Sorridi, anche se ti si spezza il cuore

Dietro un personaggio, un attore, non ci sono solo film, divertimento o lacrime, ci può stare un’intera filosofia lì a suggerirti “Sorridi, anche se ti si spezza il cuore”.
Può aver fatto parte della tua vita o della mia, per attimo o per sempre.
E i piani, nella memoria, non sono sempre consequenziali; come in un film, ti avvolgono in una specie di vertigine e scivoli in qualche flash back.

Un personaggio può anche andarti stretto, visceralmente antipatico, ma il fatto è che si può detestare un attore, un artista, e finire per amarlo.

A me accadde assistendo alla proiezione di Luci della Ribalta.

A quei tempi non si vedevano tanti film e così, quando accadeva di assistervi, lo si faceva con attenzione, vi si prendeva parte, e non si sa cosa di quella visione sarebbe divenuto parte di te: di certo qualcosa

Per conto mio, l’unica ragione per vedere quel film stava nell’inimitabile, tenero Buster (Keaton, che vi apparve in una piccolissima parte). E quel giorno non potei fare a meno di odiarlo, lui, Charlie Chaplin, perché attraverso un vecchio film in bianco e nero, senza nessun effetto speciale, era riuscito a commuovermi.

Ero lì, rannicchiata sulla poltroncina pieghevole dell’aula magna della scuola, e volevo sprofondare, mentre, intorno a me, l’auditorium dell’istituto di suore appariva ancora più grande, con quello schermo posto al centro delle gradinate.

Quando fossi stata vecchia, e stanca, avrei ritrovato ancora il senso di quelle lacrime? Giurai a me stessa di rimanere così, di non smettere di ascoltare le sensazioni, di accettarle onestamente.

Ammetto che oggi quel film lo capisco meglio.

Parla di un clown, un tempo famoso, che era stato dimenticato da tutti e poi era divenuto un alcolista. Ma l’attenzione, che avrebbe voluto concentrarsi sulla coprotagonista, la ragazza in ascesa verso la fama, si risolve a considerare il punto di vista del clown e, quasi senza accorgertene, finisci per indugiare su quei dolori, legati all’età, alla vita, alla sfortuna, su cui può capitare di riflettere in qualsiasi momento, anche alle soglie dei cinquant’anni; e lui, nel film, ne aveva più di sessanta.

Un’età ritenuta l’inizio della senilità, anche al giorno d’oggi dove non ha più senso chiamare “vecchio” neppure un ottantenne, perché “vecchio” è un termine relativo.

Ma quel film narrava una storia di chiaroscuri della mente, di istanze negate ma ancora desiderate. Forse Chaplin aveva evocato le sue paure. Una parodia di sé stesso, colma di sofferenza.

E chi l’avrebbe detto, da parte di un uomo sempre pieno di sé, avido di sensazioni, alleato di quella macchina da presa che registrava ogni espressione del suo volto?

Aveva affrontato la vita con temerarietà: la battaglia contro la povertà l’aveva già vinta da ragazzo, anche se ne conservava un effetto collaterale: l’oculata parsimonia.

Che fosse tirchio, infatti, era risaputo. Si diceva che preferisse alloggiare in una casa piena di guasti, anziché pagare per le riparazioni (per questo la sua dimora di Beverly Hills fu soprannominata “breakaway house”, ossia “la casa che va in pezzi”...)

Ma di fronte a noi, oggi, la sua quotidianità scompare e, panoramica in alto a destra, Charlot appare e sta cantando “Smile”:

Sorridi, anche se il cuore ti duole
sorridi, anche se si sta spezzando
quando ci sono nuvole nel cielo
ci passerai sopra
se sorridi attraverso la tua paura e al dolore
sorridi e forse domani
scoprirai che la vita vale ancora la pena di essere vissuta
se tu solo
illumini il tuo viso di contentezza
e nascondi ogni traccia di tristezza
ma anche se una lacrima sta per scendere
è quello il momento in cui devi continuare a provare
sorridi, a che serve piangere?
scoprirai che la vita vale ancora la pena di essere vissuta
se tu solo sorridi
anche se il cuore ti duole….

Una canzone che volle dedicare al suo personaggio principe, simbolo di chi, perdente nella vita, ha il coraggio di affrontarla sorridendo.

Lo stesso motivo che intonarono Jack Lemmon e tutto il pubblico, allorché Charlie Chaplin si presentò sul palcoscenico degli Academy Awards, il 10 aprile 1972.
Era la quarantatreesima notte degli Oscar. Hollywood si levò ad applaudirlo, dopo che al Dorothy Chandler Pavillon era calato uno schermo gigantesco, con un montaggio di varie scene tratte dai suoi film.

E, d’improvviso, un uomo anziano dai capelli bianchissimi era apparso.
Oramai una leggenda vivente, aveva gli occhi lucidi ed era visibilmente commosso, forse stava pensando al giorno in cui era stato espulso dagli States…

Era accaduto nel 1952. Aveva salpato alla volta dell’Europa e non aveva ancora lasciato il porto di New York, quando gli era stato comunicato che non gli sarebbe stato concesso il visto di rientro.
Proprio lui, ripudiato dalla Mecca del Cinema.

Lui, Charles Spencer Chaplin, nato a Londra nel 1889, l’artista dalle mille immagini comparse sullo schermo, l’omino in bombetta. E se gli incubi di un regista possono manifestarsi nelle sue scritture, possono anche brillare nelle sue battaglie e nella sua coerenza.
Ma possono suggerire l’intolleranza per una vita che nella fanciullezza aveva avuto accenti disperati.

Smile though your heart is aching, “sorridi anche se il cuore ti duole”

Sembrava parlare proprio a me, da ragazzina, attraverso quel vecchio film… ma per capire, devi crescere un po’ ed essere disposta a non dimenticare.

Una nuova visione del film mi avrebbe parlato ancora e ancora e ancora…
È sempre così: l’esuberanza di quest’artista sullo schermo fa risorgere sempre un giovane Chaplin.

Arrivista e determinato, artisticamente dotato, me lo immaginavo così, quando era arrivato negli States nel 1910, al seguito di un varietà, e aveva attirato l’interesse di Mack Sennett, un’altra leggenda vivente tra i produttori .

Già nel 1914, Charlie gli aveva descritto il suo personaggio: “Barbone, gentiluomo, poeta sognatore, un uomo solitario che insegue l’amore o l’avventura, non disdegna di raccogliere un mozzicone di sigaretta per terra ed è capace di rubare una caramella ad un bambino”.

La magia si compiva in quelle parole. Nasceva un mito capace di far piangere il pubblico e farlo ridere tra le lacrime. Di suscitare emozioni contrastanti, come era successo a me.

Nel 1918, Chaplin aveva già sessanta commedie alle spalle, una società di produzione, un reddito di oltre un milione di dollari all’anno. Ed era l’attore più famoso del mondo.

Nel 1928, al primo banchetto di quella che, l’anno seguente, sarebbe divenuta la cerimonia degli Oscar, aveva ottenuto un riconoscimento per “la creatività dimostrata nello scrivere, interpretare, produrre, dirigere Il circo“.

Ma fu l’impressione ricevuta dalla Grande Depressione e l’incontro con Ghandi, in Inghilterra, che lo spinsero ad opporsi alla schiavitù degli operai nell’industria, realizzando il famoso Tempi moderni, nel 1936.

Era stato anche uno degli ultimi a lasciarsi indietro il cinema muto, distribuendo il suo primo film sonoro solo nel 1940, Il Grande dittatore, nominato per la migliore sceneggiatura e miglior attore… e la leggenda vuole che Hitler l’avesse visto e ne avesse riso, mentre un’altra storia lo descriveva in preda all’ira…

Sette anni dopo, Chaplin, aveva diretto sé stesso in Monsieur Verdoux, una parodia di Barbablù, che però a quel tempo si rivelò un fallimento (anche se la sceneggiatura ottenne una nomination).

When there are clouds in the sky, you’ll get by

Le nuvole, infatti, iniziarono ad addensarsi. La stampa, quel quarto potere ben noto a Orson Welles, lo prese di mira.
Come sempre, negli Stati Uniti puritani, la vita sentimentale di un personaggio pubblico doveva condursi in modo appropriato. E invece lui cosa faceva? La trasformava in una vera bagarre sessuale.

Sottostanti, in quell’epoca di maccartismo, le vere ragioni, ovvero le simpatie politiche del grande regista per la sinistra. Così, ogni abitudine fu bersagliata, ogni dichiarazione produsse accanimento.

Il quadro che si ricostruisce di quel tempo non è roseo e annovera problemi e guai che perseguitarono molti divi dell’epoca. Fermenti lungamente compressi che esplosero proprio in seno a quella libertà di espressione cui si credeva di avere diritto e che invece distrusse la carriera di molti cineasti o, almeno, la rese difficoltosa.

Che l’attività cinematografica, così imbottigliata, avesse generato mediocrità, grigiore e conformismo, fu nascosto da reticenze, menzogne e sciocche vanterie. Di certo, chi parlò fuori dai denti e scoperchiò la pentola in ebollizione, fu isolato.

Sorridi anche se ti si spezza il cuore

E osserviamo allontanarsi la nave che conduce in Europa il nostro eroe e quasi non se ne distingue la sagoma all’orizzonte: trascorrerà vent’anni in esilio.

……

Allora sono grata alla magia del ricordo, se la cinepresa si riaccende su di un campo medio, a seguire la striscia di luce sotto un grande portone che si spalanca…
E il Red Carpet ci riconduce al palco degli Oscar del 1972, dove Charlie Chaplin sta sospirando:

Oh, le parole sembrano così futili e inadeguate… “.

Sì, le parole spesso lo sono, quando la commozione ti assale il cuore.
Tutto quello che la tua arte ispira, ma anche la gratitudine per l’onestà con cui hai vissuto e che forse pochi, abbagliati dal resto, hanno saputo cogliere…

When there are clouds in the sky, you’ll get by,
If you smile through your fear and sorrow.
Smile and maybe tomorrow.
You’ll find that life is still worth while.
If you just, light up your face with gladness.
Hide every trace of sadness

E poi Charlot…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

7 commenti

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  • Grazie Paolo, Franco, sono felice del vostro entusiasmo, mi stimola a far meglio. Continuate a seguire la mia rubrica “Polvere di stelle”: ci sono sorprese in arrivo!

  • Da Fred Astaire a Charlie Chaplin è stato sempre un immenso piacere leggerti.
    La tua sensibilità verso il mondo del cinema me lo fa amare ancora di più.
    Giuseppe

  • Caro Giuseppe, mi fa davvero piacere che questa “Polvere di stelle” ti abbia appassionato, spero che continuerai a seguirci.

  • Jo sei sempre una lama di luce, hai la capacità di trascinare il lettore dentro la realtà che non c’e più e questa per me è pura magia. Luisa

  • Luisa: scrivere è un lavoro solitario, ma commenti come il tuo danno la carica. Grazie di cuore.