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C’era una volta il Cinghiale Bianco

di Jo Gabel

C’era una volta un’epoca che aspirava alla Pace e al Rispetto di tutte le specie animali e vegetali.

Un’epoca in cui il massimo valore era dato al ripudio della guerra e in cui le armi – per combattere o cacciare – e il loro commercio, era considerato un abominio. C’era una volta un’epoca in cui i valori insegnati non erano quelli che facevano comodo alle multinazionali ma quelli cantati da musica e poesia.

In quell’epoca c’erano ancora molti guai, ma si diceva che, poco per volta, con la nuova consapevolezza che ci pervadeva li avremmo risolti.

C’era una volta l’Era del Cinghiale Bianco.

Un artista ne cantò mentre un poeta scrisse che la cosa più radicale che potevi fare era radicarti nel posto che sceglievi. Non so se ebbe ragione, ma era un concetto glorioso e la mia consapevolezza circa il radicarmi, col film Gorilla nella nebbia, nel 1989, si acuì.

A volte il ruolo dei film è proprio questo: ci rivela a noi stessi, è come cercare il posto giusto sul pavimento della veranda dell’indiano yaqui di Carlos Castaneda: una cosa deve comunicarti energia solo a sfiorarla.

Fino ad allora la salvaguardia degli animali selvatici aveva rappresentato un concetto più auspicato che realistico, ma l’ideale che mosse Dian Fossey, la naturalista che ispirò il film, sbaragliò le mie resistenze. Era ritratta come una donna energica, volitiva ed esasperante, quanto ad essere temeraria lo fu oltre misura, dotata di tempra e coraggio, qualità che i cascami di stampo patriarcale faticano ancora oggi ad attribuire ad una donna. Fu considerata squilibrata, ma non è così che hanno sempre dipinto le donne libere?

Tutto iniziò con una gran voglia di visitare l’Africa: quando le si offrì l’opportunità di soggiornarvi per censire i gorilla di montagna, la colse al volo.

Assieme a Jane Goodall e Biruté Galdikas fu inclusa dal noto paleoantropologo Louis Leaky nelle Trimates, un termine che indicava un terzetto di antropologhe con la passione dello studio dei primati.

Ma la verità fu che Dian era stata stata mandata allo sbaraglio e che non aveva percepito alcuno di stipendio per il suo lavoro di ricerca: quello che compì fu unicamente frutto della sua abnegazione e dei suoi sacrifici. Almeno fin quando il National Geographic non si accorse di lei. In un mondo in cui tutto ha un prezzo, certe cose vanno rammentate.

Quando nei primi anni 60 arrivò alle pendici del monte Mikeno sapeva solo che era stato la base operativa di George Schaller che per primo l’aveva affascinata con lo studio dei primati. Di qui partì per andare più in alto, tra le nebbie dove vivevano i gorilla di montagna a rischio di estinzione. Fu proprio in Congo che visse per due anni in una tenda nella giungla di mangrovie, da vera pioniera, in un territorio esposto a piogge torrenziali.

Quando a causa della guerra dovette spostarsi in Ruanda si costruì una capanna con un focolare, accanto al quale scriveva alla sera. Fu qui che nel 1967 fondò il centro di ricerca Karisoke, dai nomi delle montagne Karisimbi e Bisoke.

Americana di San Francisco, prima di quella svolta aveva lavorato negli Stati Uniti in un reparto per bimbi con disagi mentali instaurando con loro una comunicazione non verbale. I nuovi compagni di vita che la zoologa incontrò sulla montagna ruandese, gli oranghi oggetto del suo studio, a dispetto della loro fama, si rivelarono essenzialmente dei vegetariani pacifici (Gorilla beringei beringei, una sotto specie dei gorilla di montagna).

Sebbene la presenza umana tenda a far mutare gli atteggiamenti dei gorilla ripresi dalle telecamere, Gorillas in the Mist ci raccontò cosa avesse realizzato, ma non ci parlò di chi fosse davvero Dian Fossey.

Chi si sia lamentato della sceneggiatura scarsa -Dian che studia i gorilla, Dian innamorata del fotoreporter- non ha fatto caso che quel racconto, tratto dall’omonima biografia, riesce a farci intuire un’intimità segreta. Non sempre l’immagine, carica di parole, lo consente.

Il film, che è in parte documentaristico nello stile del regista britannico Michael Apted, narra in modo semplice una realtà complessa in cui molte sequenze si concentrano sul non parlato, consentendo all’inespresso di palesarsi a noi spettatori: Dian comunica empaticamente coi suoi gorilla.

Sigourney Weaver, protagonista del film, ha raccolto la sfida accettando di interpretare un ruolo dapprima pensato per Jessica Lange, tanto da meritare il Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico e una candidatura all’Oscar come migliore attrice protagonista.

Ancor oggi Gorilla nella nebbia rimane una delle sue migliori interpretazioni.

Pur non possedendo grande dimestichezza con gli animali si dispose ad apprendere con il resto della troupe come lavorare con i primati, lo fece con intelligenza, impegno e senza lesinare le sue forze, affrontando le bizzarrie di qualche orango e le interminabili scalate per raggiungere i selvaggi comprimari che si spostavano sulla montagna.

Lo fece talmente bene da divenire presidente onorario per molti decenni del Dian Fossey Gorilla Fund (fondato nel 1978 col nome di Digit Gorilla Fund e che però oggi, nonostante gli sforzi della zoologa, conta solo 1000 esemplari della specie).

Nel 2017, la Weaver tornò a raccontare i diari della Fossey grazie ad una produzione del National Geographic (Gorilla nella nebbia: la storia vera). Dopo quella visione è difficile dimenticarsi di Dian. Le immagini riprese dall’uomo che amò, il fotografo Bob Campbell, vanno al di là di ogni descrizione e mostrano come dovrebbe essere impostato il rapporto tra la specie umana e gli animali: rispetto, responsabilità, amicizia, giocosità.

Animali anche noi, meno evoluti di quello che crediamo. La nostra vita è piena di silenzi che attengono al vissuto interiore e i nostri dialoghi sono pieni di contenuti inespressi: paure, impulsi sconsiderati, fragilità, pensieri inconfessati, una vita sommersa che si infrange quando usiamo la parola per comunicare. Gli animali colgono questo coacervo di intenzioni che compone il nostro essere prima che la coscienza lo analizzi. Sanno come siamo davvero, non possiamo mentire.

In un ambiente naturale, dove vige la legge primordiale, possiamo trovarci a passeggiare accanto a cuccioli di cinghiale che giocano attorno ad un albero di mele, come accadde a me tanti anni fa. Mi apparvero dotati della stessa spontanea allegria dei bambini. Animali selvatici privi di tutela da parte del mondo civilizzato perché non solo non si stanno estinguendo, ma al pari degli umani si riproducono velocemente.

Quel giorno percepivo attorno a me un’altra presenza, nella radura due occhi seguivano ogni mio movimento: mamma cinghiale era pronta ad intervenire al minimo accenno di pericolo. Immagino che anche lei fosse cresciuta nel bosco solitario, mi aveva ascoltata per anni chiamare a raccolta le mie bestiole alla sera e nessun urlo di dolore era giunto a lei dal podere, nessun animale era stato ammazzato per cibarsene, nessun olezzo di sangue si levava dalla mia mensa. O almeno questa è la mia versione poetica dei fatti.

Non ho mai effettuato riprese della vita degli ungulati, di quando i cinghiali grufolano tra le ghiande rastrellando con piacere il sottobosco delle querce, ma notai uno di loro che si mostrava particolarmente socievole: era un cinghialetto dalle setole spettinate, non proprio albino, ma risultava evidente che doveva essere nato da un incrocio con un porcellino, lo chiamai Rufolo.

Era il più curioso della cucciolata e veniva a cercarmi perché gli regalassi qualche bocconcino ghiotto. Molti visitatori lo osservarono trotterellare sul ciglio della strada con i fratellini, in fila indiana, soffermandosi accanto al mio cancello per lasciarmi passare con l’auto prima di attraversare. Dei cinghiali potrei lodare la pazienza. Quando mi affaccio al cancelletto del frutteto, so che qualcuno di loro verrà a pranzare con le zucche del mio orto che dispongo in terra. E se non loro, lo farà qualche istrice.

In 24 anni non hanno mai cercato di abbattere la recinzione, né di danneggiarla, neanche durante le lunghe estati torride, quando soffrono grande arsura e sono disperati. Durante una terribile siccità che ci colpì, scesero a valle a cercare sollievo nel canale che purtroppo fu allagato d’improvviso e dei cervi morirono travolti dall’impeto delle acque. Da allora ho predisposto una vasca che rimane sempre colma d’acqua.

I cinghiali, al pari di altre bestie, sono stati cacciati dall’alba dei tempi, prima per trarre sostentamento dalle loro carni, per il loro aspetto e presunta pericolosità furono vilipesi, al pari dei serpenti, risentirono dello stigma religioso. Ancor oggi abbattiamo il cinghiale amico di tutti sulla spiaggia di Porlezza con l’autorevolezza spietata di una specie cui tutto è concesso.

Anni fa un famoso etologo estremizzò che l’unica cosa che si potesse fare per l’ecosistema era smettere di respirare per sempre. Allo stesso modo il mio sarcasmo non manca di efferatezza quando espone paritetiche la strage del genere umano e quella dei cinghiali, ma tant’è.

Consentire ai cacciatori di  allenarsi in uno sport che comporti uccidere esseri indifesi con mute di cani feroci al seguito, la dice lunga. Abbattimenti controllati, li chiamano, ma non li effettuano con una cerbottana piuttosto con tutto l’armamentario di una missione di guerra.

E se gli indigeni delle tribù ruandesi, al soldo dei bracconieri, commisero un crimine uccidendo parte del branco studiato da Dian Fossey, furono meno colpevoli di chi indossi mimetica e doppietta per recarsi a caccia grossa nelle ultime riserve italiane. La cosidetta braccata è una vergognosa pratica considerata da costoro “emozionante” e che consiste nel monitorare i cinghiali alle prime luci dell’alba, risalendo i loro sentieri notturni fino alle tane.

Oggigiorno a minacciare tutti gli esseri viventi non mancano gli allarmi di nuove calamità, tra terremoti, alterazioni dei bacini idrogeologici, vaiolo delle scimmie e peste suina, sembra che la terra non sia mai stata tanto disgraziata e che l’unico rimedio sia intervenire drasticamente sulla natura; di questo passo, sopprimendo, disboscando e sterilizzando l’ambiente si riuscirà ad alterare completamente l’ecosistema: considerando che il glifosato lo abbiamo rinvenuto nel thè pregiato, non stento a crederci.

L’uomo che uccide un animale oggi, è l’uomo che domani ucciderà la gente che lo disturberà. Quando ti rendi conto del valore di tutta la vita, ti interessi meno di ciò che è il passato e ti concentri nella preservazione del futuro. (Dian Fossey)

Gli squilibri causati dall’opera dell’uomo e la progressiva distruzione delle aree boschive sta inducendo gli animali ad invadere le città alla ricerca di cibo, superando la naturale ritrosia. La colpa, ovviamente, sarà sempre degli animali.

Come fa un film a stimolare questa presa di coscienza? Michael Apted rese veritiere anche quelle scene in cui non furono impiegati degli esemplari di gorilla. A mio avviso indurre un comportamento in un animale è sempre una sevizia (penso a Skinner e ai suoi esperimenti con le gabbie elettrificate), che non può essere giustificata né dallo scopo ludico, né da quello scientifico: quindi ben vengano alcune scene con uomini camuffati da animali, sopratutto quando i trucchi sono verosimili come quelli dei gorilla ideati per il film da Rick Baker, già vincitore di un Oscar nel 1981 e specializzato in makeup per effetti speciali.

Ecco che da un film tecnicamente ben realizzato 33 anni fa, appresi molto di più di quello che avrei supposto.

So cosa provò Dian quando fu ucciso uno dei suoi più amati esemplari di orango. Io non avevo la stessa intimità con Rufolo, ma lo avevo visto crescere. E ancora oggi nel raccontare di quel giorno sento sopravvenire una debolezza dolorosa. Mi sforzo ogni volta di farlo in onore alla sua memoria e perché la gente rifletta che agiamo con criminale superficialità su esseri con dignità di persona.

Rufolo perse la vita alcuni anni fa, tirandosi dietro un’orda di cacciatori e permettendo così al suo branco di fuggire in direzione opposta. Non dimenticherò mai le sue urla straziate cessare tra ringhi, guaiti e colpi di carabina.

Non potei fare nulla neanche convocando sul posto i carabinieri locali: la caccia era autorizzata e frapporsi ai cani aizzati dai cacciatori fu impossibile. Appresi che era stata una battuta delle più difficili, si era difeso strenuamente. Rufolo divenne il piatto forte del banchetto di festeggiamento dei cacciatori, tra brindisi e congratulazioni per l’impresa compiuta. Nella radura segreta oltre lo stagno tremavano i superstiti, salvati dal sacrificio di quella bestiola.

Quel giorno compresi perché Dian Fossey avesse dato fuoco alle capanne dei bracconieri, gesto che fino ad allora mi era parso estremo e crudele.

Aveva appena stretto accordi per la realizzazione del film e firmato il contratto con cui cedeva i diritti della sua storia, quando fu massacrata nella sua capanna con la stessa arma utilizzata per decapitare i gorilla: cercò di difendersi, ma la sua pistola risultò scarica. Era il 27 dicembre 1985 e aveva appena ricevuto il visto di soggiorno in Ruanda a tempo indeterminato.

Non si seppe mai chi fosse stato ad ucciderla, si disse che si era trattato di una vendetta dei bracconieri, anche se un processo sommario in Ruanda giudicò colpevole il suo assistente americano. Altre piste portarono a dei trafficanti di oro, ma di fatto la sua morte rimane un mistero. La donna che vive sola nella foresta senza un uomo (come era nota tra i nativi) con la sua intransigenza si era fatta molti nemici.

Oggi butterei ai rovi tutte le mie protesi tecnologiche in cambio della Pace, del rispetto dei boschi del mondo e dei suoi animali, purtroppo la pratica spontanea del being away è divenuta impossibile in mezzo ai suoni di notifiche, app e connessioni.

Esfiltrarmi è la parola, per tornare nel mondo poroso cui appartengo.

Lo faranno tutti, tempo una decina d’anni, tempo che siano mutate le condizioni di vita tra guerre vecchie e nuove, avvelenamenti, inquinamenti e disboscamenti. Volenti o nolenti, assuefatti e non, a decretare l’invivibilità del ciclo storico saremo in tanti.

Io ne sognai molti anni fa, assistendo al film Gorilla nella nebbia…

C’era una volta un’epoca che aspirava alla Pace e al Rispetto di tutte le specie animali e vegetali.

Un’epoca in cui il massimo valore era dato dal ripudio della guerra e in cui le armi – per combattere o cacciare- e il loro commercio, era considerato un abominio. C’era una volta l’Era del Cinghiale Bianco.

Postilla: L’Era del Cinghiale Bianco cantata dal maestro Franco Battiato è una mitica era celtica, trattata come aspirazione ad un periodo aureo dell’umanità insito nello spirito di molta gente della terra.

“La cosa più radicale che puoi fare…” e “il mondo poroso” sono insegnamenti del poeta Gary Snyder.

La lotta per la salvaguardia del “mio” bosco in cui crescono alcune specie erbacee rarissime e della sua ricchissima fauna (volpi, tassi, cervi, daini, caprioli, gatti selvatici, puzzole, donnole, faine, istrici, un’aquila reale e varie specie di falchi, merli, corvi, tortore, passeracei, cuculi, civette, allocchi, barbagianni, poiane, sparvieri, ricci, talpe, i topiragno e i topi quercini, scoiattoli e, ovviamente, cinghiali) è iniziata 24 anni fa. Poco discosto dalle ultime propaggini del Parco regionale della Gola della Rossa è riserva di caccia e si estende per alcuni ettari lungo un torrente che confluisce nel fiume Esino, lo stesso che vide le sanguinose battaglie per la sottomissione delle popolazioni galliche e picene da parte dei romani. La brama di conquista dei territori non è mai cessata.

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Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

3 risposte

  1. Un lungo articolo stupendo Jo,di cui confermo tutto!! Purtroppo gli umani non hanno scampo, siamo già alla crudeltà di ucciderci tra noi. Un uomo ha ucciso una ragazza di 21 anni perché il suo cane ha defecato nel suo orto. Dunque è vero che da millenni l’umanità non ha progredito, anzi si è resa amorfa e insensibile.

  2. Ciao Jo, “Gorilla nella nebbia” è l unico film che mi ha indotto a scoppiare a piangere in sala!
    Rendo onore e affetto al tuo cinghialino bianco e lo immagino nel mio posto segreto in cui sistemo ogni albero dei dintorni di casa mia che conosco e che viene tagliato, ogni topino morto che mi portano i gatti, ogni ape o vespa o moscerino che salvo da una pozza d acqua e non ce la fa…
    In Botswana tanti anni fa, ho attraversato inconsapevole il sentiero di accesso all acqua di alcuni animali : un grande facocero mi fissava immobile, io ho abbassato la testa e mentalmente l ho rassicurato che stavo solo tornando nello spazio assegnato dalle guardie del parco… e ho canticchiato un mantra “mmmmmm” … era una mamma facocero, con tanti piccoli silenziosi che aspettavano dietro i cespugli, poi lei ha dato il segnale di via, ecco i piccoli che trotterellano più rilassati e chiacchieroni, io mi sono immersa in questi bellissimi preziosi minuti della mia vita e ho ringraziati tutti quei bei porcellini e la loro saggia mamma !
    Grazie di quest altro bellissimo profondo ricco racconto !
    Paola

  3. Sarà per domani la firma del decreto per la liberalizzazione della caccia. Si potrà sparare 365 giorni l’anno, di giorno e di notte, persino nei parchi protetti ed anche coi silenziatori, lasciare polpette avvelenate e via così. Attivarsi entro domani muniti di pec in email nominative per protestare. Farlo oggi da loro la possibilità di riorganizzarsi, farlo dopodomani è tardi perché il decreto sarà già firmato.
    Questa la mia protesta sulla pagina di Fratelli d’Italia:
    “Bravi Fratelli di baionetta! Vivo da 20 anni in un bosco in armonia con le specie selvatiche e due giorni fa hanno sparato contro il mio recinto, nonostante il vostro decreto non fosse ancora stato approvato, nell’indifferenza dei carabinieri. Con questa legge state legalizzando il bracconaggio “.
    Come sosteneva il presidente Pertini “ribellarsi e disobbedire alle leggi ingiuste è un dovere civile”.
    Jo Gabel

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