È sufficiente lasciar prosperare i biancospini delle brughiere, allo stesso modo di certe luci letterarie, perché essi si facciano strada fino alle pendici delle montagne. In una persistente armonia, e proprio quando l’oscurità si preannuncia, il bianco dei fiori esalerà tutto il candore, avvolgerà le colline, si specchierà come neve su quelle circostanti e, cancellando l’oscurità della forra, raggiungerà lo spirito che galleggia nell’eternità.
“Only connect! That was the whole of her sermon. Only connect the prose and the passion and both will be exalted, and human love will be seen at its height. Live in fragments no longer.”(Howards End, Edward Morgan Forster)
È palpabile quando accade, nella vita e nell’arte, in luoghi e posti speciali, distanti dalla città che cresce e accomuna, livella, travolge: Howards End, scritto nel 1910, è un romanzo straordinario in cui Forster fu in grado di prevedere il futuro. Un futuro fatto di fabbricati che avanzano, di vita brulicante tra centri commerciali e spazi cementizi, di quiescenza alle fredde leggi dell’economia di mercato. E ti accorgi di quanto il significato delle cose sia stato sminuito dalla tecnologia e che allenarsi a connettere sentimenti, attività giudicata basilare nel racconto di Forster, appaia ancora un cimento essenziale.
E dunque, quello di cui parliamo oggi è un libro di connessioni importanti – connessioni tra campagna e città, tra abbienti e diseredati, tra giusto e sbagliato, tra volgare brutalità e rapimento estetico, tra calligrafismo e formalismo, tra vero e falso, tra scrittore e lettore, via via impiantando relazioni a monte e a valle, connettendoci con la storia e il suo tutto.
Siamo a Londra all’inizio del secolo scorso, nuovi fermenti tentano di superare le granitiche certezze delle convenzioni. Un’amicizia tra due donne aristocratiche, una dimora idilliaca in campagna e due famiglie diverse come attitudini e aspirazioni: quando lo scandalo esplode, la trama è già intessuta e il lettore avvinto.
Mi imbattei in Casa Howard (il titolo italiano di Howards End ) per aver amato il film Maurice di James Ivory, tratto dal romanzo che più rispecchiò il suo autore. Scritto nel 1914, ma pubblicato postumo nel 1971, liberò Forster di quelli che definì mascheramenti, potendo esprimere finalmente sé stesso. Con quell’aspetto un po’ trasognato con cui appare nelle fotografie, proprio dei meditanti dopo aver sgranato un mala, descrisse anche Tiby Schlegel, fratello della protagonista di Casa Howard. Distacco che nulla tolse all’assidua ricerca di Forster degli strumenti fondamentali che assicurassero il valore di un testo scritto. Ciononostante, nel giugno 1911, confidò al suo diario “la stanchezza dell’unico argomento che posso trattare, l’amore degli uomini per le donne e viceversa” e infatti, dopo A passage to India, pubblicato nel 1924, a quell’argomento rinunciò.
Ma i suoi libri non furono solo storie d’amore, anche se esse costituirono l’asse portante di alcune vicende. Casa Howard fu per me un piacere intimo e misterioso, nonostante l’autore fosse risoluto a non sfoderare alcuna energia trepidante (pensiamo a Cime tempestose di Emily Brontë). Morgan, come è familiarmente nominato Forster da esegeti più colti di me, delle scene cruciali discorre con pacatezza.
Fatico a ricordare chi mi avesse parlato per la prima volta di quest’autore. Forse un attore inglese, fine ricercatore e letterato, che teneva a Roma dei corsi universitari sulle opere di Forster. Ma fu necessario il film di Ivory per sciogliere l’ordito e far posto al nuovo disegno. Perché è questo che fa l’arte: educa i sensi e la mente, fa sognare, ma anche riflettere sulla vita che vogliamo vivere. E su ciò che conta davvero.
Di questa indiscussa opera della letteratura inglese si interessarono in tanti, persino una nota scrittrice. Sembra che Forster si fosse ispirato a lei, Virginia Woolf, e alla sorella Vanessa, per le protagoniste di Casa Howard e costei ne apparve entusiasta:
“La pianificazione della storia è magistrale. Quella cosa indefinibile ma tanto importante, l’atmosfera del libro, riluce di intelligenza; non ad un barlume di fandonia, non ad un atomo di falsità è consentito depositarsi. E di nuovo, ma su di un campo di battaglia più ampio, continua il conflitto che ha luogo in tutti i romanzi di Mr. Forster: il conflitto fra le cose che importano e le cose che non importano, fra la realtà e la falsità, fra la verità e la menzogna”.
Un’opera da cui Ivory trasse un capolavoro nel 1992, con l’accurata sceneggiatura di Ruth Prawer Jhabvala, storica collaboratrice del regista, screenplayer di talento, alla quale si deve la trama articolata, dalla levità al dramma, interamente annotata con la flemma di Forster. Lavoro per il quale Ruth meritò il secondo Oscar (il primo fu per Camera con vista).
L’interpretazione degli attori confermò il carisma di personaggi indimenticabili. A partire da Emma Thompson che supera con la sua tenacia interpretativa certi atteggiamenti del personaggio che appaiono più chiari nel libro (Oscar come migliore attrice protagonista per il ruolo di Margareth Schlegel); poi Anthony Hopkins, come Henry Wilcox, un uomo d’affari energico di stampo edoardiano, che suscita subito antipatia, ma per il quale Forster scorgerà un margine di salvezza. Helena Bonham Carter è Helen Schlegel, sebbene fisicamente diversa dall’impetuosa sorella di Meg descritta da Forster, appare perfettamente calata nel personaggio, sfoderando un’energia che ce la fa amare incondizionatamente. Leonard Bast, interpretato da Samuel West (Konradine ne L’amico ritrovato, ne abbiamo parlato qui ), palesa tutto il disorientamento della sua condizione, nonostante il personaggio acquisisca più vigore di quanto non ne possedesse agli occhi di Forster.
Vorrei spendere due parole per un ruolo minore, la moglie di Bast, Jacky, interpretata da Nicola Duffett, la cui storia è appena accennata. Jacky aveva perso i genitori e, poco più che adolescente era divenuta l’amante di Henry Wilcox a Cipro. Quando lui l’aveva abbandonata era divenuta una prostituta. In seguito aveva incontrato Leonard Bast, che se ne era preso cura e aveva promesso di sposarla quando fosse stato maggiorenne. Il crimine compiuto su di lei dalla società, assieme alla semplicità con cui accetta la sua condizione, la libera da ogni sovrastruttura borghese.
D’altro canto la fotografia del film di Tony Pierce-Roberts e le scenografie di Luciana Arrighi (Nastro d’argento e premio Oscar), rendono ancor più vivide le impressioni suscitate dalle memorie di Forster dell’Hertfordshire: “Un piccolo pezzo d’Inghilterra che fornisce uno spazio vitale per respirare, sia fisico che spirituale”…
Si trattò di Rooks nest, la casa in cui visse lo scrittore durante la sua fanciullezza, che era stata dimora di una certa famiglia, gli Howard appunto…
Un giorno anche io mi trovai ad imporre un nome ad una casa, confacente allo stato d’animo che mi ispirava, ma pure a certi ricordi, e lo feci senza rammentare nulla di quel vecchio film. Oggi mi accorgo che Casa Howard si era manifestata nella mia realtà con nome e sembianze la cui similitudine sorprende. Quella che Forster descrisse come “vecchia e piccola, ma nell’insieme deliziosa… dove c’è appena spazio per noi: dall’andito si va a destra in sala da pranzo e a sinistra in salotto; l’andito stesso è praticamente una stanza e, aperta una porta, trovi le scale che in un cunicolo portano al primo piano… e poi il giardino”.
E se lì c’era un olmo, qui si ergeva un sorbo centenario, oltre a “querce, peri, mele… niente abbaini e volute, né vialetti color gommalacca. E le belle foglie di vite, la casa è coperta da una vite…” (da Casa Howard, Lettere di Helen alla sorella Margareth).
Howards End fu un romanzo di connessioni che viaggiano attraverso il tempo, dettate non solo dalla volontà di esaltare la natura. Il suo autore volle congiungere gli aspetti intimi con il contesto storico, esaminando acutamente l’antinomia tra libertà e tradizione, tra slancio individuale ed imposizioni esterne: Margaret e Helen, con le loro vicende personali, rappresentano il volto dell’Inghilterra in transizione, agli albori del secolo scorso, con annotazioni vivide ed attuali.
Per una delle nostre eroine, Forster intessé un monologo in cui la vita viene descritta come una commedia, intendendo che per la maggior parte del tempo si recitano copioni, si interpreta quello che la società ha stabilito per noi, ripetendo le stesse scene, a volte in modo sublime, talaltre esasperante. Poche volte si compie la vita vera, come quella che descrive Forster a Rooks nest, dove ammise che sarebbe stato giusto poter morire.
Una frase, quest’ultima, che presta al personaggio di Ruth Wilcox, l’amica di Meg, un’aristocratica apparentemente senza alcuno slancio, sottomessa al marito e senza spessore intellettuale, che gli amici delle protagoniste giudicano “poco interessante” e che invece conserva la perfetta coincidenza tra sensibilità ed essenzialità. È la sua natura intuitiva che continua a permettere agli accadimenti di manifestarsi, anche quando lascerà la scena terrena, allo stesso modo in cui riconosce l’attrazione tra Paul e Helen senza che alcuno glie ne abbia parlato. Lei e la casa divengono una cosa sola e quell’energia compirà il destino.
In quel teatro che è la vita, fidarsi della gente è un lusso che solo i ricchi possono permettersi, prosegue Forster, preparando il terreno per una massima immortale, quella dello scotto: “Ti ricordi lo scotto?” chiede Meg alla zia Julie “Era una delle espressioni di papà. Lo scotto all’ideale era la sua fiducia nella natura umana che imponeva che fosse meglio essere imbrogliati che essere sospettosi”.
Ricordo che quando ragionai su quella pratica che suggeriva di “fidarsi degli sconosciuti a priori”, parte del mio mondo franò.
Persino nel rapporto tra lettore e scrittore di un’opera esiste uno scotto, ed è quello tributato da colui che sospende l’incredulità lasciandosi avvincere dalla possibilità che qualcosa possa manifestarsi non solo nella fantasia (“So fantasy asks us to pay something extra”, da Aspetti del romanzo, E.M. Forster ).
Infine, l’aspirazione appassionata delle brave dame di carità non ha niente a che vedere con le riunioni per risanare la società descritte nel libro. Negli incontri ove si recavano le signorine Schlegel del romanzo e altre suffragette, ci si dava un gran daffare per alleviare le condizioni di chi fosse oberato dal duro lavoro o senza mezzi per sostentarsi, affinché non trascorresse la vita senza poter dedicare un momento all’elevazione di sé stesso, ai viaggi, alla lettura, alla musica, alla poesia.
E mentre le ciminiere oscuravano la vita di Londra e con essa i pensieri della gente, nelle periferie le rose canine delicatissime allietavano la vista (ve n’è una gran siepe oltre il praticello, magnificamente alta, con i tralci che ricadono…). A questo proposito Forster argomenta sul fatto che le condizioni abitative possano influenzare la natura e le scelte delle persone: in alcuni quartieri marcescenti la folla era disumanizzata e i volti divenivano come quello del povero Leonard Bast “incolori, senza tono, gli occhi lugubri sopra i baffi cadenti che sono così comuni a Londra”.
Pur nell’imminenza della tragedia del romanzo, anticipata dalla demolizione pianificata degli edifici, Forster resta un mediatore che collega elementi in contrasto tra loro, cercando di ricomporre l’essenza piuttosto che insistere sulle contrapposizioni. E tra umorismo e ironia, le sue isole di intuizione sfidano il tempo.
Matrimonio felice quello tra la maestria di Ivory e l’eredità di Forster, lasciando ai posteri uno dei migliori film per chi voglia riflettere sul rapporto tra la casa che ci accoglie e la vita che creiamo.
Ne siamo partecipi visivamente e possiamo intendere quanto Ruth Wilcox (interpretata da Vanessa Redgrave) amasse il suo cottage, allestito dalla Merchant-Ivory production in una dimora antica, nota come Peppard Cottage nell’Oxfordshire. Nelle ultime scene del film si preannuncia la grande amicizia di due bimbi di ceti diversi, che insieme erediteranno il mondo. Una sintesi che ci è dato solo di intravedere.
Come Forster vorrei mantenermi esente dal demone della cronistoria, così ho riservato solo alla fine la mia gratitudine ad un regista mito del calibro di James Ivory, per aver realizzato questi capolavori senza tempo.
Più di recente avrebbe potuto dirigere Chiamami col tuo nome (regia di Luca Guadagnino, 2017) di cui ha firmato la sceneggiatura meritando un Oscar.
Avrà pensato a Forster facendo cadere ogni tabù e raccontando l’amore come lo scrittore avrebbe desiderato?
“Connettiti solo!” recita il sottotitolo di Casa Howard “collega solo la prosa e la passione ed entrambe saranno esaltate e l’amore umano sarà visto al suo apice. Non vivere più in frammenti”.
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.












2 risposte
Sempre un piacere Leggere Jo Gabel, una prosa chiara, forbita e sempre densa di riferimenti culturali inaspettati.
E’ vero Jo ! Nell’ambito delle connessioni quella tra la maestria di Ivory e l’eredità di Forster è una delle più riuscite. Come il tuo pezzo che si allarga a connessioni universali completamente condivisibili. Un saluto.