Come si scompare. Alfred Hitchcock e il segreto di Bellagio Road

Bentrovati, questa sera vi parlerò del segreto di Bellagio Road, un mistero che mi riguarda da vicino; di certo ha riguardato anche moltissime altre persone.

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non abbia desiderato far sparire qualcuno. Chi non si sia trovato costretto dalle convenienze, a dover nascondere qualcosa. So bene che si tratta di un comportamento non idoneo alla morale.

Per conto mio avevo molte buone ragioni e mi chiedo se gli scrupoli siano sempre buona cosa. Spero che gradirete il racconto a seguire…”

A parlare è un’essenza fantasmatica e non saprei dirvi se si trovi davvero di fronte a me o sia solo un sogno, specie ora che ha assunto un inquietante contorno ad otto. Di certo quel motivetto di sottofondo lo abbiamo fischiettato in molti: appartiene a una nota serie di telefilm.

Dato che nessuno può rubare il palcoscenico ad Alfred Hitchcock, neanche se si presenta come un ombra stagliata su di una parete, non posso fare altro che ascoltare cosa abbia da dirci da un imprecisato antro dell’aldilà: Mi sono introdotto nelle vostre case per tanti anni attraverso un programma televisivo ed è arrivato il momento di ringraziarvi; per farlo ho in serbo per voi un ultimo mistero. Ma non aspettatevi una spiegazione prolissa, dato che il chi e il come dovrete scoprirlo da voi, come in ogni buon thriller che si rispetti. Del quando, ahimé, non posso essere certo, poiché sono un ectoplasma. Ma posso assicurarvi che il brivido è sempre terapeutico…

Mi do un pizzicotto sul braccio per assicurarmi che non si tratti di un sogno, in caso contrario potrei decidermi a fare da medium. Come disse un giorno Roberto Benigni, parafrasando Blaise Pascal: Meglio credere che non credere. Chissà che il Maestro non abbia in serbo una sorpresa?

Sono pronta a scommettere su di un impianto agghiacciante: è tipico di Hitchcock adeguarsi alla migliore tradizione freudiana, cosicché il terrore possa risvegliarsi quando meno te lo aspetti. Quando rimani da solo, o la sera prima di coricarti. Mentre cammini nei pressi di un bosco (ma cosa ci fai in un bosco di notte?), oppure in quella frazione temporale che intercorre tra te che entri in casa e la tua mano che scorre ad accendere l’interruttore della luce.

Per tutti questi fatti e perché sai di trovarti in un racconto di Hitchcock, ti consiglio di rimanere guardingo. Poi non venire a dirmi che non ti avevo avvisato.

Intanto, nella nebbia ectoplasmatica, una graziosa villa sembra emergere come da un frame di un vecchio film.
Elegante senza ostentazioni, come era la mia dimora nel Surrey e l’appartamento a Brompton, in Inghilterra, commenta Hitch in tono compiaciuto.

Viali ordinati, piante curate e un’ampia vetrata sul giardino, da cui si intravedono interni sobri e accoglienti; a pochi passi dall’entrata si spalanca la porta della grande cucina, paradiso della famiglia Hitchcock nella loro casa in California.

Gli spiriti non si distaccano tanto facilmente da quello che hanno amato in vita, dico tra me e me, potrei giurare che Hitchcock non si sia mai allontanato dalla sua magnifica ghiacciaia.

Già, perché, contrariamente agli usi di Hollywood, Alfred non dotò la propria casa di Bellagio Road di un campo da tennis o di una piscina, ma ingrandì la cucina e vi installò una cella frigorifera.

Probabilmente ci si sarebbe fatto tumulare, se gli usi del tempo l’avessero permesso, per farsi riesumare ogni volta che qualcuno avesse tentato un remake dei suoi film o un’indagine biografica…

L’acquisto della villa di Bel Air, risaliva all’epoca di Rebecca la prima moglie, quando David O’Selznick lo aveva invitato a Hollywood.

Il produttore di Via col vento, doveva essere stato persuasivo: Prima di allora non avevo mai pensato di lasciare l’Inghilterra, commenta infatti Hitch.

Ma quella vecchia volpe di Selznick sapeva quello che faceva, visto che sia il film Rebecca, che lui stesso, ricevettero l’Oscar, mentre alla regia fu riconosciuta solo la prima di cinque candidature.

Il genio del thriller commentò a modo suo:“Sempre damigella d’onore”.

La sua intraprendenza, che non fu subito premiata, fece ugualmente storia. Da ragazzo si era spinto fino a Babelsberg, nel cuore della Hollywood tedesca, per apprendere nuove tecniche di regia. Lo accompagnava colei che ne sarebbe divenuta la moglie: l’entrata di Alma Reville non fu trionfale. L’aveva conosciuta cinque anni prima, lavorava negli stessi studios inglesi dove Hitchcock era stato assunto, si occupava di montaggio e sceneggiatura ed era già molto apprezzata. Così poté assistere la regia del primo film del marito, per poi collaborare ai suoi successi.

Ma quando si trasferirono a Los Angeles, poco a poco, quella valente professionista scomparve.
Proprio così.

Certo, era sempre presente nei suoi ruoli di moglie, madre e padrona di casa. Ma più il mito di Hitch cresceva, più Alma scompariva dietro l’ombra del marito.

Cosa dire? A lei quell’ombra calzava a pennello, si sarebbe detto che fosse frutto di un comune accordo. Era una donna piccola di statura, dai capelli color tiziano, all’apparenza fredda e controllata, estremamente determinata e volitiva.
Di lei il marito diceva che fosse “la cuoca più sopraffina che avesse mai onorato una cucina”.

Per circa cinquant’anni gli fu compagna ed eccellente ospite per tanti attori giunti a condividere i suoi banchetti. Hitch, che non amava le feste, invitava volentieri gli artisti con cui stava lavorando.

Poi stappava vini pregiati nella sala da pranzo che si affacciava sul giardino, mentre Alma serviva i suoi famosi soufflé a Teresa Wright e Joseph Cotten (durante la lavorazione de L’ombra del dubbio, nel 1942). Oppure preparava cibi francesi in onore di Cary Grant e Ingrid Bergman (all’epoca del duetto in Notorius, nel 1945); Annie Baxter e Montgomery Clift, la coppia disorientata di Io confesso, furono a Bellagio road nel 1952; Ray Milland e Grace Kelly, invitati durante il making de Il delitto perfetto, cenarono con i coniugi Hitchcock nel 1953.

Ritornare a casa da Alma, alla sera, dopo aver trascorso giornate intere a dirigere alla Universal, alla Paramount, alla MGM, rappresentava per il regista un piacere ineguagliabile.

Ma di sicuro un’altra ragione lo spingeva a quegli inviti riservati a pochi attori… quale migliore occasione per studiare i personaggi e mostrarli ad Alma, nell’ambiente raccolto della loro dimora?

Al pronunciare il nome Alma, la luce che avvolge il fantasma ha un curioso sfavillio. Se non fossi certa del piglio del maestro del brivido, giurerei di aver udito un sospiro.

Secondo amici e conoscenti, in qualunque momento Alma lo avesse richiamato, mentre era fuori di casa, non importava cosa stesse facendo, invariabilmente il regista annunciava agli astanti: “Madame vuole che io rincasi”.

E allora tutto il mondo di Hollywood, attori, sceneggiatori, produttori e maestranze era escluso. Alma e Alfred chiudevano le porte della loro dimora per godersi l’intimità della loro casa.

L’immagine diventa man mano più nitida e li vedo disporsi l’uno di fronte all’altra: lei accomodata presso la grande scrivania, accosta al muro, dirimpetto Hitchcock nella comoda chaise longue …

Lontano da occhi indiscreti, Hitch inizia ad esporre a Alma i suoi dubbi e le perplessità, passando in rassegna le scene più strabilianti della storia del cinema. Come ha fatto tante e tante volte.

Da Life boat (Prigionieri dell’oceano) e i suoi abitanti eterogenei, alle sequenze di sogno di Spellbound (Io ti salverò), o i problemi tecnici connessi alla realizzazione del più grande set al chiuso mai costruito fino a quel momento, The Rear window (La finestra sul cortile); fino alla scena dell’assassinio sotto la doccia di Psyco che, se non fosse stato per Alma, non avrebbe avuto alcun commento musicale, dato che Hitch aveva previsto solo l’urlo della ragazza di sottofondo.

Dunque, mi dissi, tutti questi film che ideò e realizzò, furono magnifici grazie all’aiuto di questa piccola donna? Al suo fiuto infallibile per le sequenze che avrebbero funzionato?

Molte delle loro opere furono candidate all’Oscar, che però fu negato al grande regista fino al conferimento del Thalberg Memorial, nel 1967. La compagna di una vita, quella che era stata il suo socio creativo, partecipe con il lavoro non sempre accreditato di editing, revisione e adattamento, non pretese alcun riconoscimento.

Noterete che, oltre a possedere un vivacissimo impianto del thrilling, quei film sono anche variazioni di storie d’amore. Desiderato, osteggiato, perduto, ma pur sempre amore…

La fama di maestro della suspense ha sempre messo in ombra quest’armonia perfetta, questo vibrante sentimentalismo che permetteva allo spettatore di appassionarsi alle sue storie. Oltre che un genio delle trame, ironico e grande affabulatore, era anche un romantico? Tutto è possibile, ma non potrebbe darsi che quelle scene vibranti di emozione si debbano ai suggerimenti di Alma? A quella carismatica signora che osservava intensamente i suoi commensali e che d’altronde aveva iniziato a lavorare nel cinema a soli 16 anni e vantava più esperienza di Hitch?

D’accordo, i soggetti erano spesso scritti da terzi, ma sappiamo bene con quanti accomodamenti intervenga un regista in corso d’opera.

Dunque perché Alma Reville si eclissò con tutto il suo talento? Preferì non oscurare il mito del marito, lasciando a lui tutta la gloria? E’ lecito chiederselo. E di certo non sarà stata la prima donna, né l’ultima a comportarsi così.

Ma poi mi domando: cosa avrebbe pensato Hollywood (e il mondo) di una donna tanto abile da allestire scene di delitto in modo tanto meticoloso? Di certo l’accoglienza non sarebbe stata la medesima riservata al marito.

Alle mie spalle Hitch (o la parvenza di lui) sta sogghignando, perché lo sappiamo: dissemina sempre degli indizi, in modo un po’ bizzarro, come per quelle comparse fugaci, cameo d’ogni suo film.

Confesso che non mi capacito che il grande Hitchcock potesse aver bisogno di un ghost creativo. In proposito ebbe a ribadire col consueto tono didattico: … vi siete imbattuti in coltellate, asfissie, cremazioni, randellate, strangolamenti, qualche morto annegato e un po’ di pistolettate. Ma ricordatevi che vi ho permesso di godere di quei delitti che avreste sempre desiderato commettere e che non avete commesso per mancanza di decisione. Così spero che avrete potuto porre fine alla diceria che la finzione sia meno stramba della realtà.

Avevo riesaminato decine di volte i corpi del reato, ovvero gli script dei suoi film. La verità, se tale era, fu occultata bene. Anche se, qua e là, traspare un lazzo, una provocazione: vi ricordate, ad esempio, il parlare languido di Grace Kelly, ne La finestra sul cortile, quando asserisce che sarebbe voluta essere una creativa?

Neanche i due film girati di recente sul rapporto tra Hitchcock e sua moglie sono riusciti a chiarire l’enigma.

Forse potrà esserci d’aiuto la biografia che scrisse la figlia del regista, dal titolo Alma Hitchcock, dedicata alla madre e non al padre. Tanti commentarono che scrivere un ricordo della madre citando solo il cognome acquisito da sposata, fosse stata una manovra pubblicitaria. Ma, a ben guardare, non potrebbe significare altro?

Solo il fantasma può aiutarci a dipanare l’intreccio, mi dico.

Ma, sul più bello, la musica svanisce e di Hitch non v’è più traccia. Scomparso senza neanche un sibilo sinistro, un alito di vento.

A chi potrò raccontarlo che stanotte, accanto al grande camino di pietra, fosse apparso un fantasma tanto illustre?

Tra il doghettato di legno delle pareti è facile credere d’aver intravisto qualcosa, così spero di avervi colto nella giusta condizione di spirito per non pensare che mi sia inventata tutto.

Anche adesso, girandomi di scatto, potrei immaginare di vederlo emettere un ironico “Buuu”.

E potrei decidermi a trattenerlo. Come si narra di quel Fantasma inesperto che, avendo dato prova delle sue facoltà di apparire e scomparire, poté invitare un astante a imitarlo, affinché se ne andasse con lui nel regno dei più.

No, non c’è da fidarsi di Hitchcock, lo dicono anche le cronache dei gossip più salaci.

Ciononostante io rimango della mia, che poi spero sarà anche la vostra, l’opinone di coloro che amano il cinema, che vogliono chiudere il sipario in bellezza, perché è solo questa a illuminare il mondo.

Che importa se il nostro spettro fosse davvero lui? In fondo una prefazione è solo un’apologia di quel reato che consiste nella creazione letteraria.

Quello che sappiamo di sicuro è che a scomparire fu lei, Alma. Ad osservarla attraverso qualche fotografia, possiede occhi vivaci e denota più temperamento di qualsiasi signora omicidi della letteratura; ma in assenza di dati oggettivi, per tanti anni, ci siamo rassegnati a prendere per buona la versione ufficiale della brava massaia.

Salvo ricordarci che i cadaveri dissimulati nelle paludi spesso tornano a galla.

Così mi chiedo se sia stata solo cavalleria quella che indusse Hitch a pronunciare un certo discorso in occasione dell’AFI life Achievement Award.

Giudicate voi : Voglio ringraziare quattro persone dalle quali ho ricevuto il massimo dell’affetto, il massimo dell’apprezzamento e incoraggiamento… e costante collaborazione. La prima delle quattro persone è un montatore, il secondo è uno sceneggiatore, la terza è la madre di mia figlia Pat e la quarta è la cuoca più raffinata che abbia mai compiuto miracoli nella cucina di una casa.

Tutte queste persone corrispondono al nome di Alma Reville.

Se la bella Miss Reville non avesse firmato con me un contratto a vita, senza opzioni, come Mrs Hitchcock, circa 53 anni fa, Mr Alfred Hitchcock sarebbe lo stesso in questa sala stasera, ma non a questo tavolo, piuttosto come uno dei camerieri ai piani…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

Commenta

clicca qui per inviare un commento