Natale con delitto.

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Agatha Christie

Trascorrere un Natale con delitto sembrerebbe tutt’altro che auspicabile, sopratutto se capita quando sei in cerca di un po’ di tranquillità, ospite di una vecchia zia.

La mia abita in un paesino della campagna inglese, ma se vai a cercarlo su Google Maps non lo trovi: l’atmosfera rarefatta di stampo vittoriano e i giardini ben curati, i discorsi della gente, ti riportano ai fasti dell’impero coloniale.

La vita è scandita da ritmi tranquilli, come quelli dell’Oxfordshire, abitudini consolidate come il tè al pomeriggio e le visite ai vicini. Pettegolezzi da salotto e pudding.

Un mondo apparentemente privo di improvvisazione, del tutto prevedibile, e dove l’unico pensiero sembra essere quello di sconfiggere la noia. Se poi ti imbatti in un discorso, ricorda di soffermarti di più sui non detti, perché potresti scoprire che tutta la trama degli accadimenti scaturisce da lì, sentenziò una volta zia Jane.

Non era davvero mia zia, Miss Jane Marple, ma fu come se lo fosse, da quando la conobbi sotto un albero di Natale di molti anni fa. Sbirciò dalla copertina di un libro, abbandonato lì, a bella posta, perché io mi incuriosissi e iniziassi a sfogliarlo. Non era destinato a me, ma poco importa.
Di fatto feci la sua conoscenza a dieci anni.

In seguito seppi che la sua creatrice, Agatha Christie, aveva dato vita a personaggi sorprendenti, dominando per cinquant’anni la scena della cosiddetta paraletteratura poliziesca.

Una certa somiglianza tra la giallista e la sua attempata eroina, io la notai subito: dotate di un giudizio tagliente e molto common sense, avvolte in mantelline e pizzi, intente a sferruzzare o a preoccuparsi del giardino, fino agli ultimi giorni in cui storpiate dall’artrite, grinzose, erano divenute invisibili agli estranei…

Allora non sapevo che nel 1975, la Christie, oramai ottuagenaria, aveva interrotto la consuetudine di dare alle stampe almeno un libro l’anno e aveva proclamato chiuso il sipario, pubblicando un romanzo con questo titolo.

Era ancora una volta Natale e l’ennesimo delitto che aveva architettato, era stato quello del suo più noto personaggio, Hercule Poirot, che aveva lasciato morire nella residenza di campagna dove lo aveva incontrato la prima volta, nel 1915.

Da brava stratega, quella fine l’aveva progettata con cura, addirittura dal 1945, perché, a dirla tutta, la Christie aveva sempre detestato il suo vitello grasso
Non lo posso soffrire, aveva confessato una volta la scrittrice, visto che le era molto più cara Miss Marple, nata all’età di sessant’anni (dieci anni dopo Poirot).

Al tempo di questa dichiarazione, Agatha era una signora robusta e vigorosa, quel genere di gentildonna di campagna, tipicamente inglese, che viene spontaneo immaginare mentre serve il tè su di un prato verde o alla raccolta dei fondi per il partito dei Tory.

E allora iniziavi a domandarti come avesse fatto questa convenzionale signora in tweed, golfini di cashmere e giro di perle, a scrivere di tanti delitti perversi e sanguinosi.

Di certo la Christie fu ben diversa dall’impressione che se ne trae dai suoi gialli, che furono solo, secondo la sua espressione “la sua fabbrica di salsicce”.
Desiderava un nuovo padiglione per la serra? Ecco pronto un romanzo che le avrebbe fornito il danaro che le occorreva, erano queste le dichiarazioni che invariabilmente rendeva alla stampa.

La verità fu che di quei libri aveva messo a punto la ricetta, mentre il tempo della gestazione della trama, era assai più lungo di quello dedicato alla stesura.

Solo quando i suoi gialli cominciarono ad essere noti in tutto il mondo (e Hollywood iniziò ad interessarsene), la Christie capì che ne avrebbe potuto fare un mestiere a tempo pieno.

Con due miliardi di copie vendute fino ad oggi, l’interesse per la scrittrice non è mai scemato. Efficacissima ed avvincente, si avvalse di una tecnica narrativa che sbaragliò altri esponenti del romanzo poliziesco inglese, anche quando a cimentarsi furono scrittori di calibro. Come ideatrice di gialli classici, possedeva i requisiti giusti per rassicurare il lettore del genere, immergendolo in un’atmosfera familiare, che d’improvviso poteva divenire micidiale.

Non è difficile rintracciarvi il genere feuilletton e prima ancora gli elementi del mistero e del sensazionale, ereditati dal romanzo gotico: lo stato di grazia e poi la caduta in disgrazia, per poi lasciar trionfare l’ordine originale: “Quando cominciai a scrivere romanzi polizieschi, non mi ponevo il problema di pensare seriamente al crimine… il criminale era un malvagio, l’eroe era il buono… perché non si era cominciato ancora a sguazzare nella psicologia”, ebbe a commentare.

Nei suoi libri, tutto è azione e suspense, le descrizioni sintetiche e i dialoghi essenziali, le scene animate da un genere femminile sovente moraleggiante e borghese. Finché tutto culminava nel momento dell’agnizione, del riconoscimento del colpevole.

Tutto questo mi fece pensare di poterla relegare alle consuetudini del suo tempo; ma avevo fatto male i miei conti, perché la personalità (e la vita) di questa romanziera, si rivelarono assai più vivaci di ciò che che le cronache annotarono.

Da ragazzina mi limitavo a prendere spunto dalle sue stravaganti affermazioni di casalinga (asseriva di ideare le sue trame mentre era intenta ai lavori domestici) e, per persuadermi a tollerare la tortura di certe attività di rigoverno mi abituai, come lei, a far vagare la mente. Se sbocconcellare mele in soffitta con Jo March di May Alcott fu un’emulazione cui mi dedicai con piacere, farlo nella vasca da bagno, alla moda di Aghata Christie, mi sembrò curioso.

Pur senza apparirmi apertamente femminista, la osservai dedicare scarsissima considerazione al genere maschile. E capiterà anche a voi di notare come gli uomini dei suoi gialli siano descritti come bambinoni, spesso dipendenti da donne efficienti.

Di sicuro, aderire al corpo delle crocerossine durante la guerra, assecondò la sua inclinazione ad accudire, ma fu anche un periodo in cui poté dedicarsi all’osservazione dei tipi umani e a quelle letture non ritenute idonee per una signorina di provincia qual era (Holmes, ma non solo, Lupin, Leroux).

Per giunta apprese una gran quantità di nozioni su medicine e veleni, conoscenze che in seguito le sarebbero tornate utili. Volendoci avventurare nella storia della sua vita, non troveremo dei chiarimenti, ma un nuovo intreccio, perché era come se, di sé stessa, avesse voluto rivoltare il quadro.

Come nei suoi romanzi, quando pareva dire prendiamo l’omicidio più banale e vediamo come renderlo complesso e interessante, allo stesso modo alterò alcuni episodi personali.

Ad esempio, della difficoltà economica che la attanagliò dalla morte del padre, dei suoi dolori e crucci, non volle mai parlare. E se qualcosa disse, a beneficio dei suoi lettori, narrando di confusione e deliri, sofferenze d’amore e pensieri di suicidio, lo fece in un’atmosfera romantica e sotto pseudonimo. Per questo si adirò moltissimo quando, quindici anni dopo il suo primo romanzo rosa, un giornale ne scoprì l’artifizio.

Di certo non volle che fossero conosciuti i risvolti del suo primo matrimonio, del suo amore osteggiato per un affascinante aviatore, spiantato, di belle speranze, né della fuga intrapresa per sposarlo. O dei suoi disagi, da cui solo il mestiere di scrittrice la sollevò.

Allo stesso modo, non parlò mai della differenza d’età che la separava dal suo secondo marito, che fu l’amore della sua vita (anche in questo caso, aveva seguito il cuore, nonostante fosse stata dissuasa da molte parti).

A ben guardare, possedeva un’inclinazione perbenista che soddisfaceva l’epoca in cui viveva, era timida di natura, ma si indovinava in lei una vena lievemente sadica e un apparente cinismo, caratteristiche che avrebbe condiviso con Miss Marple.

E quando dileggiava il personaggio di Poirot, consentendo al pubblico di non stancarsene, la voce giudicante sembrava quella di zia Jane.

D’altro canto, parlare di un uomo super intelligente, può diventare noioso, attribuirgli una marea di difetti e renderlo addirittura ridicolo nell’aspetto e nei modi, può fare la differenza…
Intrecci, si diceva… e un po’ di furbizia.

Tutto andò bene, finché non accadde qualcosa che scompaginò questa sceneggiatura perfetta. Fu un episodio di cui si parlò tanto, a quei tempi, e che la vide protagonista di un fatto di cronaca che pareva essere uscito da uno dei suoi romanzi. Sparì letteralmente per molti giorni, all’epoca del primo matrimonio. Detective, polizia, ma anche ammiratori e curiosi, si misero sulle tracce della giallista, dopo che il Times ne ebbe pubblicata la foto e una descrizione accurata. In seguito al ritrovamento della sua auto abbandonata, si temette il peggio e i sospetti ricaddero sul marito, Archibald Christie.

Dopo poco tempo riapparve, registrata sotto falso nome nello Yorkshire. Allora vennero chiarite le circostanze drammatiche a monte del gesto: il dolore per la morte della madre e l’imminente divorzio, dato che il marito era innamorato di un’altra donna.

Molti giornali dell’epoca sospettarono una trovata pubblicitaria, ma la giustificazione della scrittrice, ossia quella di un’amnesia, seguita ad un crollo nervoso, non apparve improbabile. Archibald protestò che si era trattato di una vendetta nei suoi confronti. Ma la Christie non ne parlò più, neppure nella sua autobiografia, anche se da allora usò sempre toni sprezzanti nei confronti di alcuni personaggi, che, al pari dell’ex marito, fossero stati aviatori.

Altra faccenda quella di cambiare cognome: all’apice della fama, non se ne parlò proprio. Neppure quando si risposò con un uomo di 14 anni più giovane.

Accadde durante uno dei suoi viaggi all’estero: s’imbatté in un giovane archeologo, con il quale nacque una meravigliosa storia d’amore, destinata a durare per sempre. Ebbe inizio così la seconda fase della vita della Christie, quella più felice, ricca ed avventurosa, che la portò a seguire il marito nelle sue missioni ed a parteciparvi attivamente, come annotatrice di diari e curatrice di reperti.

I suoi romanzi ne risentirono: Poirot sul Nilo, la Domatrice e, il mio preferito, Non c’è più scampo, ambientato in una missione archeologica in Iraq.

Di certo la sua autobiografia, dal titolo Viaggiare è il mio peccato, invoglia alla lettura.

Dunque, della creatrice di Poirot, Miss Marple, Parker Pyne e Tommy e Tuppence, ci sembrerebbe di conoscere ogni cosa.

Ma c’era pur sempre l’altra Aghata Christie, a far capolino nell’ombra. Di lei si sapeva pochissimo, tranne che firmasse come Mary Westmacott. Uno pseudonimo con cui, nel 1930, pubblicò il primo non giallo della sua carriera; ne seguì un secondo che ebbe la stessa sorte del primo, passò cioè inosservato.

Solo nel 1944, pubblicò il migliore di questa serie Absent in the Spring, e poi altri tre, perlopiù romanzi d’amore, ricchi di spunti autobiografici, destinati ad essere riscoperti…

Molti anni dopo, all’epoca del Natale in cui “uccise” Poirot, le cose volsero al peggio e, nel gennaio del 1976, Aghata Christie morì. Le sopravvisse Jane Marple, perché l’ultima avventura della sua amica doveva essere pubblicata postuma.

Da allora, l’eredità della romanziera fece scuola: da una parte l’abilità nel manipolare gli elementi del giallo, dall’altra l’immaginazione fervida che conquistò milioni di lettori.

Alcune sue opere divennero le più rappresentate della storia del teatro (Una trappola per topi; Dieci piccoli indiani), oltre ad ispirare tanti film, taluni con adattamenti mediocri, altri considerati eccellenti anche dalla Christie (è il caso di Testimone d’accusa di Billy Wilder).

Prima di scrivere quest’articolo mi è bastato scorrere qualche pagina di quei gialli, già letti in passato, per essere avvinta dai toni del racconto e poi sconfitta ancora una volta, perché dimentica dei colpevoli.
Se l’alchimia funziona a tutt’oggi, chi fu davvero questa scrittrice: regina del delitto, signora di campagna, moglie fragile, avventuriera?

Ma il mistero si addice alla Christie.

E chissà che quelle letture, inaugurate un Natale di tanti anni fa, non siano servite a tenermi lontana dal pessimismo di Le Carré“Abituati a dominare il mondo, tutto portato via, addio mondo…”.

Jo Gabel

Jo Gabel

Fulminata sulla via della recitazione a 9 anni, volevo fare la filmmaker a 14 e sognavo la trasposizione cinematografica dei miei romanzi a 17. Solo a 18 anni ho iniziato a flirtare col cinema d'autore ed a scrivere per La Gazzetta di Casalpalocco e per il Messaggero, sotto lo sguardo attento del mio​ indimenticato​ maestro, il giornalista ​Fabrizio Schneide​r​. Alla fine degli anni 90, durante gli studi di Filosofia prima e di Psicologia poi, ho dato vita ad un progetto di ricettività ecologica: un rifugio d'autore, dove gli artisti potessero concentrare la loro vena creativa, premiato dalla Comunità Europea. Attualmente sono autrice della rubrica "Polvere di stelle" sul magazine art a part of cult(ure) e collaboro con altre testate giornalistiche; la mia passione è sempre la sceneggiatura, con due progetti nel cassetto, che spero di poter realizzare a breve.

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