Uva, ostriche e champagne. A colazione con Karen Blixen e Marlyn Monroe

A pranzo ci sarà anche un soufflé, annunciò quel giorno Carson McCullers indicando ai suoi ospiti il tavolo di marmo nero, imbandito con uva, ostriche e champagne.

Era entrata nella sala con passo deciso, attraversando l’atrio, incurante delle folate di vento al di là delle vetrate: lei non aveva nulla da temere nella sua bella casa di Nyack, una dimora storica in stile coloniale, tutta dipinta di bianco, nella civilissima contea di Rockland, stato di New York.

Ma la notte precedente era accaduto un fatto curioso. La tempesta non si era ancora placata, quando tutti gli orologi avevano preso a suonare all’unisono. O forse era accaduto sere prima? Invecchiando il tempo tende a rastremarsi, osservò Carson, che poi era stata alzata a scrivere tutta la notte. L’istinto le diceva che qualcosa sarebbe accaduto…

La padrona di casa, una brillante scrittrice amica di vecchia data del drammaturgo Arthur Miller, in quei giorni si preparava ad incontrare una novellista danese dai gusti stravaganti, di cui aveva letto tutte le opere. Informata del piacere che costei avrebbe tratto dall’incontro con una biondissima diva, fidanzata d’America, si era data da fare per renderlo possibile.

L’ospite cui tributava tanti riguardi era la Baronessa Karen Blixen, che firmava i suoi lavori “Isak Dinesen”, ma era nota agli amici come Tania o Tanne, anche se molti la conobbero col suo cognome da sposata, unito al titolo aristocratico ereditato dal marito. La sua vita sarebbe divenuta un cult cinematografico, grazie a quel fortunato film di Sydney Pollack, La mia Africa (ne abbiamo parlato qui… ). Ma questo sarebbe accaduto decenni più tardi…

Rimandato troppo a lungo, il viaggio in America della baronessa nel 1959 era divenuto realtà. Karen, una donna di temperamento forte e tenace, sapeva sempre quello che voleva: gravemente ammalata ed esile come un fuscello, possedeva una loquela suadente e, all’occasione, tagliente come una lama di rasoio. Dopo l’ultimo ricovero aveva deciso che era giunta l’ora di accogliere l’affetto dei fans americani, quelli che le erano sempre stati vicini e che l’avevano acclamata più di altri. Sospetto che temesse di essere dimenticata o non riconosciuta per il suo valore, eppure…

Gli scritti della Blixen posseggono le stesse tonalità della caccia nella savana, in cui il senso della morte incombe sulla vita, che può spegnersi in ogni istante e per questo il suo racconto è al contempo intensamente specifico e misteriosamente reticente… [Where the wild things were, Jo Gabel, Polvere di stelle].

Karen aveva profittato della generosità dei suoi editori per programmare il viaggio, organizzando tutte le necessità del caso. Aveva dovuto farsi montare un ponte mobile da un dentista, prima di partire, nonostante le proteste dell’energica Clara Swensen, segretaria e dama di compagnia (e all’occorrenza factotum, da traduttrice a cuoca e governante), per la quale l’eventualità di perdere la dentiera sarebbe stato solo un altro dei tanti problemi.

Osservando la cagionevolezza della vecchia signora, che allora pesava non più di 35 chili, si poteva crederle… Il dispiacere di Clara aumentò quando seppe che in Usa erano previste numerose occasioni mondane e lamentò con disappunto che “Karen dovesse guadagnarsi il pane col duro lavoro”. La situazione economica della baronessa era precaria, di conseguenza tutti gli impegni economicamente vantaggiosi furono onorati.

Il successo riscosso da quel viaggio, ma sopratutto l’amore dimostrato dai suoi lettori, travolse la scrittrice in una spirale di feste, incontri e conferenze. Racconta Judith Thurman, poetessa e traduttrice newyorkese, nonché autrice di un’appassionante biografia: “La presenza della Blixen al YMHA fece notizia…. il New York Times Book Review pubblicò una vignetta. Vi si ritraeva un beatnick in un caffé, che diceva ad un altro: Sei riuscito a farti contagiare da Ysak Dinesen al Y?”.

Il pubblico ad accoglierla fu stregato dalla memoria prodigiosa con cui la Blixen rammentava, parola per parola, i suoi racconti, senza darsi la pena di leggerli. Impressione acuita dall’aspetto di vegliarda, benché avesse solo 74 anni.

Nelle sale dei convegni, con un’intonazione colma di emozione e mai didattica, ripercorreva le sue storie senza scadere nel drammatico, sembrava piuttosto abbandonarsi ai ricordi, inseguendo un sogno; al termine ribadiva di essere solo una raccontatrice di storie. A molti di noi risovverrà l’interpretazione di Meryl Streep ne La mia Africa, che conferì al personaggio un accenno di tenerezza.

Karen, una volta giunta in America, volle conoscere lo scrittore E.E. Cummings e si fece invitare al pranzo annuale dell’American Academy a questo scopo. Quella stessa sera discusse in pubblico dei motti della vita. Il primo che l’aveva colpita era stato un motto latino: Sicut aquila juvenescam (Crescerò come un’aquila), seguito in gioventù da quello di Pompeo: Navigare necesse est, vivere non necesse, che inneggiava alle sue intemperanze di studentessa d’arte. Quando si sposò e andò a vivere in Africa, in un mondo i cui usi le erano sconosciuti, adottò un motto in francese antico, della casata dei Finch Hutton, di cui il suo amato Denys era un rampollo: Je responderay. Racchiudeva tutta la responsabilità di vittorie e sbagli di un’intera esistenza ed il loro valore etico.

Sconfitta, dopo aver perso ogni avere, al ritorno in Danimarca, fece sua un’espressione di dolore: Poirquoi pas? Per ultimo fu ispirata dal motto iscritto sulle tre porte di una città inglese:
Sii audace su di una, Sii audace sulle seconda, Non essere troppo audace sulla terza. In omaggio alla saggezza prudente che segue l’età intrepida.

Non c’erano dubbi che Carson Mc Cullers fosse emozionatissima all’idea di riceverla, tra l’altro aveva sempre sentito di esserle affine.

Scrive la sua biografa, Margareth McDowell : “Ritualmente Carson aveva letto, anno dopo anno, tutti i romanzi della Blixen e ne era stata tanto influenzata da essere indotta a sperimentare anche lei lo stile gotico”.

Un parere condiviso da Clara che osservò quanto le vicissitudini dolorose e la salute malferma avessero segnato le scrittrici, permettendo loro di divenire più forti. Carson aveva sofferto di febbri reumatiche da ragazza e diversi attacchi di cuore le avevano causato una lieve paralisi al lato sinistro del corpo, poi ebbe episodi di cecità temporanea e perdita della parola, fino a subire diversi interventi chirurgici, nonché cure psichiatriche per un grave stato depressivo.

Karen, che non vantava trascorsi più sereni, era per Carson un personaggio eroico, sopravvissuto ad un passato di pene e delusioni, saggio e nobile. Avrebbe fatto ogni cosa in suo potere per accontentarne un capriccio; così, appena venuta a conoscenza del desiderio della scrittrice d’intrattenersi con Marilyn Monroe, aveva organizzato quello che sarebbe stato un pranzo memorabile, dove le due donne, appartenenti a mondi tanto diversi e con un passato altrettanto dissimile, avrebbero potuto conoscersi in un’atmosfera cordiale di cui lei, Carson, sarebbe stata la sola regista.

Il giorno previsto per l’incontro, Arthur Miller e sua moglie Marilyn andarono a prendere in albergo la baronessa, ma arrivarono in ritardo, come accadeva sovente alla bellissima attrice, che aveva appena finito di girare A qualcuno piace caldo. Era il cinque febbraio e solo pochi giorni prima, a New York, si era scatenata una terribile tempesta di neve. A Marilyn importò poco: indossava un abito nero attillato e scollato, guarnito di un collo di pelliccia. Tanto bionda da sembrare una gemma lucente.

Karen Blixen, per conto suo, indossava un abito grigio che pare avesse denominato “sobria verità” e, secondo Clara, il viso dell’amica aveva l’armonia di una candela accesa in una vecchia chiesa.

I convitati, così raccolti, ebbero diversi argomenti di chiacchiera, ma Marilyn prese d’un tratto la parola e, con i suoi modi semplici, la voce argentina, si dispose a farsi ascoltare: Come sapete non so cucinare, ma un giorno volli fare la pasta fatta in casa secondo una ricetta di mia suocera.

Era difficile immaginare una donna così sofisticata, in cucina intenta ad impastare. Così lei aggiunse, osservando gli occhi dei commensali che la squadravano incerti: Vi assicuro che è vero.

Ad esserne quasi sgomenta fu Clara, per la quale un’artista non avrebbe dovuto occuparsi di faccende domestiche. Ma l’attrice, con la sua verve sempre inaspettata e piena di grazia, fece ridere tutti, raccontando come fosse stata costretta ad asciugare la pasta col phon dei capelli, per non far attendere i suoi ospiti.

Come nella storia di Calypso della Blixen, la freschezza, la bellezza della giovane, contrastavano con quell’incedere, che a ben guardare nascose il tentativo di far piacere al suo Pigmalione.

Nel frattempo, Arthur Miller aveva osservato come la dieta della baronessa non fosse poi così salutare (lei stessa aveva ribadito di mangiare unicamente uva ostriche e champagne). A quelle parole Karen l’aveva guardato torva: “Sono una vecchia signora e mangio quello che ritengo giusto”.

Alla McCullers, che teneva spesso banco nei circoli, non dispiacque lasciare il posto a Karen, che parlò dei suoi libri, ma pure della sua vita, con il consueto atteggiamento estatico e ammaliante che non destava in alcuno l’idea d’interromperla. Tra una portata e l’altra, la baronessa si alzò per andare a discorrere con la domestica afroamericana di casa Mc Cullers, Ida Reeder e si intrattenne con lei, confidando quanto le mancasse la sua gente in Africa.

Negli anni a seguire, la Baronessa avrebbe parlato assai di Carson, ma anche più di Marilyn, di cui indovinò il destino in una frase mesta:
Non perché sia bella, anche se lo è all’inverosimile, ma perché irradia una vitalità infinita e un’incredibile innocenza. Avevo trovato le stesse caratteristiche in una leoncina che mi fu portata in Africa dai miei servitori indigeni. Non la volli tenere.

Ci credereste? Una leggenda metropolitana racconta che il pranzo si sia concluso con un ballo sopra lo stesso tavolo di marmo nero.

Karen, Marilyn e Carson si saranno davvero esibite per il resto della compagnia?

Così la McCullers descrisse quella colazione: come la festa più bella e frivola di cui avesse memoria.

Ma siamo certi che l’energia scaturita da quell’incontro, dallo champagne e dalle suggestioni, non avesse trepidato in una magia silvestre?

Abbandonate le remore, assieme ai satiri e alle ninfe comparsi dai racconti di Karen, le tre donne avrebbero potuto ballare rievocando la triade di arcana memoria. Ancora come Calypso, Marilyn avrebbe danzato nuda nel riflesso appannato del grande specchio presso la tavola. Per un attimo, forse, si sentì certa di avere amici al mondo

Ma l’ala della morte incombeva, annunciata dagli orologi, la sera prima.

Chissà se, in attesa del loro ultimo giorno sulla terra, lo spirito della scrittrice e quello dell’attrice non avessero sugellato un patto? Così, in quella mattina d’inverno, sarebbero potute entrare di diritto nelle favole, avvolte della fraganza di rose che pervadeva la casa.

Moriranno pochi anni dopo, a distanza di un mese, per una fatalità del destino.

Ma se la baronessa avesse voluto scriverne, questa colazione sarebbe solo una premessa, risuonante di liuti, una spolverata color zafferano, rispetto al commiato che avrebbe turbato le mie notti:

…Quando il vento gelido dei Carpazi, misto a grandine, avesse sferzato la mia valle, incunenandosi nell’antica gola tra le montagne, gli spiriti immemori del tempo avrebbero ripreso a vagare sulle colline. Solo allora, quel volto magro e rugoso, dalle guance incavate, rigate di pioggia, sarebbe apparso sul vetro d’una finestra, scivolandovi attraverso come nebbia… una sagoma scura si sarebbe eretta ai piedi del mio letto, svelando un’espressione dai tratti arcigni, animata da inesprimibile impazienza, incapace di rassegnarsi ad una sventura che sentiva anche troppo profondamente…

Forse il fantasma avrebbe offerto uno scambio: la sua penna, per quel che resta della mia gioventù.

E avrebbe preteso una risposta. Tendendo il braccio, avrebbe sfiorato il mio mento con la mano inguantata di trine e io avrei represso un brivido quando quelle dita senili, dalle unghie adunche, avrebbero cercato le mie labbra. Accettare? Soccombere a quella visione?

D’improvviso, la risata tintinnante di Marilyn avrebbe risuonato come cento campanelle di cristallo. Come un canto di gioia, un lampo di luce in un aranceto, una speranza risorta…

Accade alle anime che hanno sostato a lungo vicine, di ritrovarsi, ma ad altre basta un istante.

Marylin, la dolce, tese la mano a Karen e si tramanda che questa rifiorisse d’un tratto, “con le labbra rosee e il piede leggero”, per attraversare lo Stige sulla stessa barca…

“Il poeta è preso da sgomento quando scopre che la sua storia è vera”.
(Isak Dinesen)

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

1 commento

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  • Ho apprezzato molto questo articolo, devo dire che seguo da tanto Polvere di stelle. Oggi ho potuto conoscere meglio Marilyn Monroe e spero che ne scriverete ancora. La parte finale mi ha riportato nel tempo in cui leggevo i romanzi gotici: non mi aspettavo una storia nella storia!Grazie.