Katharine Hepburn, la leonessa d’inverno

Ascolta il canto della vita, erano le parole incise sul caminetto della casa di famiglia a Hartford, nel Connecticut e Katharine Houghton Hepburn non le dimenticò mai.

Mantenne il cognome materno, fu una progressista e una vera leonessa d’inverno, dominando le scene da ragazza ma sopratutto nell’inverno della sua vita. Con una madre femminista e suffragetta, che si batteva per il controllo delle nascite, un padre medico, che fu pioniere nel campo dell’igiene sessuale, Kate crebbe in un’atmosfera densa di stimoli culturali e sociali.

La sua casa a Fenwick era una splendida costruzione di mattoni screziati, posta all’estremità di una penisola che curva verso lo stretto di Long Island, alla foce del Connecticut River. Per giungervi bisognava percorrere un viale tranquillo tra gli alberi, in mezzo ad una profusione di fiori di campo: al suo interno gli affanni del mondo sembravano svanire.

Con queste premesse ci si può figurare che non abbia sofferto e che il suo vivere sia stato rose e fiori.
Non andò così, ma prove e stillicidi possono rappresentare un modo per misurare la propria volontà. Combattè la depressione che la colpì quando rinvenne il corpo del fratello impiccato: “Non aveva motivi per farlo, emulò la scena di un film che avevamo visto, fu solo un gioco finito male”, avrebbe sempre ripetuto Katharine che allora aveva 13 anni. L’oblio in cui cadde quando fu definita dai produttori il veleno dei botteghini non ebbe ragione di lei, attinse a tutta la sua forza quando perse l’amore della sua vita. Infine combatté la sua malattia.

Avrebbe affrontato il Giano bifronte della fama e molte altre avversità, ma, come ripeté molte volte Frank Capra, per fare del buon cinema non bastano il talento, l’intelligenza, le doti fisiche, capacità o destrezza: devi avere coraggio. Coraggio di resistere a dispetto di tutto.

Kate amava le uscite ad effetto per proteggersi dai pettegoli di Hollywood. Così una volta affermò di essere egoista. Ne era riprova, disse, la sua scarsa attitudine ad essere moglie e madre. Fu una provocazione. Una donna che esercitasse il proprio libero arbitrio circa i  ruoli imposti dalla societá, era definita egoista.

Non saprei dire se fosse stata davvero “egoista”, ma tutto sommato direi di no, considerando la passione con cui difese sempre i diritti dei più deboli. Avrebbe fatto ritorno a Hartford ogni volta che il mondo avesse messo alla prova il suo spirito, per ritrovarsi nella vecchia casa avvolta di rampicanti, con le foglie mosse dal vento del mare.

Forse per questo non fu scelta per interpretare Rossella O’Hara quando vi si candidò: intorno a K.H. si respirò sempre aria della Nuova Inghilterra.

La sua ascesa a Hollywood fu rapidissima. I genitori erano rimasti allibiti quando la figlia, educata nelle migliori scuole, aveva detto di sentire il richiamo del palcoscenico. Era difficile figurarsela nei panni di una stella, così ruvida e mascolina, sempre in pantaloni, con il viso acqua e sapone.

Eppure era suo il ritratto che traevano dal taschino sinistro, quello del cuore, tanti giovani in trincea durante la  guerra d’Africa. Fu così che la vidi la prima volta, ritratta in una foto che aveva conosciuto le sabbie del deserto.

Un corpo atletico, una voce aspra, un volto con più spigoli che curve, ma quando nel 1932 scese dal treno a Pasadena, Katharine iniziò una sfolgorante carriera nel cinema.

La sua ascesa a Broadway aveva avuto del miracoloso. Stava replicando il Marito della guerriera (The warriors husband), quando girò un provino che richiamò l’attenzione di David O. Selznick,  il mitico produttore di Via col vento.

La casa di produzioni RKO la condusse fino in California per interpretare il ruolo di una ragazza dalla forte personalità sull’orlo della follia, con John Barrymore nella parte del padre. I successi non mancarono con Gloria del mattino che le valse il suo primo Oscar. Ma il personaggio di Jo March la fece amare al grande pubblico e fece sì che la RKO la volesse sotto contratto per due film l’anno: fu prima Maria Stuarda e poi una guaritrice, in seguito una struggente interpretazione di Alice Adams la candidò al secondo Oscar.

Come spesso accade nel cinema, la sua eccezionale bravura non poté salvarla dall’insuccesso dei film che seguirono: Dolce inganno; Incantesimo; Susanna furono dei flop, al punto che fu marchiata dai produttori come box office poison.

La spietata legge di Hollywood faceva il suo corso. Il fatto di trovarsi su di un piedistallo rende più rovinosa la caduta. Ad un grande Bene segue un grande Male e viceversa. Pochi coraggiosi sfidarono questa legge e navigarono imperturbabili, come lei, tra bonaccia e tempeste.
Così fu che la giovane Kate tornò a casa, lontano dai riflettori.

La incontriamo in quel salotto rivestito di legno, dove accoglieva visitatori e amici: poltrone ampie e comode, divani coperti di tele grezze, mobili di famiglia, ricordi, libri e chincaglieria a profusione. La stanza si affaccia sullo stretto, ma ad attrarre è il focolare dove ardono dei rami bianchi: Kate, che ama i caminetti, è sdraiata sul tappeto, una gamba accavallata sull’altra, il piede che ciondola ritmicamente. Sta leggendo un copione e, al mio sopraggiungere, scosta le pagine dal viso e mi rivolge uno dei suoi straordinari sorrisi.

Ciao Kate!
Ciao Jo

Nel mio sogno non c’è bisogno del flou del cinema per emozionarmi. Chissà perché, tra le tante domande che potrei rivolgerle, me ne sovviene solo una: se sia lei a raccogliere sulla spiaggia i legni da ardere.

Sono i migliori, disse una volta, il salmastro tinge la fiamma di tanti colori.

L’autoisolamento a Fenwick durò poco.
Nel 1938 giunse Philip Barry con un nuovo progetto per il teatro. Scandalo a Philadelphia divenne un successo a Broadway e poi a Hollywood. Kate aveva capito che sarebbe stata l’occasione per tornare al cinema e difatti la trasposizione di quell’opera, nel 1940, le valse una nomination.

La quarta nomination arrivò 2 anni dopo con Donna dell’anno, girato per la MGM. Questo film inaugurò la collaborazione più importante della sua vita, quella con Spencer Tracy con una serie di 9 film; misero in scena la rivalità tra i sessi, modulata da scontri verbali e diversità fisica: lei appariva alta e segaligna, mobilissima, lui robusto e imperturbabile.

Per capire l’essenza dei dibattiti politici attuali in Usa basterebbe rivedere quel vecchio film dal titolo Lo Stato dell’unione dove Katharine Hepburn interpretava la moglie di un candidato alla presidenza. Il duetto con Spence fu esilarante, rivedendolo mi son chiesta se l’obsolescenza precoce dei ricordi non sia di comodo a qualcuno.

Dagli anni 50 la grande attrice iniziò a vedersi proporre sempre gli stessi ruoli e ne era insoddisfatta, ma indossò in modo mirabile i panni della donna single, intelligente e romantica. Una zitella, come si diceva allora, disposta a concedersi un brivido sentimentale. Erano i tempi di tre nomination di fila: La regina d’africa, 1951, Tempo d’estate 1955 e The rainmaker 1956.

Come il ciocco salmastro che tingeva di colori la fiamma del focolare, le varie nuance della sua  femminilità divennero un’esplorazione coraggiosa. Interpretò donne diverse ma tutte forti a loro modo.

Ottava nomination per Violet Venable in Improvvisamente l’estate scorsa, tratto da un’opera di Tennessee Williams. Un ruolo difficilissimo e coraggioso, sopratutto in rapporto ai tempi.

Con Il lungo viaggio della notte, del 1963, meritò la nona nomination; la decima la ottenne con Indovina chi viene a cena, apprendendone poco dopo la morte di Spence. Era da poco tornato al cinema dopo un grave problema cardiaco e 4 anni di cure amorevoli in cui Kate aveva rinunciato a tutto per lui…

Spence era un tipo tosto con cui avere a che fare. Alcolista per molti anni, per di più bad drunk come dicevano gli amici. Gli prendeva male.
Allora Kate se lo caricava in macchina, lo portava a casa sua, lo curava e lo riaccompagnava quando era in forma. Lo conobbe che era sobrio da tempo e sovrappeso per una dipendenza da caramelle. Lei scrisse nella sua biografia che gli fu dedita come una chioccia e il benessere di lui divenne un’ idea costante.

Il legame era noto a tutti sebbene lui avesse una moglie da cui non divorziò mai: da buon irlandese cattolico, mantenne tutte le responsabilità verso la famiglia. Qualunque pettegolezzo sulla sua storia con la Hepburn era vietato e quando Tracy morì, Kate non si recò al funerale. Poco tempo dopo telefonò alla vedova, Louise, offrendo il suo aiuto. Ormai possiamo essere amiche, propose, ma l’altra la interruppe in modo sgarbato: “Credevo che tu fossi solo un rumor”.

Spence aveva avuto altre amanti, ma un giorno confidò ad un amico: “Con Kate le cose stanno così: è la donna che mi capisce di più al mondo”.

Il magnifico Spencer Tracy, attore di razza, personaggio di spicco nella così detta mafia irlandese di Hollywood, appena incontrò Kate suppose che fosse lesbica. Lei aveva 34 anni, un matrimonio fallito alle spalle e di certo, tra i due, il più famoso era lui. Ma l’alchimia che seppero evocare sul set stupì tutti.

Oh Spence basta con quella vecchia storia di famiglia. La fai sempre peggio ogni volta che la racconti, protestava invariabilmente di fronte all’ennesima burla di quell’uomo così diverso da lei che pure amava.
Pura verità, amica mia, ribatteva quello, facendo l’occhiolino a Frank Capra durante una pausa del making di The State of the Union (1942).

La prima volta a casa Hepburn, nel New England, disse che

più che una casa, maledizione, era un palazzo. Una tenuta che occupa metà  isola e ha almeno un miglio di spiaggia privata cintata. Ed ecco la signora qui presente Madame La Benefattrice.
Non esagero, è una famiglia di matti, ancora più matti di questa qui.
Hai presente? Aristocratici del New England, ultralibertari che si battono per i poveri e i disgraziati senza averne mai visto uno…”
“Ma Spence sei tremendo!”

La storiella era quella in cui, invitato dalla famiglia Hepburn alla casa di Fenwick, usciva sul patio a prendere una boccata d’aria perché non ne poteva più di sentir discorrere degli hobby sociali dei convitati, lui che di poveri e bisognosi nei ghetti irlandesi ne aveva conosciuti tanti. E raccontava che avvistò di lontano un pescatore che stava scavalcando il filo spinato: Mettete un altro piatto in tavola arriva un povero infelice che vuole respirare tra i liberi

Credo provasse un gusto sadico nel descrivere come si fosse allarmato il padre di Kate. A suo dire era corso fuori e, imbracciato un megafono appeso alla parete, aveva intimato al malcapitato di lasciare subito la proprietà privata se non voleva che gli piantasse una scarica di pallini nel fondoschiena….

Un carattere impossibile. Eppure Katharine ne parlò come del suo grande amore, usando toni semplici, dicendo frasi come stavamo tanto bene insieme. Rimase a vivere in quella che era stata la casa di Spence a Hollywood, la dependance riservata agli ospiti nella proprietà di George Cuckor che Tracy aveva in affitto.

Poi iniziò a viaggiare: in Irlanda, nel Galles e in Francia per girare Il leone d’inverno. Si dice che fu proprio Peter O’ Toole  a recarsi da lei per convincerla a lasciare quel ritiro vedovile e tornare a recitare. Affrontò il ruolo da vera professionista e molto di più: meritò il suo terzo oscar come migliore attrice. Il decennio seguente la portò ad affiancare molti attori di grande calibro come Laurence Olivier, a recitare con attori molto diversi da lei, come John Wayne, senza dimenticare il suo vecchio amore: Broadway.

Mezzo secolo dopo il primo, le conferirono il quarto Oscar per Sul lago dorato, recitando accanto ai Fonda: Henry e sua figlia Jane.

Nella casa dell’East side, a Manhattan, trascorse gli ultimi anni della sua vita, sempre cercando un buon copione, una parte che valesse i suoi sforzi. Invece il più delle volte era delusa, capitò che ricevesse persino la proposta per un ruolo pornografico.

Certi registi mettono sé stessi e la loro ricerca artistica prima della coerenza con la storia e con gli attori di un film, commentò una volta Frank Capra.

Dall’energia che profuse in quei ruoli che selezionò si può trarre spunto per comprendere la sua arte di vivere: di sicuro avrà attizzato il fuoco creativo anche nei suoi intimi a New York.

Per averla amica basta ricordare che non ama le facili gratificazioni e la curiosità dei giornalisti, le insinuazioni e le intrusioni nella sua vita privata. Sprezzante ed intelligente, si espresse in un coup de théatre che meglio non potrei descrivere:

Amo i caminetti perché mi preparo ad andare all’inferno: scrivetene…

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

5 commenti

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  • È sempre bello leggere i tuoi articoli Jo. Appassionanti e appassionati.
    Conoscere così alcuni risvolti di personaggi che hanno fatto la storia del cinema.
    Grazie.

  • Articolo bellissimo. Come sempre sembra di vivere le emozioni che racconti Jo!
    La tua scrittura è appassionante ed è meraviglioso leggerti.
    Grazie

  • Che meraviglioso racconto! Solo tu Jo riesci a passeggiare tra i sentieri della vita dei personaggi che descrivi, come se semplicemente visitassi un orto botanico! Delicatissima l empatia con questa donna che anche io apprezzo tantissimo!

  • Cara Jo, scriviamo entrambi di cinema perché è il grande sogno della nostra vita. Quando leggo le tue storie sento che, con la tua profonda sensibilità, sei riuscita ad entrare dentro quel sogno. E così mi sembra di esserci entrato anch’io. Grazie.