La natura ha l’ultima parola (Nature bats last), a sostenerlo è un poeta del calibro di Gary Snyder, ma recuperare una visione non antropocentrica della natura sarà un’impresa ardua.
Il mondo poroso di cui parla Snyder si sottrae alla spinta verso l’omologazione di storie e contenuti e in Italia il discorso si fa anche più difficile.
A farmelo capire ci pensò Lance Henson, il grande poeta cheyenne, nel corso di un’intervista i cui tempi non furono affatto quelli cui ero avvezza (impiegai 6 mesi).
Le risposte alle mie domande galleggiavano nei racconti di pioggia e vento, praterie, danze rituali, accompagnate da una disamina politica di rara fierezza. Fui costretta ad un editing poderoso, che però in qualche modo diminuì la portata del messaggio.
Quello che facciamo è ricollocare l’esperienza della natura dove sia più facile catalogarla, spesso per renderla un oggetto vendibile, di consumo: adeguarla a certi standard viene spontaneo.
Fin quando non ho letto i libri di Matteo Meschiari, il pensare la natura selvaggia e scriverne è stato difficile, o limitato alle traduzioni dei poeti che se ne erano occupati (nature writing). A questo autore, che oggi ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande, va il merito di aver disancorato la wilderness dalla vecchia concezione estetica italiana del paesaggio. L’ha fatto da ricercatore accademico, da antropologo, da geografo, da scrittore, con al suo attivo 27 pubblicazioni che spaziano dalla saggistica, alla narrativa, fino alla poesia.
Una scrittura graffiante e precisa che affronta la sostanza misconosciuta, e più vera, del mondo.

Con lui esamineremo due film rappresentativi del concetto di wilderness; il primo è Into the Wild (2007) di Sean Penn, tratto dal romanzo di Jon Krakauer e il secondo Grizzly Man (2005) di Werner Herzog.
Si tratta di opere tratte da storie vere; nella prima assistiamo alla svolta di un ragazzo di nome Chris McCandless che, appena conseguita la laurea in storia ed antropologia, decide di abbandonare la sua vecchia vita e disfarsi di tutto, per andare a vivere nelle terre selvagge del nord dell’Alaska, divenendo leggenda col nome di Alexander Supertramp.
Racconta del contatto con gli elementi, della caccia e delle erbe selvatiche, del ricavare il proprio giaciglio in un autobus abbandonato, il mitico Magic Bus, recentemente rimosso dalle autorità perché molti fans erano incorsi in disavventure per cercare di raggiungerlo (qui la notizia). Alex morì e c’è chi dice che avrebbe potuto guadare il fiume per fare ritorno nella civiltà e chi suggerisce che sia morto per aver mangiato delle erbe velenose, altri che avesse voluto andarsene così. In ogni caso, le ultime parole del suo diario denotano pace e libertà.
Dalla stessa sensazione si è pervasi assistendo alla storia di Timothy Treadwell, a dispetto della tragica fine che concluse la sua esistenza. Il controverso regista Werner Herzog ha raccontato l’epopea di questo attivista per i diritti degli animali nel film Grizzly Man. Timothy visse ogni estate, per 13 anni, con gli orsi grigi del Parco Nazionale d’Alaska, fino al giorno in cui lui e la sua compagna furono sbranati da un esemplare di un altro branco.
Nel montare i filmati originali, realizzati da Treadwell per raccontare come fosse possibile farsi accettare dagli orsi, Herzog mostra una sensibilità sconosciuta ad altri registi, non esprimendo alcun giudizio circa i fatti. La mente di taluni spettatori può rimanere sedotta dall’intensità degli eventi fino a far emergere una percezione, un sentire primordiale, che è parte di un inalienabile istinto della razza umana.
Siamo pronti, Matteo: non è semplice porti domande su questo tema, dato che sfida l’uomo dall’alba dei tempi, ma dai tuoi libri parrebbe che abbiamo costruito il concetto di natura in modo completamente sbagliato. Puoi spiegarci innanzitutto cosa indichi il termine wilderness?
Si tratta di un concetto ramificato, per me impossibile da tradurre in italiano con una parola o un breve sintagma. Questa ripidezza lo rende oscuro e contemporaneamente molto produttivo, perché funziona come una specie di cassa di risonanza in cui entrano suoni che crediamo di conoscere e che invece tornano fuori modificati.
L’idea di “natura selvaggia” è solo un modo per iniziare a parlarne, ma nella parola inglese ci sono radici problematiche, anzitutto il fraintendimento molto comune della prima radice, che non è WILD ma WILL, volizione. Poi c’è DEOR, che in Anglosassone indicava gli animali non addomesticati, quelli del bosco, della selva, (da cui poi “deer”), e infine il suffisso -NESS, che si sfrangia per formare tanto un toponimo (come in Inverness) quanto un nome astratto (come in “lonelyness”).
Quindi quattro piste semantiche che potrebbero portare a un significato multiplo, instabile, come “la condizione o il luogo di chi è volitivo e autonomo come un animale selvatico”, oppure “l’essere bastanti a sé stessi come lo sono le bestie e i luoghi selvaggi”, oppure “le bestie, i luoghi, lo stato d’animo di chi vuole intensamente qualcosa fuori dalla civiltà”, e così via. Ma nel traghettare la parola in Italia la prima cosa che si perde è la dimensione perturbante, perché la wilderness è soprattutto un’alterità irriducibile, aliena, pericolosa e mortale. Da noi al massimo è un giardino arruffato…
Abbiamo preso in esame due film: qual è più rappresentativo, a tuo parere, del concetto di wilderness?
Con i miei studenti guardiamo entrambi, proprio per stabilire una comparazione tra due estetiche, due antropologie, due modi di declinare il rapporto tra umano e non-umano.
Vorrei mettere a confronto le figure di Alexander Supertramp e di Timothy. Entrambi suscitano simpatia ma capita che vengano compatiti o derisi per la sprovvedutezza che li condusse alla morte: secondo te, furono degli ingenui?
A me piace l’ingenuità, è una potenza maggiore dell’anima, in mezzo alle miserie che abitano ciascuno di noi ci dice cose profonde. Certamente loro erano due “svitati”, ma si potrebbe sovrapporre sulla geografia americana una mappa con tutte le linee rosse e punteggiate e interrotte di migliaia di svitati che hanno spinto più in là il limite, abitando l’inabitabile.
Per me è proprio il loro elemento fragile, l’umanità dai piedi d’argilla, che li ha portati così lontano. In termini neoliberisti, performativi, socioeconomici erano due falliti, ma a me ispirano più loro che milioni di persone con la testa sulle spalle. E poi sono morti vivendo una vita in cui hanno creduto davvero, e nonostante il gusto volgare per il commento social su tutti e su tutto, io credo che si debba loro anche un po’ di silenzio.
Ci tengo ad affrontare il tema del sacrificio. Un tempo era considerato sacrificio la rinuncia ad un bene in onore della divinità, si trattava di una diffusa tecnica religiosa adottata con lo scopo di purificare, soprattutto a causa del valore attribuito a esso dalla comunità. Possiamo rintracciare una sorta di sacrificio, anche se non premeditato, nella fine dei protagonisti dei due film?
Il sacrificio avviene in un rituale, e il rito è una trasformazione di identità. La loro morte ha consentito un passaggio di identità, facendo di loro, esseri umani di carne e fallimenti, qualcosa di insolito, in grado di ispirare. Non parlo di emulazione, ma di quel tuffo di fronte all’ignoto in cui si resta sospesi senza riferimenti, senza terreno, qualcosa che ci chiede di riflettere al di fuori delle convenzioni e delle sovrastrutture culturali. Pensare alla loro vita e alla loro fine, per me è questo il sacrificio di trasformazione, cioè riguarda più noi che loro.
I tuoi scritti hanno avuto la prerogativa di porre il concetto di natura selvaggia in rapporto col panorama culturale italiano. Considerando che la wilderness è nata in America, pensi che in Europa il concetto sia importabile con le medesime caratteristiche?
Ne parlavo in Italia quando negli ambienti intellettuali se ne parlava poco, ma c’era gente che ovviamente ne parlava già prima di me. Io ho provato a mostrare più che altro la sua intraducibilità, come far viaggiare male del vino oltreoceano o come trasportare gli sciamani boliviani in Brianza.
Detto ciò il panorama culturale italiano, quello che scrive o che dovrebbe farlo, continua a vivere in una bolla in cui “natura” significa al massimo vivere in montagna nella baita che ti ha comprato il papà. Il problema semmai è un altro: non solo che il testimone tematico della riflessione è già passato dalla wilderness all’Antropocene, ma che dobbiamo settarci su ben altra urgenza, quella della dissoluzione dell’immaginario, dall’Antropocene climatico (più o meno evidente a tutti) al collasso cognitivo di specie (più o meno invisibile a tutti).
Ho letto che la preservazione di aree delimitate, a livello ambientale, ti lascia scettico. Credi possibile operare per la salvaguardia della natura da un punto di vista ontologico, etico e in termini di azioni?
Non sono scettico sulla validità politica, antropologica ed etica del conservazionismo e della tutela attiva del mondo non-umano. Sono scettico rispetto al fatto che l’impostazione dialettica tra attivisti locali e avversari globali sia efficace.
In termini storici il rischio è la batosta, lo vediamo dalla farsa dei vari protocolli ambientali. In termini ontologici c’è per me una confusione di prospettiva, perché l’attivismo ha mille diversi sostrati etico-filosofico-religiosi. Tutto si gioca in un calderone antropocentrista, anche se l’antispecismo, lo studio delle ontologie indigene, un certo nichilismo anglo-francese ci stanno insegnando a pensare in modo più complesso.
Quindi ben venga proteggere il pino mugo al Lago Nero ma non rinunciando a ragionare sul fatto che di fronte al tribunale della civiltà non basta un “noi ci avevamo provato”. Un pensiero conservazionista senza una riflessione sul fallimento, sul dopo, sul prepararsi al peggio per me somiglia a un’ennesima declinazione del negazionismo.
Puoi spiegarci perché il concetto di wilderness sia nato dapprima come concetto poetico?
Storicamente nasce più come concetto politico, usato dai primi anglo-Americani per rivendicare un’autonomia sovrana davanti al giudizio degli Stati-Nazione, poco dopo la Guerra di Indipendenza: qual è l’ingrediente che rende gli Stati Uniti una nazione spiritualmente radicata in un terreno unico (e non una mera colonia inglese) se non la sua geografia in bilico tra mondo ancora ignoto e metafisica naturale?
Diciamo che i poeti, e penso soprattutto a Whitman ma anche ad autori come Melville e Cormac McCarthy, hanno dato alla wilderness una doppia velocità: pensarsi legati alla terra da un vincolo che sa di destino e di fatalità, di utopia e disastro.
Ho definito quest’intervista selvaggia, perché la prima volta che ho pensato di realizzarla mi trovavo a raccogliere legna decidua in un bosco isolato. All’improvviso quello che sembrava un pezzo di legno chiaro è ruzzolato giù dalla collina. Era un cranio di cinghiale. L’immediatezza del riconoscimento ha provocato in me un gap, una sospensione del pensiero riflessivo: al ribrezzo è succeduto un senso di stupore, di meraviglia mista a timore. E ti domando: forse in quel teschio ho riconosciuto la wilderness? E in che modo la wilderness mette in contatto con un sé più antico?
La wilderness apre a un confronto permanente, non ricercato, perturbante con la morte. Diciamo che per duecento anni è stato il concetto capace di traghettarci fin qui, nell’Antropocene, cioè un’era costellata di morti passate e future, di estinzioni e di collassi. C’è una spettralità nella wilderness che proprio l’Antropocene sta rivelando con insistenza. Fantasmi di popoli vegetali, animali, umani che non sappiamo bene se appartengano a un passato remoto o a un futuro imminente.
In Italia stanno spuntando libri che tentano di esplorare questi temi, ma senza la consapevolezza antropologica che il discorso esiste già nel suo essere postumo. Si confonde l’attualità, la moda tematica, con il presente, invece sono tutti monologhi di un “già stato” che, con colpevole ritardo, si apparecchia in veste editoriale narcisistica, neoliberista, molto spesso approssimativa, per dire “eccomi”.
E invece quell’ “eccomi” è solo un “io c’ero”. Manca profondità storica, perché quando è nata la wilderness non come parola o come concetto, ma come modulo cognitivo, come frame per capire il mondo?
Secondo me, guardando l’arte rupestre del Paleolitico superiore, l’idea di wilderness era già tutta là (in senso proprio, non metaforico), ed era là perché l’immagine dell’animale dipinto o graffito esisteva già in questa doppia distanza di familiarità e irraggiungibilità, di prossimità spirituale e di lontananza ontologica. Il nostro sé più antico è lì che riposa, nelle prime immagini e, per quanto ci riguarda oggi, nelle ultime.
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.













4 risposte
Bello questo articolo Jo!
Per non addentrarmi nel mistero della morte la quale sostengo che pochi prendono in considerazione, a me sembra che l’uomo voglia donare la natura. L’uomo,che sia scienziato o un improvvisato ricercatore che va a perdersi in una foresta in cerca di amici animali, è un incosciente, non ha capito che l’istinto animale è superiore alla sua intelligenza. Cercare a tutti i costi una terra libera da poter gestire, come pensano di fare in terre inesplorate è un eccesso di ambizione che li porta ad affrontare pericoli mortali.
Premetto che i film in questione hanno suscitato in me reazioni diverse.
Sono entrato in piena sintonia con Timothy Treadwell, mentre non mi ha trasmesso nulla Alexander Supertramp.
Tim mi aveva intenerito quando avevo visto il film, mi era simpatico proprio per la sua ingenuità, ma anche per la sua tenacia e coraggio.
È pur vero che l’argomento trattato dall’articolo non faceva parte delle mie letture.
Mi sono ritrovato interessato all’argomento senza volerlo perché getta una luce completamente diversa sul concetto che abbiamo di natura e animali allo stato brado.
Noi non siamo più animali allo stato brado ma la connessione di cui parla l’articolo rimane dentro di noi, anche se a volte riemerge, come istinto che ci guida verso qualcosa che conosciamo ma non ricordiamo.
Le spiegazioni del Professor Meschiari sono state illuminanti, ha trattato questo argomento in modo assolutamente originale e chiarificatore.
Grazie.
Hai ragione, Anna Buccoleri, non sono stati avveduti. Anzi, c’è chi li considera dei fuori di testa, ma in questo articolo sul selvatico facciamo della loro sventatezza il nostro nocchiero. Ho posto la tua domanda in altri termini al Professor Meschiari nel corso dell’intervista e la sua risposta è stata illuminante.
Paolo: condivido la tua simpatia per Tim e per le sue battaglie. D’altra parte il mio cuore è legato alla vicenda di Alexander Supertramp. Attraverso di lui molte letture, Thoreau, i poeti, i miti di una generazione riaffiorano: gente che si batté per tornare all’autenticitá, movimenti che hanno sedimentato molto in termini di idee e suggestioni, tante ancora da esplorare. In qualche modo fu il libro di Krakauer a darmi il coraggio di realizzare il corto “Take it easy” (2011).