ultimi articoli dell'autore

Prove d’amore: sonata a 4 mani

di Jo Gabel

Clare Peploe era nata a Zanzibar da genitori inglesi. Quando lo scorso anno è scomparsa, all’età di 79 anni, quasi tutti gli articoli esordivano così. I motivi di multiculturalità sono stati fondanti nella sua storia artistica, salvo parlare del regista che fu suo marito (Bernardo Bertolucci) o dello sceneggiatore suo fratello (Mark Peploe) dato che le loro carriere procedettero di pari passo, ma Clare dimostrò tanta freschezza da sfuggire qualunque pantheon autorizzato.

Quando si trasferì a Firenze (proveniva da una famiglia di artisti che avevano vissuto a lungo in Africa e poi erano tornati in Inghilterra), lei giá parlava lo swahili, oltre all’inglese. Quando si recò a studiare a La Sorbona (e poi in Umbria) lo fece in un’epoca di speranze e rivoluzioni culturali: mentre lei discorreva fluentemente in tre lingue e ne apprendeva una quarta, i venti delle avanguardie soffiavano sul cinema.

Era un periodo felice: non credo che avremo più tanti anni di buon cinema di qualità, così intensi e ricchi di idee. Tutti gli autori e le autrici di quel tempo concorsero all’assegnazione di un certificato di qualità, a volte a prezzo di sacrifici personali non indifferenti.
Il grande pubblico non sa di questo backstage e si basa solo, come è giusto, su interviste e qualità dei film. Molti non conoscono neppure questa sceneggiatrice e regista di cui parliamo oggi, ma quasi tutti hanno visto i suoi film.

Michelangelo Antonioni la volle nel 1970 come assistente alla regia in Zabriskie point; nel 1976 fu cosceneggiatrice di Novecento e, sebbene schiva e riservata, ebbe le idee chiare su come realizzare un prodotto cinematografico: possedeva un istinto naturale per tempi e dialoghi, un occhio infallibile per le inquadrature, una sensibilità raffinatissima per la costruzione della storia; il cinema non fu solo materia di studio, fu un grande amore che non ebbe segreti, ma questo non la rese autoindulgente.

Di buon grado si concentrava sulle opere del marito di cui ammirava prima di tutto la capacità di entusiasmarsi e di trasferire quell’autenticità nei film, così impegnò sé stessa nell’opera di sostegno e promozione del compagno e della di lui indiscussa arte. Sembra che si debba a lei il ritorno in sala de L’ultimo tango a Parigi, nella versione restaurata in digitale dalla Cineteca Nazionale.

Ma mi domando quanto possa essere difficile vivere accanto ad un monumento del cinema: la condivisione di passioni è essenziale, ma per altri versi è una prova d’amore ancora più ardua. Ad esempio, è inevitabile che in un’intervista a Clare si finisse col parlare di Bernardo, sebbene di lei si intuisse immediatamente la statura artistica e l’intelligenza vivace.

Ebbe le sue idee e le sue predilezioni, ma fece di necessità virtù, adattandosi a lavorare con quello che aveva a disposizione, spesso con la steadycam o con la telecamera a mano. Ad osservare la sua tecnica ti accorgi che non indugiava: riprese rapide e precise, d’altronde non amava i carrelli. Il suo talento fu riconosciuto immediatamente, tanto che al suo esordio fu candidata al premio Oscar (per il cortometraggio Couples and Robbers,1983 ). Seguirono Alta stagione nel 1986 e Miss Magic del 1995 (con un giovanissimo Russell Crowe).

A Clare, nei suoi film low budget, non  venivano concessi chilometri di pellicola da tagliare alla bisogna e non poté allenarsi in virtuosismi. Suppongo che questo l’avesse resa essenziale, lucidissima, col suo temperamento molto inglese. Amava le commedie, possibilmente divertenti, ed è evidente che non le sia sfuggito il lato romantico né quello cinico della vita, senza  separarli necessariamente. Credo che avversasse le categorie di opinione come un retaggio di qualche forma di fascismo intellettuale.

Una professionista come poche, con le idee molto chiare e un grande amore per l’arte (e per la politica, che la faceva infervorare). Visse la sua gioventù in una meravigliosa epoca in cui il cinema faceva discutere perché si opponeva a Cinecittà, a Hollywood, sulla scia del ribelle Jean-Luc Godard.

E galeotto fu il regista francese perché a causa sua, nei settanta, la bella Clare si intrattenne con Bernardo Bertolucci a parlare di cinema per una notte intera, sopratutto del loro idolo Godard. Senza immaginare che 10 anni dopo avrebbe costituito con lui un sodalizio durato 40 anni.

Con Bernardo, che sul set un po’ tutti temevano, condivise ogni cosa, prima di tutto la passione per le avanguardie: a lui si rivolgeva scandendone il nome col suo accento inglese e un tono vagamente interrogativo, lui le rispondeva pronunciando Clare arrotando la erre, come gli era consueto. Era lei a proporre di continuo nuovi stimoli, approfondimenti letterari e artistici, fino a fare di lui un viaggiatore alla ricerca di nuove riflessioni  (L’ultimo imperatore; Piccolo Buddha).

Se da una parte entrambi amarono Godard, che aveva fatto scalpore definendo quello dei grandi stabilimenti cinematografici “il cinema  di papà”, dall’altra i due ragazzi si erano uniti a sostegno dei nuovi talenti che attraverso i festival, le università, le riviste specializzate, affermavano la loro voce.

Erano gli anni d’oro dei cahiers e tanti risposero all’appello: François Truffaut, Eric Rohmer e poi gli italiani che ne erano stati gli antesignani: Rossellini, Antonioni, Visconti, Fellini. Una nuova sponda artistica con tutte le carte in regola per reagire al passato. Mentre in Italia non si pensava a far cinema per le salette d’essai, ma ancora per il grande pubblico, si cercava al contempo una formula che ricomponesse le istanze sopite dopo il ventennio di dittatura, mantenendo la caratteristica di film popolare. Così Elio Petri con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto vinse l’Oscar nel 1970, avvalendosi della collaborazione dell’indimenticato Ugo Pirro.

Invece Bertolucci, influenzato dalla spinta multiculturale della compagna, iniziò a girare i suoi film in inglese, ricorrendo al doppiaggio per il circuito italiano.

Le storie intelligenti, con un pizzico di irriverenza, interessavano Clare, come quella scritta da Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux, 60 anni prima della rivoluzione francese, proprio agli albori dell’illuminismo, che lei volle portare in scena nel 2001. Uno dei motivi su cui si interrogò riguardava la trasposizione dell’opera in epoca contemporanea, ma poi concluse che disponendo delle ville e dei giardini italiani, sarebbe stato stimolante mantenere l’adattamento di un film di costume.

Nondimeno Marivaux aveva ambientato la storia nell’antica Grecia: Leonide era infatti la principessa di Sparta, figlia di un padre che aveva usurpato il trono al legittimo re. Peploe compie una scelta ragionata quando fissa come location una villa settecentesca della campagna italiana; lo stesso dicasi del periodo storico, quello in cui visse l’autore francese.

Lavorando sul testo de Il trionfo dell’amore Clare diede vita ad un’opera matura, circostanziata, alla ricerca di levità ma intelligente e multistrato, specialmente in certe trovate visive che mettono a contatto le diverse epoche e nello svolgersi del finale. Nel 1979 aveva scritto una sceneggiatura (quella de La luna di Bertolucci), ma Il trionfo dell’amore culminò come un passaggio, speculare ad un altro film che aveva immaginato per molti anni, prima che fosse suo marito a realizzarlo.

Si trattò de L’assedio, di cui fu sceneggiatrice nel 1998 e che Bertolucci definì una sonata di piano a 4 mani. Lì una forma d’amore per la quale tutto doveva essere escluso, un sacrificio liberatorio, qui un amore crudele che però riscopre la sua sincerità attraverso la menzogna. Fermarsi al significato che impresse Marivaux alla commedia significa sottovalutare la Peploe: le modifiche alla storia svelano molto di lei. Ad esempio, il fatto di descrivere la protagonista non come una crudele opportunista senza scrupoli, ma come una donna che avrebbe rinunciato al suo regno per offrirlo al giovane che ne era stato defraudato. Tra gli attori di calibro (Ben Kingsley nella parte del filosofo Hermocrates, Fiona Shaw è la sorella Leontine) emerge una giovanissima Mira Sorvino.

Per la parte occorreva un’attrice con un aspetto androgino che sapesse interpretare non uno, ma ben quattro ruoli diversi. Non solo la principessa che, sotto false spoglie, si era introdotta nella villa per sedurre l’uomo di cui era innamorata e al quale era stato insegnato a diffidare delle donne. Anche l’innamorata del giovane defraudato del trono, come pure la parte della ragazza invaghita del filosofo, nonché il giovinetto aspirante alla mano della sorella di Hermocrates.

Mira Sorvino mi ha conquistata allo stesso modo”, assicura Clare,  ridendo, nel corso di un’intervista.

Nella pièce originale, il proposito della protagonista era quello di divenire amica del figlio del vecchio re in un’atmosfera goliardica, prima di svelarglisi come donna. La commedia degli equivoci voluta da Marivaux si dipana con allegrezza crescente nel film, sfumando la cocente delusione di chi si scoprirà ingannato. Personaggi colti che disprezzano le passioni umane vengono vinti dall’astuzia della principessa. Per Marivaux fu una critica alla supremazia della ragione, ma mi chiedo se, nel gioco di specchi della riduzione cinematografica, i coniugi Bertolucci (rispettivamente regista e produttore), non si fossero misurati con le istanze dei due fratelli. Non lo sapremo mai.

Mi sovviene Io ballo da sola, dove un personaggio pronuncia una frase di Jean Cocteau (tratta dalla sceneggiatura di Dames au bois de Boulogne di Robert Bresson):

Il n’y a pas d’amour, il n’y a que des preuves d’amour.

Non esiste l’amore, esistono solo le prove d’amore.

Forse ebbe ragione: è facile dire ti amo, più difficile è dimostrarlo…

+ ARTICOLI

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *