Vivo un momento di incredulità, come se entrassi in scena, ogni volta che un racconto ha inizio. Il sipario si alza, le parole si adattano al flusso mentre il pensiero delinea il percorso, l’oro del sole illumina la ribalta e sul fondale c’è il mare: la vita in streaming.
Apprendere dai film è suggestivo perché è un modo per teatralizzare l’esistenza: gli eventi si manifestano sullo schermo e possiamo viverli con un po’ di fantasia, emularli con una buona dose di coraggio, attingervi ispirazione per diventare persone migliori o per avere la forza di realizzare i nostri sogni.
Forse per questo non ho rimpianti, ho avuto la forza di sfidare l’ignoto, a volte in modo incosciente, sempre grazie ai film.
No, scusate, nella mia vita in streaming un rimpianto c’è: non aver seguito l’esempio di Dian Fossey sulla montagna in Ruanda a combattere per salvare i gorilla, dopo aver visto Gorilla nella nebbia (Michael Apted, 1988).
I film, sempre i film: colpa dell’estate che rende nostalgici, sembra fatta apposta per immaginarsi di essere un’altra persona, in un altro dei futuri possibili. E per festeggiare ferragosto avrei voglia di ballare e potrei farlo con la colonna sonora di Grease visto che i jeans skinny in similpelle, alla moda di Olivia Newton John li indossai anche io. Ma il pensiero è bizzarro e vola ad un giorno di moltissimi anni fa, in un negozio di abbigliamento per la danza, su quella targhetta c’era scritto Chorus Line.
“Non conosci A Chorus Line?”, disse una voce accanto a me “…fu opera di un grandissimo coreografo di origini italiane, Michael Bennett DiFiglia”.
Il film che vidi anni dopo, tratto dallo show ideato, diretto e coreografato da Bennett, fu quello che a Hollywood chiamarono ripensamento radicale del più teatrale musical di Broadway, con nessun set sul palco: ora, come allora, gli eventi ci corrono incontro mentre noi non ci muoviamo.
Nel film c’è una sola sequenza sfavillante, tutto il resto è preparazione: lacerti di storie di ordinaria umanità degli zingari dello show biz raccontati da un regista che aveva sbaragliato i concorrenti all’Oscar col film Ghandi (Richard Attenborough, 1982) e che tre anni dopo era stato chiamato a dirigere lo psicodramma di Manhattan.
Molte critiche gli furono riservate e presumo che il coreografo Jeffrey Hornaday (Flashdance; Dick Tracy; Capitan Eo) non sarà stato contento quando il regista scelse le scene di danza tagliando i ballerini dalle ginocchia in giù.
Altre critiche riguardarono le canzoni (funzionali ma non indimenticabili), dialoghi che non coinvolgevano lo spettatore e personaggi di scarso spessore.
La trasposizione del mitico show rimasto in cartellone un decennio a Broadway e che fu replicato fino al 1995, non colpì nel segno, ma tutto sommato a me piacque: un giovanissimo Michael Douglas fu Zach, il personaggio del geniale regista che ha meritato un to be continued non accreditato nella serie di Douglas Il metodo Komisky (2018-2021).
Qui attori, lì ballerini, selezionati attraverso una specie di esame psichiatrico, sollecitati a condividere pubblicamente fatti privati. “Funziona solo on stage”, ammonirono i critici di A Chorus Line: nel mettere a nudo la passione e rivestirla con gli abiti di scena, la metafora andò perduta, sfumando troppo le vicende persero di incisività. E questo nonostante i contenitori di storie funzionino ancora, alla pari dei flashback, come dimostrano i racconti crudelmente teneri della prigione femminile di Litchfield dalla più bella serie on line su Netflix (Orange is the new black, 2013-2019).
Invece il vecchio musical, mondato dei riferimenti al mondo gay pre aids, non fu graffiante come avrebbe dovuto: le individualità si affievolirono sul grande palcoscenico, come capita nella vita quando ci impediscono di essere noi stessi: in fondo la poesia è quella cosa che si perde nelle trasposizioni annotò Robert Frost (“Poetry is what’s lost in traslation”).
A dirla tutta, il Cinema e il Teatro mi sono mancati da morire negli ultimi due anni, ma mi affatica oziare e così, oltre ai libri, mi è rimasta la tv che ai nostri tempi è divenuta smart. Non è che sia al centro della dis-funzione sociale, come negli ottanta, è che facendo scorrere contenuti in streaming sembra di programmare l’eternità.
Non è una battuta di spirito.
Lo faccio quando lo stress diviene un mostro a 7 teste – a cui opporre comportamenti saggi, regole salutistiche e professionisti preparati – ma per i casi gravi come il mio, in attesa di un’epoca di pace e giustizia, la terapia sono i film.
Ripasso le battute tra me e me e sorrido perché non ho ancora perso la memoria, la noce magica della favola. Come scriveva Pavese, quello di vivere è un vero e proprio mestiere in cui però, grazie al cinema, possiamo cimentarci a piacere scegliendo di metterci nei panni dell’antieroe della storia…
Mi accadde con Gran Torino (2008) quando Clint Eastwood interpretò Walt, un reduce del Vietnam, anziano e pieno di pregiudizi, minato da una malattia inguaribile, che vive dominato dalla sua rabbia interiore, pronto a combattere contro il nemico di turno. La moglie che aveva mediato per lui nei confronti del mondo è morta e il rapporto coi figli grandi non funziona.
Per di più è ossessionato dalla presenza della famiglia asiatica che vive nella casa accanto e che lui disprezza apertamente. Quando sorprende uno dei suoi vicini a rubare la sua amata auto d’epoca (la Gran Torino) lo mette in fuga, ma pochi giorni dopo interviene per salvarlo dalla furia di una gang. Si instaura così un rapporto più complesso con il vicino Tao e la sorella di lui: il razzismo del protagonista, tra insulti, offese e pregiudizi tra i più beceri inizia a sgretolarsi e i vicini divengono parte della vita del vecchio Walt.
L’assunto ripugnante mostrato all’inizio del film, così diffuso nelle realtà suburbane (penso al racconto efficace di Come un gatto in tangenziale, 2017), si estingue poco per volta nei gesti amorevoli. Ogni giorno leggiamo di gente in preda alla rabbia che commette atti criminali, spesso con esiti drammatici: forse imparare a disinnescare la tensione dovrebbe essere insegnato da bambini, assieme al rispetto e alla non violenza. Essere soggetto alla rabbia e fare la cosa giusta non è facile, ma bisogna essere disposti a mettersi in gioco se vogliamo vivere in pace con gli altri.
Purtroppo nelle famiglie, nelle scuole d’infanzia e primarie, i valori umani non vengono ancora insegnati e si deve far affidamento su episodi catartici per poter evolvere intimamente. Senza contare che l’assunzione di certi ruoli prestabiliti nella società in base al genere, costituisce un’altra spina nel fianco, come descrive il film svedese Forza maggiore (2014).
L’opera narra di una famiglia che trascorre le vacanze in un resort di alta quota, quando, davanti alla terrazza su cui stanno pranzando, si stacca una valanga dalla montagna.
La madre e i ragazzi rimangono impietriti a guardare, mentre il padre afferra l’IPhone e fugge via. La tragedia viene solo sfiorata perché la valanga si ferma prima di travolgere l’albergo, ma da questa vicenda prenderà avvio un dialogo serrato tra marito e moglie e un ripensamento dei fatti alla luce delle circostanze di cui l’uomo tarda a prendere coscienza.
Difficile è ammettere di non corrispondere agli standard di coraggio e forza imposti agli individui di sesso maschile, quasi impossibile per una donna a cui sia stato insegnato ad ammirare la mancanza di pavidità in un uomo. La scena del pianto sconsolato in cui il padre mostra la sua fragilità, ammettendo la sua debolezza, e dall’altra la titubanza della madre ad abbandonare anch’essa gli stereotipi di genere, sono i momenti più intensi dell’opera di Ruben Ostlund.
Inevitabile che il pensiero corra a Scene da un matrimonio del maestro svedese Ingmar Bergman, sebbene il senso di Forza Maggiore indichi la necessità del recupero di una dimensione personale e umana meno rigida da parte della società, come da parte di ognuno di noi.
Intanto mi sono scritta tutta da sola un copione, di me che cerco di fuggire da certe sabbie mobili: il film che mi ha ispirata stavolta è The village (2004) che, a dispetto del nome del regista (M. Night Shyamalan), non è un horror ma un thriller psicologico interpretato da attori magistrali (Adrien Brody; Sigourney Weaver; Joaquin Phoenix; Celia Weston… ) e con un affascinante William Hurt in stato di grazia.
Il tema del racconto è l’isolamento dalla società. Il gruppo degli anziani che amministrano il villaggio (capeggiati da un ex professore di università – Hurt – e da altri personaggi versati in varie arti) sin da giovani hanno portato le famiglie a vivere in una riserva per sottrarli alle insidie del mondo; per convincere la gente a non abbandonare il luogo protetto avvalorano certi miti che vogliono il bosco popolato da creature malefiche, con le quali assicurano di aver stretto un patto: nessuno del villaggio avrebbe oltrepassato i confini del bosco. A causa della necessità di reperire dei farmaci per impedire la morte di un ferito, la figlia non vedente del professore rompe il patto e decide di avventurarsi nel bosco proibito per raggiungere la città. E farà davvero la conoscenza con una creatura terribile…
Il film analizza il terrore e la sua genesi con una vividezza impressionante, la suggestione insinua la paura, che spesso viene strumentalizzata da terzi con fini di controllo. Sarà la forza e il coraggio di Ivy, la protagonista innamorata di Lucius (Phoenix), a mostrarci come allentare le spire dell’impressione e a far uso del coraggio per aprirsi al mondo a dispetto dei rischi che comporta.
Capita di affrontare momenti sinistri: a me sta accadendo ora mentre un cingolato scende dalla collina con un clangore da far scappare tutti gli animali del podere a nascondersi e intanto la pala meccanica affonda nel sottobosco con un rumore terrificante di vegetazione divelta; prima che sradicassero completamente l’habitat di molte specie, avrei voluto convincere le autorità a tutelare ciascun essere animale e vegetale con il rispetto che merita. Ma nessuno ha mai risposto alla mie suppliche di salvare il bosco che viene aggredito dalle motoseghe periodicamente con un ritmo sempre più serrato, mentre nuovi tralicci elettrici sorgono al posto della foresta, una delle più antiche della Vallesina.
In questa estate solitaria ho ripreso ad andare a correre nel bosco, un tempo lo facevo ascoltando dalle cuffie dello walkman un brano dei Survivor, Eye of tiger. Mi chiedo se la mia indulgenza verso la boxe sia colpa di quella colonna sonora, o magari dei geni ereditati dal prozio pugilista Leone detto Carnera.
La saga di Rocky Balboa, iniziata nel 1976, ha continuato a sfornare film e ancora oggi sopravvive negli spin off, il prossimo in uscita nel 2023. Un esempio di serie tv antelitteram, una specie di rito di massa dove le storie si fondavano sulla notorietà raggiunta dai precedenti capitoli.
Rocky, un pugile sfortunato interpretato da Sylvester Stallone, divenne una figura archetipica dello schermo: l’eroe buono, lo sportivo che non si montava la testa e amava una donna semplice (Talia Shire) che si faceva di tutto per mantenere scialba e sciatta a vantaggio di chi volesse sognare di impalmare il gigante buono; intanto i collegamenti narrativi permettevano ai fans di sostenere il campione nei suoi cimenti, sempre gli stessi, alla base della storia. Nessuno tra l’altro poteva pensare ad una produzione che avesse mirato specificamente a creare quel personaggio con fini meno nobili.
E tutto procedeva bene finché non appariva il cattivo di turno, stilizzazione dei timori americani, come il poderoso sovietico Drago, tutto steroidi e tecnologia, e dato che a Rocky la politica non interessava, quello se la prendeva con l’amico di Rocky, Apollo Creed (Carl Weathers). L’uccisione dell’amico sul ring fa scendere in campo lo stallone italiano con tutta la colonna sonora d’appoggio all’allenamento e alle aspirazioni di vittoria.
Visto un film, visti tutti? Forse no, la sequenza in cui Rocky visita la tomba della compagna rimase impressa a molti: Rocky vive una vita normale come i suoi fans, come loro invecchia, come loro perde i propri cari.
Perché piacevano quei film? È una bella domanda, forse per le qualità umane del protagonista, l’incedere semplice dei dialoghi e le caratterizzazioni ai livelli minimi che permisero di farne una storia con una lettura immediata che promettesse speranza.
E oggi il cuore di molti fans è ancora lì, a correre con Rocky sui 72 scalini gradini di pietra del Philadelphia Museum of Art cercando la forza per affrontare il quotidiano… nella nostra vita in streaming…
Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio indimenticato maestro, il giornalista Fabrizio Schneider. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.






















2 risposte
Bellissima questa carrellata di film. Sarebbe interessante che ognuno facesse la propria lista, dove ogni film segna le tappe salienti della propria vita. Mi piace molto il modo col quale lo hai fatto, è come gettare un ponte tra il pubblico e il privato, tra quello che vive ognuno di noi e quello che, accessibile a tutti, ci permette un linguaggio comune e ci consente di comunicare.
Ciao Rita, grazie per il riscontro favorevole. Sono contenta che ti sia piaciuto.
È vero: sarebbe stimolante una carrellata dei film di formazione dei lettori della rubrica, ma mi piacerebbe anche solo scoprire quelli che li hanno appassionati in questa stagione. Vuoi cominciare tu a raccontare la tua estate in streaming?