Ritorno a Love Canal

Quando conobbi la storia di Love Canal, quella città fantasma dello stato di New York era stata rasa al suolo da un pezzo. Ne appresi da un film. Vi accadeva che Jeff, impersonato da Bill Murray, aveva scritto una commedia per il suo amico e coinquilino Michael Dorsey (Dustin Hoffman), dal titolo “Ritorno a Love Canal”. Sydney Pollack, nei panni dell’agente di Michael, lo apostrofava:

Chi vuoi che paghi 20 dollari per vedere una commedia di due che vivono nell’inquinamento chimico? Se li vedono sotto casa”. (Tootsie, 1982)

Pochi anni fa mi sono accorta che qualcosa di simile stava succedendo davvero… a Chernobyl.
(Dal diario di Jo Gabel)

Stalker, il film del 1979 del visionario regista Tarkovskij, ci accompagna sino ai nostri giorni alla ricerca di un complotto che si immagina ma non si vede, di un’apocalisse non inaspettata, di profeti denigrati come i writers delle città fantasma.

Un comprensorio delimitato detto “la zona”, dove era accaduto qualcosa di misterioso: le autorità recintano il luogo col filo spinato e vietano di mettervi piede.
Dopo un po’, qualcuno si convince che, oltrepassato il perimetro della zona, si possa raggiungere una stanza in grado di realizzare i desideri.

Così dei gruppi iniziano a sconfinare, sfidando le leggi dell’uomo e della natura. Tarkovskij li definì stalkers.
Una luce, un pertugio, una strettoia confluente con la libertà, occorre strisciarci attraverso, in mezzo al fango, guadagnarla affrontando l’oscurità.

Tutto questo mi fa pensare a Samuele, un graffitista di una città del nord Italia che intervistai anni fa. L’idea era quella di intendere il senso della protesta di quei giovani che disegnano sui muri delle città, ricusano le esposizioni, le aule del sapere, i riconoscimenti:

Cosa me ne faccio dei muri messi a disposizione dalla giunta comunale, quello che faccio è una protesta, come il rap… non sono perbene, non voglio essere perbene, la società è falsa e io dormo nelle stazioni, mangio quello che capita, fumo erba… spesso piscio lamette… e rubo le bombolette nei negozi per i miei murales…”.

Alla polfer sfugge nei corridoi della subway, come facevano I ragazzi dello zoo di Berlino. Corre zigzagando sulle strade ferrate, tra i vagoni in sosta, con i pennarelli nelle mutande, veloce come il vento, ma se ne ha voglia, allora si ferma e lascia una firma; ne riconosce altre di firme sul cemento dell’edificio dove l’ho accompagnato, un caseggiato abbandonato di periferia. Me le indica mentre si piega in un accesso di tosse.

Un attimo dopo è sul muro e si arrampica rapido, come avesse piedi e mani prensili; quando è in alto (io lo raggiungo dalla scala), fuma l’ennesima sigaretta, perché a soli 18 anni è un tabagista cronico. Sorride spesso, poi spalanca gli occhi e indica un disegno sul fabbricato di fronte:

Quello lì, quello è uno forte, ha disegnato anche a Chernobyl, anche io vorrei andarci a firmare sui muri di Chernobyl…”

È così che Chernobyl è divenuta la cattedrale della protesta? La spavalderia giovanile che anima i luoghi del disastro ha un sapore macabro, ma forse contiene più verità di tanti cordogli.

Gli stalker di Stalking Chernobyl sono figli di Tarkovskij.

I cinquantasei minuti di girato del documentario della regista brasiliana di origini coreane, Iara Lee, si aprono sul ricordo del disastro, per poi volgere al presente.

Accanto ad un’industria turistica di visite guidate, si muovono degli esploratori ribelli che vanno ben oltre le zone visitabili della cittadina ucraina.
Sul paesaggio spettrale, apocalittico, simbolo del fallimento tecnologico dell’umanità, incombe la minaccia di un mostro terribile, che c’è, anche se non si vede.

Ma se gli antichi tramandavano di ballare e cantare per scacciare la morte dai luoghi, gli stalker di Chernobyl non sono da meno.
Alcuni, più cospirazionisti di altri e cresciuti con il videogioco prodotto in Ucraina (S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl), negano che lì ci siano più radiazioni che a Kiev.

Tra loro c’è chi pratica base jumping dai palazzi più alti della cittadina distrutta, chi si destreggia in spacconate e sfide nel bere l’acqua dei torrenti, tra edifici diroccati e graffiti, danze, esibizioni, allestimenti artistici ripresi da videomaker col pallino dell’horror movie o raccontati da guide alternative.

Puoi scoprire tutto questo, purché tu proceda cautamente, in gran segreto, dato che quelle zone sono interdette al pubblico. Le battute della polizia non sono infrequenti e le multe pure, qualcuno racconta di punizioni corporali.

Un salto nel passato.

Delenda Chernobyl o, per meglio dire, Pripjat.

Ad annunciarlo, un anno dopo il disastro nucleare, fu proprio la Pravda, il giornale del partito comunista. Denunciò che il Kombinat, il consorzio a cui la commissione per la liquidazione delle conseguenze dell’esplosione alla centrale aveva affidato il lavoro di risanamento, stava distruggendo l’abitato, abbattendo case, edifici pubblici e qualsiasi traccia dell’opera umana.

L’articolo dello scrittore Levada sollevò un acceso dibattito tra gli scienziati sovietici, anche loro divisi tra filo nucleari e no. Il dissidente Zhores Medvedev, biologo, emigrato a Londra negli anni di Breznev, e autore di vari libri, tra cui una biografia di Gorbaciov, si diceva d’accordo:

Demolire Pripjat, la cittadina a tre chilometri dalla centrale e per la quale non sono previsti piani di rientro a causa dell’alta contaminazione tossica, è giusto. Può essere utile come riserva ecologica, per studiare l’effetto delle radiazioni sull’ambiente. Viceversa Chernobyl, a 18 km, non è così pesantemente contaminata, nei prossimi 10/20 anni non ci vivrei, ma intanto è possibile decontaminarla”.

La decisione, più che medica, fu di ambito politico. Chernobyl sarebbe stata tenuta in piedi come monumento al disastro ecologico.

Al di fuori dei 10 km attorno alla centrale, la gente tornò a vivere senza permessi particolari. D’altronde, ai tempi in cui Mednev scriveva, 3 reattori erano ancora in funzione. E, tutto sommato, le centrali di Georgia, Azerbaigian, Crimea, al confine di un’Armenia allora terremotata, erano in piena attività, anche se era stato bloccato il finanziamento di nuovi impianti.

La questione delle centrali elettronucleari fu nel novero delle questioni più difficili da risolvere per la sinistra indipendente dell’Unione Sovietica e poi del mondo. La lotta sarebbe stata più lunga di quel che non si fosse pensato e perdura ai nostri giorni, anche in Italia, nonostante due referendum.

Mikhail Sedov, direttore del Kombinat, replicò che nessuno aveva progettato lavori segreti per radere al suolo l’antica città e che nulla sarebbe stato fatto all’insaputa del partito. Ciononostante molti edifici, costruzioni vetuste appartenenti ai cittadini e datate tra il 1895 e il 1961, erano già stati abbattuti.

Altre demolizioni in realtà ebbero luogo in seguito. Furono smantellati un buon numero di caseggiati, su ordine del Soviet di Kiev, per limitare i rischi di incendio, fu detto. Sedov negò che il fine fosse la distruzione e, in seguito, ordinò che 150 ettari fossero decontaminati, poi fece rimuovere 150 mila metri cubi di terra radioattiva (che non si sa dove siano stati smaltiti, di recente ne sono stati rinvenuti anche in Italia, in uno stabilimento abbandonato).

Non ci fu niente da fare: le dosi di radiazioni erano ancora da 10 a 15 volte superiori ai livelli massimi e la quantità dei radionuclidi nella zona della centrale addirittura aumentò.

Ciononostante, dopo breve tempo, un migliaio di persone tornarono a casa. A raggiungere senza permesso la zona dei 30 km, furono sopratutto degli anziani. Nell’estate di Chernobyl, circa 60 bambini furono ospiti dai nonni nei villaggi contaminati: era possibile vivere in quei posti?

Non vi badavano, alcuni non se ne erano mai andati, erano rimasti a guardia delle abitazioni per conto dei figli evacuati; altri vecchi erano stati abbandonati lì dalla famiglia, altri ancora vi avevano fatto ritorno. Nel villaggio di Opatcikhi, la contaminazione degli oggetti di uso corrente e dei vestiti era di due o tre volte superiore alle norme ammesse, mentre l’inquinamento radioattivo dell’acqua dei pozzi dei villaggi di Ilintsij e di Koupvatoije oltrepassava le prescrizioni mediche.

In un convegno-seminario tenuto a Chernobyl nell’ottobre del 1988, con la partecipazione di molti esperti e scienziati, si sentenziò che non sarebbe stato possibile viverci per molto tempo ma che “non era razionale pensare di scacciare gli anziani dalle loro terre”.

L’incidente.

Ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa lungamente passata ci pare esser presente”. Leonardo Da Vinci

Il passato rimane presente finché qualcuno se lo ricorda e ne racconta, i fatti restano attuali nella loro drammaticità e pregnanza: in fondo è questo il senso della storia.

Ecco i ricordi di chi intervenne in quei giorni presso il quarto reattore, testimonianze dirette che internet, memoria digitale dei popoli, ha dimenticato:

Jurij Dobrenko, allora istruttore al Komsomol di Pripjat, affermò che a rimanere a Chernobyl, erano stati almeno 5000 e non mille, ecco cosa raccontò:

Un giorno giunse un ragazzo che ci pregò di aiutarlo a ritrovare il padre. Era rimasto in città, ma ora che avevano bloccato le forniture d’acqua, temeva per lui. Come era riuscito a sopravvivere lì da solo? Era un nonno decorato, aveva partecipato alla battaglia di Stalingrado, così, dopo l’esplosione, era andato dai militari e si era fatto dare i respiratori, più di uno, e se li metteva anche dormendo. Non accendeva la luce per non farsi scoprire, aveva una riserva di pane secco e provviste di acqua, ma dato che c’era la corrente, guardava la televisione”.

Jurij Jurevič Badaev era un ingegnere di 30 anni, quella notte dell’esplosione del reattore stava lavorando con il mega computer dell’impianto, “Skala”:  “Se si fosse bloccato saremmo stati come gattini ciechi”, disse. Tutto avvenne in un batter d’occhio, quando ci fu il disastro Juri era a 40 metri dal reattore:

Sapevamo che stavano facendo degli esperimenti, sulla base di un programma pianificato, così noi avevamo precedentemente ridotto la potenza del reattore, che funzionava a basso regime, era tutto normale, dicevano… Sasenok era uno degli addetti all’esperimento e ci aveva chiesto un collegamento al punto 24 dove doveva lavorare con gli strumenti di calcolo, poi un segnale ci indicò che l’ingegnere capo aveva premuto il pulsante per il pieno disinserimento del reattore. Solo dopo sentimmo l’esplosione.

Passati 15 secondi ci fu una scossa e poi un’altra ancora più potente, mancò la luce e le macchine si bloccarono, entrò in funzione il generatore di emergenza e noi ci precipitammo a salvare i nostri macchinari, che avrebbero indicato le ragioni del guasto; il fatto era che quegli apparecchi dovevano stare sempre alla stessa temperatura di 22 gradi per funzionare e in più iniziava a piovere acqua dal soffitto, ma i nostri calcolatori continuavano a registrare qualcosa… allora uscimmo e fuori c’era solo vapore e polvere… d’improvviso i grandi calcolatori ad armadio che controllavano il reattore si spensero, si trovavano al punto 27, che era una specie di pianerottolo.

Tentai di raggiungerlo, ma era buio pesto, dalle scale rotolavano giù blocchi di cemento armato, serbatoi, acqua… allora mi procurai una torcia, ma non ce la feci a passare. Tornai a Skala e cercammo di coprirlo. Ecco che ricevemmo una lunga chiamata dal locale 24, ma dall’altra parte nessuno rispondeva, mi precipitai là e vidi che portavano via Sasenok con una barella: aveva cercato di chiedere aiuto, era rimasto con la schiena sfracellata, poi sarebbe morto. La città dormiva”.

In seguito ci sarebbe stata un’inchiesta, il processo dei responsabili della centrale: il direttore, il vice direttore e l’ingegnere capo furono condannati a 10 anni di lavori forzati; ciononostante, i dubbi sulle cause rimasero a lungo irrisolti, come illustra la serie prodotta da HBO dal titolo Chernobyl.

Tanto realistica, nonostante qualche fuga nel fantastico, che un ex liquidatore si è tolto la vita per il trauma di rivivere quei momenti vedendo il telefilm.

Anche uno scienziato, pochi anni dopo l’incidente, decise di uccidersi. “Aveva partecipato alla messa in sicurezza della centrale”, spiegò Ales Adamovich, scrittore bielorusso, in un saggio apparso su Novij Mir. Valerj Alekseevič

Legasov era stato tra coloro che avevano tentato di fermare la catastrofe: il reattore continuava a bruciare dopo l’incidente e in Europa nessuno sapeva che sarebbe potuto esplodere come un’ atomica distruggendo tutto, con conseguenze pesantissime in tutto il mondo. Basti pensare che dell’incidente di Chernobyl si è trovata traccia nei ghiacciai ( The Cryosphere, nel 2020, riporta lo studio, effettuato con un importante contributo alle rilevazioni dell’università Milano-Bicocca).

Adamovich raccolse tutta la sofferenza, il senso del tragico che emanava dallo spirito dello scienziato che aveva partecipato ai progetti per la costruzione e la localizzazione della centrale elettronucleare:

Ho capito che può accadere un incidente come quello in qualsiasi centrale di quel tipo”, precisò Legasov, “senza un ordine di rischio preciso”.

Mi tornano alla memoria immagini sfocate di quei giorni: i pompieri di Chernobyl.

Leonid Petrovič Teljatnikov era un eroe dell’Unione Sovietica, comandante del reparto militare numero due dei vigili del fuoco, era in ferie quando fu avvertito della catastrofe, racconta del suo sopraggiungere con mezzi di fortuna, ma anche del pronto intervento della pattuglia di 17 uomini del tenente Valodja Pravik, che aveva 24 anni; il più vecchio era invece Ivan Alecseevič Butrimenko che ne aveva 42 ed era quello con la maggiore anzianità di servizio, un uomo su cui si poteva sempre contare. Poi i tre fratelli Savrej, bielorussi, Petr, Leonid e Ivan, inquadrati nella terza pattuglia del servizio di guardia, pieni di volontà e spirito di sacrificio, loro lavoravano così: c’è qualcosa da fare? Si fa. Tutti seguirono di corsa Pravik senza voltarsi indietro, nessuno esitò, altrimenti i danni sarebbero stati molto più grandi.

Oltre al servizio di sorveglianza c’era il reparto urbano con V. Kibeok, che arrivò più tardi, mentre il primo reparto spegneva l’incendio nella sala macchine, loro furono inviati ai reattori e Pravik distaccò una parte dei suoi per andare ad aiutarli. Il valoroso Pravik perse la vita, gli altri cinque che morirono appartenevano al sesto reparto urbano.

Nicolaj Andreavič Volcozubov aveva 54 anni, era ispettore capo, pilota militare, artificiere colonnello e maestro dello sport aeronautico dell’Urss:

La mattina del 27 aprile mi ordinarono di decollare per la città di Pripjat, durante il volo vidi tutto dall’alto. Notammo che nei pressi della centrale le radiazioni aumentavano moltissimo, vidi la ciminiera di ventilazione e il quarto blocco distrutto, c’era molto fumo grigio e tra le rovine si vedevano ancora le fiamme.

Alle 4 del pomeriggio la città era stata evacuata. Nel frattempo erano arrivati altri due elicotteri MI-8 che avevano già iniziato a rovesciare nel reattore sacchi di sabbia e acido borico; il 27 aprile i nostri piloti rovesciarono sacchi dall’alba al tramonto. Era poca cosa, tornammo alla base e ci venne un’idea: tenere il carico agganciato sotto l’elicottero, mantenendo l’elicottero alla quota di 200 metri, altrimenti fiamme e radiazioni avrebbero mandato fuori controllo i comandi; usammo un’apparecchiatura che abbiamo per sganciare i carichi esterni: ad 80 km l’ora fummo sul reattore e lanciammo.

Le radiazioni non hanno odore, sapore e non si vedono, ma la sensazione di pericolo era fortissima e si lavorava con tutte le forze, i respiratori molti li portavano sulla fronte a guisa di occhiali. Il sette maggio abbiamo smesso di lanciare sacchi sul reattore”.

Mentre molta gente fu evacuata con i bus, altra si accalcava all’areoporto di Boryspil; una giornalista, Liubov’Alexasandrovna Kovalevskaja, affermò che chi era scampato al disastro si riconosceva per gli abiti sporchi, che molte donne avevano bambini in braccio che piangevano e facevano molta pena.

Il 26 aprile 1986 cadeva di sabato, ma il lunedì seguente, non appena il personale della centrale elettronucleare svedese di Forsmark, a nord di Stoccolma, si recò a lavoro, apparve subito chiaro che qualcosa non quadrava.

La centrale disponeva di rilevatori sensibilissimi e un lavoratore rientrato da una pausa si accorse che dalle sue scarpe proveniva un alto livello di radiazioni. Le dichiarazioni rese da Claes-Göran Runemark, che allora aveva la responsabilità delle operazioni alla centrale, furono le seguenti:  “Avevamo verificato numerose volte con i nostri sistemi di rilevazione, e non trovammo nulla che provenisse da Forsmark”.

Constatato che la fuoriuscita non originava da altri impianti svedesi, si addivenne alla certezza che le particelle radioattive fossero state trasportate dal vento proveniente da est e si indagò in tale direzione.

Grazie alla nostra tempestiva rilevazione”, asserì Runemark, “riuscimmo ad informare le autorità svedesi ad uno stadio non avanzato di diffusione, permettendo poi di informare il resto del mondo della minaccia di inquinamento radioattivo proveniente dal disastro nell’Unione Sovietica”.

L’Urss dovette ammettere di aver avuto problemi ad una centrale, ma lo fece solo dopo due giorni dal disastro, tacendo riguardo all’entità; della gravità si ammise una settimana più tardi.

Anche gli svedesi di Forsmark avrebbero affrontato un guasto elettrico che, nel 2006, gli avrebbe fatto sfiorare un disastro. Il responsabile della centrale affermò che l’incidente, che comportò lo spegnimento del reattore “1”( con la possibilità di fusione del nucleo, come a Pripjat), fu l’evento più pericoloso nel mondo dopo Three Mile Island e Chernobyl. 

Oggi possiamo includere anche il disastro di Fukushima, tra l’altro è di questi giorni l’annuncio che i giapponesi riverseranno in mare le acque di raffreddamento dei reattori danneggiati.

Ritorno a Love Canal.

L’ho appreso da alcuni amici ucraini. Chernobyl non è solo quella del reattore, c’è una seconda città segreta, con leggende sui luoghi tenuti nascosti, racconti tra realtà e finzione, giganteschi tralicci di antenne dismesse, a suo tempo costruite per controllare le comunicazioni del pianeta, ma anche testimonianze degli avvistamenti di figure tra mito e realtà.

Accanto si muovono indisturbate le colonie di lupi, che vivono e si riproducono, nonostante le radiazioni e le incursioni degli stalker.
E molte case sono tornate ad essere abitate: ex ragazzi degli anni 80 seguono le orme dei nonni e sono tornati ai luoghi dell’infanzia, nella città contaminata, a dispetto della ragionevolezza.

La natura ha invaso tutto e loro vivono una vita semplice, coltivano la terra, hanno delle galline, allevano le api.
Il miele di Chernobyl…”, sogghigna il contadino ucraino, ex liquidatore di Chernobyl, che conduce dei filmaker a visitare il suo podere.

Non sono ignari del pericolo come i loro predecessori: loro, e gli stalker, conoscono benissimo la letalità delle radiazioni e il danno cui sono esposti; sebbene taluni lo neghino, altri lo accettano, altri ancora adducono un adattamento di chi viva costantemente in quelle zone.

In qualche modo sopravvivono, anche se non si sa per quanto tempo.

Sono il simbolo di una protesta silenziosa, di un connubio con la natura che si cura da sé e che accoglie chi sia in fuga da una civiltà in cui non crede più.

Sono sempre più convinta che sia la natura, più che la civiltà, la vera culla dell’umanità.

Se l’umanità vorrà sopravvivere, dovrà vigilare promuovendo un tipo di progresso che rispetti l’habitat naturale. La presa di coscienza è ormai improrogabile.

Qui Jo Gabel, di ritorno da Love Canal …

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

6 commenti

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  • Direi che la storia mi fà ricordare quel momento come un momento di disastro gia deciso, quei giorni furono di “non bere latte, mangiare verdura”, tutto era inquinato dalla radio-attività, in coclusione ci hanno fatto anche una serie e a tutt’oggi ne subiamo le conseguenza come Fukushima, con relativo sversamento di acqua pesante in mare, con la possbilità di creare danni agli esseri marini viventi e non.
    Il vero danno è il silenzio delle autorità che leggittimano le regole che fanno e che loro stessi violano.

  • L’articolo merita un commento articolato. Se non altro perché nelle considerazioni esposte si esprime con una libertà totale sia concettuale che espressiva, in una sorta di anticonformismo che non è solo narrativo ma anche metodologico. Ho avuto l’impressione che i punti di vista che sono stati esplorati, solo apparentemente possano confliggere tra loro. In realtà il filo logico è sempre trasgressivamemente (che è tra l’altro qualità e merito) presente. Quella dell’autrice è cronaca mentre diventa storia; è letteratura nella descrizione delle azioni e dei pensieri degli attori del dramma, ma è, tra le righe, letteratura shakespearianamente poetica nel linguaggio. Oltretutto l’atteggiamento degli stalker è stato trattato in modo che ogni loro espressione e azione fossero vere proprio nel non essere vendibili e consumabili in un mercato che tutto distrugge appena archiviato (e dimenticato). Dunque anticonformista il “modo” di raccontare e anticonformista e non inquadrabile in un rassicurante canovaccio formale il comportamento degli stalker: coerenza e e armonia in perfetto equilibrio tra extradiegesi e intradiegesi. Non ho visto il film di Tarkovskij (certo una pecca nel panorama delle mie passioni di cinefilo): un autore che amo molto, pur essendo rimasto legato al fascino terribile e tragico di Andrei Rubliev. Tra l’altro ebbi un incontro/scontro dialettico con Tarkowski nel corso di un evento di molti anni fa durante una manifestazione organizzata dalla Lanterna Magica a L’Aquila. Gli chiesi se si riteneva debitore dei grandi registi russi degli anni 20 e 30. Si risentì. riaffermando una sua originalità di ispirazione poetica. Ne convenni, anche se rimasi convinto che certe scene di Ivan il terribile (Eizenstein 1946), pur in una ieraticità formale frutto, tra l’altro, di una visione liricamente politica e certo datata, dovevano pur averlo influenzato. Per quanto riguarda l’ attuale livello di contaminazione non so cosa dire, so solo che il decadimento radioattivo può richiedere anni, se non addirittura secoli

  • Jo qui in Italia si sono rilevati moltissimi casi di tumore alla tiroide in quegli anni.E tuttora i bambini vengono mandati anche in Italia per cambiare aria. Molta gente è rimasta a Chernobyl,forse persone anziane che non potevano andarsene Dicevano di star bene; ho letto da qualche parte..

  • Se ci pensiamo,anche in Giappone hanno avuto guai con la fabbrica nucleare: ma sai come sono i giapponesi, trovano sempre la soluzione, cioè tutto passa! Dato che sono tanto portati al giardinaggio,mi meraviglio che i loro bambù non hanno portato danni.Un mistero,dato che in Italia basta un vermetto per distruggere interi uliveti.Che ne pensi Jo?

  • L’INEVITABILITÀ DEL DANNO.

    Chernobyl, la catastrofe che resterà scolpita per sempre nell’immaginario collettivo dell’umanità. Fallimento della tecnologia, come sentenziato da Heidegger? La tecnologia sviluppatasi con l’intento di far bene all’uomo, finisce spesso col fargli del male.
    Seveso, Bhopal, la Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, navette spaziali esplose in cielo, sottomarini inabissatisi col loro carico umano, il maestoso Titanic e via elencando. I grandi manufatti dell’uomo soggetti anch’essi a imprevisti, errori umani, incuria, sottovalutazioni…fino alla tragedia!

    Ma anche madre natura non scherza con il suo tremendo armamentario distruttivo: terremoti, alluvioni, maremoti, uragani, esplosioni vulcaniche. Culla dell’umanità? Leopardi ci invita alla cautela anche nei suoi confronti:

    “Natura è come un bambino che disfa subito il fatto”,

    “O natura, o natura perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?”

    “Tu natura sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora ci insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi (verissimo, tramite le api! :-) ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti;…”

    Lungi da ogni rassegnazione fatalistica sull’inevitabilità del danno ed il ricorso, quale estrema ratio, a gesti apotropaici di dubbia efficacia crediamo che una tecnologia cosiddetta sostenibile e un rapporto con l’ambiente non più predatorio siano le necessarie alternative. Non più rinviabili. Anche perché la natura, prima o poi, ritornerà là dove l’uomo l’ha scacciata. Non per un miracolo ma in virtù della sua stessa forza. Chernobyl ne è l’esempio.

    Grazie Jo, un articolo davvero magistrale.

    Domenico Mainiero

  • Cara Jo, presentazione sensibile e profonda, con un filino di distacco professionale che ci sta tutto: troppo enorme il problema di aver incanalato e manipolato una forza naturale… la forza intrinseca degli atomi… costringendola alle nostre regole e necessità, e di tanto in tanto questa forza ci sfugge di mano con immense conseguenze… Mi chiedo : che ci facciamo qui su questo pianeta? Troppo deboli fisicamente rispetto alle forze naturali pre- e co-esistenti a noi, dovremmo arrenderci all evidenza che non possiamo controllare a lungo un bel niente, l unica nostra salvezza è solo ripristinare il nostro bel giardino, e da ora in poi limitare le nostre pretese per sempre.
    È sempre bellissimo seguire il tuo lavoro Jo!