Memori della lezione impartita da Stevenson, nel suo romanzo più noto (ne abbiamo parlato qui: http://www.artapartofculture.net/2017/10/08/sulle-tracce-di-mr-hyde/), più di qualcuno iniziò a rendersi conto che il personaggio orrifico non è identificabile unicamente in chi agisca da tale, ma sopratutto in colui che minacci la normalità, le consuetudini di un gruppo sociale. Chi attenti all’edificio vigente di regole vetuste, provocando, con la sua sola presenza, un’enorme voragine nella mente della gente benpensante.

Come nella Casa degli Husher di Poe, dove la crepa va dal tetto allo stagno, per far franare ogni buon senso nei protagonisti…

Dopo che l’ebbi letto, a dodici anni, mio padre mi chiese: “Ora Jo, sai dirmi chi siano davvero i mostri?“…

Non ci sorprende che, tra gli echi di misoginia dei nostri giorni, risuoni Le Fanu e si perpetuino gli incantesimi letterari di Merritt, salvo augurarci la comparsa del Golem vendicatore, in un’ipotesi distonica troppo attuale per non preoccuparci ancora…

Il mio nome è Robert Neville, sono un superstite che vive a New York, sarò al porto di New York tutti i giorni a mezzogiorno quando il sole è più alto in cielo!

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

4 commenti

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  • Ma come fai? Non solo i tuoi articoli sono capolavori sinfonici, mi stavo rileggendo pure i titoli che già da soli raccontano una storia.
    Continua così

  • Marco, le tue parole mi fanno molto piacere; quando scrivo un articolo considero sempre il doppio binario dell’esperienza e mi persuado che, in quel momento della creazione, siano presenti anche i miei lettori. Tu me lo confermi

  • Pino, sono grata e onorata dal tuo riscontro, spero di continuare a meritarlo.