Henry Cartier-Bresson: l’oeil tout court (et l’amour)

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Henry Cartier-Bresson

La percezione umana privilegia la visione, l’oeil tout court, perché un’immagine può appagare ogni curiosità: ogni profumo, ogni suono, suggeriscono un riscontro visivo. Se si tratta di uno scatto fotografico, allora bisogna avere occhio per cogliere il momento giusto, quello in cui gli elementi entrino in gioco con chiarezza, partecipando un messaggio, esaltando un movimento o solo un punto di vista diverso.
La scommessa di Henry Cartier-Bresson fu quella di intuire quel momento decisivo.

La mia Leika mi ha detto che la vita è immediata e folgorante… se sei conscio della tua tecnica per tutto il tempo, stai facendo autocoscienza: quindi apprendi la tecnica e poi dimenticala, perché la fotografia è questione di fortuna”.

Lo presi in parola e da allora cercai di guardare nell’obiettivo come attraverso la finestra di un’altra dimensione.

Nei primi frames del bel documentario Tout court l’amour, un anziano Cartier-Bresson sfugge lo sguardo della macchina da presa, confrontandosi con le sue fotografie, sfogliando una tavola dopo l’altra, narrando il messaggio che si esprime attraverso la sua arte. Se avrete pazienza di ascoltare le sue parole, diverrete complici di una giustapposizione tra immagine e realtà esperita.

Nato da una famiglia borghese di Parigi, agli inizi del secolo, Cartier-Bresson aveva attraversato le avanguardie della sua vera passione, il disegno, studiando dapprima con un maestro cubista e poi lasciandosi ispirare da una scuola surrealista: entrambe le esperienze influenzarono tutta la sua creatività.
La semplicità e la schiettezza animate dallo stesso impeto con il quale, nel 1932, acquistò la sua prima macchina fotografica, una Leika, appunto, alla cui fama contribuì non poco. Non voleva cambiare il mondo, solo scegliere come comunicare la sua presa di coscienza di un istante, altrimenti fuggevole nello spazio e nel tempo.

Così tentò varie strade e, agli inizi degli anni trenta, fu anche assistente del regista Jean Renoir. Nel 1937 firmò un suo film A return to life.

Nel documentario sulla sua opera, realizzato da Raphael O’Byrne, si espresse così:

Il tuo occhio deve vedere una composizione o un’espressione che la vita stessa ti sta offrendo”.

Da questa considerazione deve aver avuto origine la sua capacità di leggere il mondo in un modo straordinario.

immagine per Henry Cartier-BressonNel 1957, nel corso di un’intervista per il Washington Post, spiegò:

Devi avere l’intuizione di quando scattare la foto”.

Ne rimasi sorpresa, tanto quanto lo fui per l’opera un altro illustre fotografo, Luigi Albertini, che aveva ereditato da suo nonno, Lev Tolstoj, l’inclinazione ad educare. Nelle sue fotografie diveniva tutt’uno con l’immagine. Attraverso di essa il fotografo faceva il punto con sé stesso, ebbe a dire.

Penso che nella ricerca della verità, tanto iconografica, quanto letteraria, si possa sentire l’esigenza di situarsi oltre la soglia dell’evidenza, conformandosi ad altre tentazioni. Una di queste può consistere nel desiderio di oltrepassare la forma.

A questo proposito, Cartier-Bresson oppose un binario definito, per impedire lo sconfinamento astrattivo: l’immagine nitida e realistica.
Una strada intrapresa già da pittori come Magritte, che nelle forme definite e riconoscibili, riflettevano altre valenze simboliche.

E se oggi ci si lascia sedurre dall’abbandono dello scheumorfismo (come ha annunciato la Apple due anni orsono), scopriamo che non tutti i giovani si ritrovano nell’astrattismo o nel fake, nella simulazione.

Ecco perché ancora trionfano gli istanti narrativi della fotografia di Cartier-Bresson, che decise di essere tutt’uno con la coscienza, per restituirla in perenne movimento, cosicché l’immagine potesse accogliere aspetti trascurati della realtà sensibile, senza la distrazione del colore.

Se oggigiorno vi sembra scontato poter immortalare un’azione, un movimento, immaginate come fosse intesa allora la fotografia e in che modo vi si dedicassero giornalisti e reporter: pose statiche, mancanza di levità, l’immagine fine a sé stessa, senza aggettivi.
immagine per Henry Cartier-BressonCartier-Bresson, con la sua intuizione, creò il fotogiornalismo come lo conosciamo ora: con immagini al di là del tempo, che raccontano storie che tutti possano capire ed amare.

E fu così che, al pari di Pablo Picasso per l’arte e di Hemingway per la letteratura, Cartier-Bresson rappresentò il sans egal nella fotografia. Ebbe a dire di aver avuto della bonne chance, che lo aveva posto al di là della tecnica.
Doveva esserne convinto fino al punto di rinnegare, ad un certo punto della sua carriera, la precedente definizione di fotografo surrealista.

Il Surrealismo voleva appunto forme della realtà disconnesse dal loro significato ontologico, simboli; Cartier-Bresson, partendo da quest’assunto, attraverso l’influenza cubista, sconfinò nel mondo delle probabilità, dove solo la sua geometrica comunicazione col tutto, avrebbe potuto aiutarlo.
Ne derivarono quegli scatti visionari, appassionati, che descrivono una realtà sfaccettata e che si ricollegano al tema della fortuna e degli episodi magici della vita.

C’è un fatto che appare emblematico a questo proposito.

Accadde a Parigi, negli anni 30, quando il giovane Cartier-Bresson era stato invitato dall’artista Max Jacob a consultare una sensitiva. La donna gli aveva illustrato precisamente quale sarebbe stato il suo destino nella vita, fino alla morte e, negli anni che seguirono, egli poté constatare le previsioni avverarsi. Infatti sposò una donna di diversa etnia, a cui seguì un altro matrimonio con una donna più giovane (la fotografa Martine Frank) e molto altro che non ci è dato di sapere.

Quando gli domandavano se non avesse paura di morire di qualche malattia, magari contratta durante i suoi réportages nei luoghi più selvaggi, dove si recava per conto della rivista Life o per Paris Match, rispondeva:

No, so bene come e quando morirò e non sarà adesso”.

Quando morì, nel 2004, a 95 anni, nella sua casa in Provence, nessuno poté constatare l’esattezza della previsione.

immagine per Henry Cartier-BressonMa per capire il senso della sua fotografia dobbiamo tornare agli anni della sua gioventù: l’esperienza della guerra, la fuga da un campo di lavoro e l’aderire alla resistenza avevano posto le premesse tanto del suo determinismo magico, quanto della sua elaborazione artistica.

Nel 1947, con i suoi amici George Rodger, David Seymour e il famoso fotografo di guerra Robert Capa, aveva fondato la Magnum Photo Agency con delle premesse rivoluzionarie.

I fotografi della sua agenzia non avrebbero solo realizzato dei servizi per delle pubblicazioni, ma ne avrebbero trattenuto i negativi e si sarebbero preparati per girare il mondo, divenendo un corpo scelto di fotogiornalisti d’élites. Una vera master class nel fotogiornalismo: scatti che spaziarono dai ritratti dei soldati in Vietnam sotto il fuoco nemico, al canto del cigno di Marilyn Monroe e Clark Gable sul set di The misfits (Gli spostati).

A dispetto di questo, nel 1966, Cartier-Bresson abbandonò la Magnum e tornò ai suoi disegni a carboncino, frequentando il leggendario studio di Montparnasse (Grand Chaumiére) per disegnare nudi o il Centro Pompidou, per realizzare schizzi di moderni capolavori.

Era iniziata in lui quella forma di apologia della sua precedente passione, che lo portò ad asserire, un anno prima di morire:

Chiunque, con una macchina fotografica in mano, può essere un fotografo”.

Questo non gli impedì di inaugurare, poche settimane dopo, la prima fondazione privata di fotografia in Francia (Fondation Cartier-Bresson de Paris), ricevendo consensi mondiali e gli omaggi di un re sul trono a quel tempo:

Lei disegna?” gli aveva chiesto quest’ultimo, mentre era ospite per un tè nella casa di Parigi dell’artista, affacciata sui Jardins de Tuileries.
Lo faccio”, rispose Cartier-Bresson indicando la parete alle loro spalle.

Tra dozzine di schizzi esposti, non c’era una fotografia.

 

 

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Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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