Transilvania track 29. Sei personaggi in cerca d’autore, per tacer del mostro

Al binario 29, Track 29 della Transilvania Station (sic!), giunse un treno colmo di sorprese.
Una storia divertente, ma anche sovversiva, condita con uno humor anarchico, interpretata da un attore col ritmo di Oliver Hardy, Gene Wilder, che costrinse un comico al suo primo film hollywoodiano, Marty Feldman– a proporsi come uno Stan Laurel.

Walk this way (segua i miei passi), fu una delle prime battute di quel film; Marty aveva una fifa nera e l’aveva pronunciata d’istinto, solo per far ridere la troupe, invece fece storia. Persino gli Aerosmith vollero ricordarla in una canzone, nel loro album Toys in the attic.

Frankstein Junior oltrepassò le aspettative dei suoi ideatori, mescolando i caratteri della slap comedy e il canone horror dei vecchi film della Universal, per creare un genere completamente nuovo. Una parodia che fa scintille, con gag esilaranti e momenti emozionanti, un cult firmato Mel Brooks che ancor oggi, dopo 45 anni, suscita un delirio di risate.

Una scena su cui la gente si scompiscia, è quella che vede A-igor pronto a trafugare il cervello di Hans Delbrook, scienziato e santo dell’immaginario hollywoodiano. Volge alla camera uno sguardo d’intesa, poi un lampo lo illumina e, nel fragore del tuono, scorge sé stesso riflesso in uno specchio. Trasale per lo spavento, la preziosa teca s’infrange a terra e deve contentarsi di un cervello ab-qualcosa (abnorme). Il resto è storia: “Era di Hans Delbrook il cervello che ho messo nella creatura?“. Segue la scena della sciarada da cui scaturì una grandissima ilarità (Se-da-da-vo?).

Poco importa a questo punto che l’opera abbia vinto un Oscar come miglior film o per il miglior sonoro: un genere comico si misura dalle risate in sala di proiezione (per questo Frank Capra faceva piazzare dei registratori nascosti alle anteprime). Mel, al secolo, Melvin James Kaminski, rincarò la dose, asserendo che avrebbe dovuto divertirsi lui per primo.

Ancor oggi ci sono meme che si imperniano attorno a quelle gag. Senza contare i complottisti dell’era digitale che, con certe trovate sul film, fanno tornare in mente le fialette puzzolenti tra i banchi di scuola (Chi l’avrà sganciata? Aprite le finestre!). Per costoro, il numero 29 della pensilina ricostruita nel film, allerterebbe delle intenzioni delittuose di una non meglio definta rete occulta. Attraverso un perverso calcolo combinatorio, ricondurrebbe alla data della caduta delle torri gemelle indicando la nascita del nuovo mostro.

La luce nei loro occhi si spegnerebbe di colpo se ammettessero di riconoscervi uno dei più antichi binari della tratta americana, che all’epoca del film aveva rischiato di essere smantellato. Chattanooga choo choo fu un motivo in auge nel dopoguerra che, inneggiando a quella stazione vicino Cleveland, cantava così: “Pardon me, boy, is that the chattanooga choo choo? Track 29! Boy you can give me a shine”.

La spiegazione fornita da Mel Brooks avrà soddisfatto o alimentato nuove cospirazioni?

Trasmesso prima al cinema, poi in tv senza soluzione di continuità, Young Frankstein è ancor oggi un ever greeen, con quel titolo ispirato al Mickey Rooney del film Young Thomas Edison (1940), che tanto era piaciuto a Wilder bambino. O al più recente Young Winston, recitato da Anne Bancroft, attrice italiana del Bronx e moglie di Mel Brooks. Gene confessò di non ricordare quale opera gli avesse suggerito il titolo.

Era stato il suo agente in California, -l’arcinoto Mike Medavoy– a consigliargli di scrivere sceneggiature e lui concepì l’idea del reboot durante una vacanza a Westhampton Beach.

L’amico Mel si mostrò poco interessato, ma, a successo ottenuto, si sarà sorpreso a pensare cose gentili sul conto del destino.
Gene farfugliò qualcosa, ma continuò a scrivere il suo copione, che allora non contava più di un paio di pagine scritte su di un blocco giallo, tipo legal, annotato a pennarello bleu.

Penso che a nessuno piaccia ricevere una minestra in faccia, così a Gene non sarà piaciuto il disinteresse di Mel. Già immaginava sé stesso nei panni del nipote di Beaufort Von Frankstein, convocato in Transilvania per ereditare il patrimonio del nonno; proprio in quei giorni vide in tv la replica dello show The Marty Feldman Comedy Machine e, per colmo delle coincidenze, il suo agente lo informò di avere sotto contratto Peter Boyle e Marty Feldman:

Che ne diresti, Gene, di fare un film con loro? E che ne diresti se a dirigere fosse Mel Brooks?

Da un lato Mel fu felice di aiutare l’amico, dall’altra avrebbe voluto prenderlo per il fondo dei pantaloni e gettarlo fuori della porta, per ritornarsene alle sue scritture: tutti sanno che Mel non ama dirigere roba scritta da altri.

Alla stazione stavano arrivando tutti: un interprete di Broadway, un regista di slap comedy, uno showman very English come Feldman e tre attrici straordinarie, ancora poco conosciute (Teri Garr, Madleine Kahn e Cloris Leachman), nonché Boyle, forte della sua stazza, erede di Boris Karlov, a tratti tenero, mai dimentico di essere la vera vittima, come narrato nel romanzo.

Ecco i sei personaggi in cerca d’autore: di fatto uno script ancora non c’era.

L’accordo fu concluso quando Brooks accettò che fosse Gene ad inviargli 20 pagine per volta della sua sceneggiatura, che avrebbero discusso di fronte ad un buon caffé, accompagnato da biscottini rugelach della tradizione ebraica. Il tutto per stemperare gli sbuffi impazienti di Mel, seguiti dalla tosse asciutta di Gene quando la sua creatura non incontrava il favore del collega. In cima alle prime cinquantotto pagine, Gene scrisse “in bianco e nero”, non sapendo se il suo sogno sarebbe stato coerente con il capolavoro di Mary Shelley, dato che l’idea di rianimare un tessuto morto era stata della scrittrice (ne abbiamo parlato qui )

“Quella sera, tornato dal cinema, pregai la mamma di chiudere la finestra per non far entrare il mostro, ma la mamma la lasciò aperta.….”, di fatto Brooks fece la conoscenza con il Frankstein cinematografico a sei anni, in un cinemino di Brooklyn.

In futuro avrebbe detto: “Ero un piccolo ragazzo ebreo che poteva sperare solo di lavorare in qualche ufficio di spedizioni nella settima, invece il cinema mi cambiò la vita”, non rammentando che certi grandi poeti e scrittori erano stati spedizionieri…

Fu pura fortuna venire a sapere che, in un garage di Santa Monica, un vecchietto arzillo e geniale di nome Kenneth Strickfaden, custodisse le attrezzature che aveva costruito per il laboratorio del primo Frankstein cinematografico (di James Whale); escluso il castello, anche il backlot fu lo stesso del vecchio set del film, che la Twentieth Century Fox affittò dalla MGM.

Ve lo immaginate Mel, in piedi al centro del cimitero di cartapesta, che mastica una gomma, perché ha da poco smesso di fumare, con il filtro a monocolo appeso al collo? Sa già che adotterà quell’atmosfera scura e cupa, condendola di comicità yiddish.

Sebbene fossero pronti a dare il meglio, non potevano scommettere su quel che di straordinario sarebbe avvenuto. Lontano da ogni aspettativa, la crew se la intese magnificamente, tanto che dovettero spesso interrompere le riprese a causa delle risate fuori campo.

Quando ti darò il via, chiudi il primo… il secondo circuito, intonava il dottor Fredrich sulla piattaforma operatoria.

Igor: Sarà fatto padrone

Fredrich: Chiudi il terzo circuito

Igor: No, quello meglio di no

L’improvvisata di Igor/Marty, esplose con quella genialità che gli era propria, scaturita dalla sua lingua luciferina, dall’espressione beffarda dei suoi occhi strabici, protuberanti, a uovo, che fecero dire a Mel di potergli sfuggire solo piazzandosi a un palmo dal suo naso…

Durante le riprese rischiò di mettere in ombra tutti gli altri con la sua vis comica, unita a quella dolcezza che talvolta lasciava trasparire.

Il pubblico rise un sacco. Perché vedete: una battuta, semplicemente, funziona o non funziona.

E che dire della sequenza del disseppellimento del cadavere?
Come potrebbe essere peggio di così?/Potrebbe piovere.

Oppure l’arrivo al castello della fidanzata del dottore, scena in cui sembra di intravedere la stessa complicità dei fratelli Marx...

Sorprende l’abilità di Wilder, nel passare dal canone comico al drammatico, quando si fa rinchiudere nella cella con la creatura.

E poi, Gene Hackman, che per calarsi nelle vesti del frate barbuto rinunciò al suo cachet, creando un divertente piano sfalzato.

La tensione accumulata durante la stesura dello script esplose all’improvviso sulle note di Putting on the ritz, che vedeva impegnati il mostro e il dottor Freddie in una prova di ballo.

Vuoi inserire Irving Berlin in un film horror? Aveva gridato Mel all’indirizzo dello sceneggiatore e se ne era andato sbattendo la porta. In seguitò lo richiamò suggerendogli di buttare sempre fuori di casa la gente urlante (era il suo modo di chiedere scusa), ammise che si trattava di una buona idea, ma in cuor suo si ripropose di tagliarla in fase di montaggio. Per fortuna l’ebbe vinta Gene.

Gli splendidi capelli biondi di Teri Garr luccicavano attraverso l’obiettivo: fu subito chiaro che il ruolo di Inga sarebbe stato suo. Faceva la ballerina a Broadway in un’opera con Cher: Mel e Gene la soprannominarono la bella coscialunga. Fu grazie alla parrucchiera tedesca della cantante, se poté impratichirsi di quell’accento che le sarebbe servito per interpretare l’assistente del dottor Frankstein; scartata per il ruolo della fidanzata, Teri era determinata ad ottenere almeno l’altra parte femminile. In fondo era solo una questione di bocce, si era detta mentre imbottiva il reggiseno con dei calzini, in attesa del provino.

Ricorda anche a voi il ruolo che interpretò in Tootsie? D’altronde un attore può alleviare il dolore mostrandolo al pubblico, sosteneva Pirandello. Di Dustin Hoffman, suo partner nel citato film di Sydney Pollack, Teri avrebbe mantenuto un ricordo felice –he was fabolous-, mentre ha riservato al suo ex fidanzato nella vita, Gene Wilder, l’epiteto di jerk.

Madeline Kahn, nei panni della moglie del mostro, costruì il suo personaggio grazie all’assoluta fiducia accordatele da Brooks, dopo l’interpretazione in Mezzogiorno e mezzo di fuoco.

Al brano cantato durante l’amplesso con la creatura, Cheek to cheek, secondo il copione, lei sostituì Ah! Sweet mistery of life. Nella versione italiana fu adattata l’aria cantata da Violetta ne La Traviata, ma col cambio la scena non ci guadagnò. Mi ricordo di aver letto l’opinione di un critico che pure apprezzò il film, scrisse così: Forse ridevamo dove avremmo dovuto offenderci.

Tutti si innamorarono di Cloris Leachman, che fu straordinaria ad imitare i modi di Judith Anders in Rebecca la prima moglie di Hitchcock: ricordate l’algida figura di Mrs Danver? A sua volta Frau Blücher sorresse il candelabro ammonendo: Stia vicino alle candele (nessuno si accorse che le candele erano spente!).

Se a pronunciare il suo nome sentiste nitrire di lontano, preoccupatevi: il film arriverà ad un compromesso tra satira e follia più grande di quanto possiate immaginare.

Quando Blücher insiste per portare al dottore una bevanda prima di coricarsi, reiterata dall’offerta dell’ovomaltina (latte e orzata nella versione italiana), il pubblico esplode in una delle più fragorose risate dell’intero film. Per conto loro gli attori si erano già sganasciati, costretti per questo a ripetere la scena tante volte…

Un racconto, un articolo, non è diverso da un film. Una delle cose di cui ti devi preoccupare è da dove provenga la luce, sennò immancabilmente ci sarà qualcosa che non va (e allora devi correre a nasconderti in bagno o sotto il letto o dove vuoi).

Ecco la nostra prima lezione di regia.

Le storie del making di questo capolavoro non sono affatto finite, ma il racconto non può essere abborracciato in poche righe, senza rendermi di umore meno amabile.

Chissà che un giorno non ne riparleremo.

Fino ad allora, pensate a me tal quale a Gene Wilder, mentre corre attorno alla Lincoln Fontain al tramonto (in Per favore non toccate le vecchiette). Come lui griderò a squarciagola:

Voglio tutte le cose belle che si vedono nei film!

E tu, giovane Frank-stine, mi risponderesti con quella frase che ti piaceva tanto, tratta da Il piccolo principe:

Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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