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Tumbas, tombe di poeti e pensatori. La poesia e le parole ci sopravvivono

di Rita Baghino

Tempo fa mi hanno regalato un magnifico libro di Cees Nooteboom, che si intitola Tumbas, tombe di poeti e pensatori edito da Iperborea nel 2007.

Ho iniziato a leggerlo tutto d’un fiato  quando mi sono resa conto che non è un libro da “divorare”, ma al contrario, da centellinare, assaporare piano piano, un po’ come si fa con i libri di poesia. Così è sul mio comodino da più di due anni e ogni tanto lo apro a caso, e ne leggo un paio di pagine.

Questo libro è un  elenco di 80 tombe di grandi scrittori e filosofi, accompagnato da pensieri, riflessioni, frammenti di vita, che l’autore ha omaggiato in trenta anni di viaggi in gran parte motivati proprio da questa ricerca. Ogni piccolo capitolo è preceduto da altrettante foto in bianco e nero della straordinaria fotografa e sua compagna di vita Simone Sassen.

immagine per Cees Nooteboom: Tumbas, tombe di poeti e pensatori. La poesia e le parole ci sopravvivono

La domanda che lui si pone e ci pone è: questi uomini che hanno segnato il nostro percorso umano e culturale, hanno ancora qualcosa da dirci dopo la loro morte? «I morti tacciono, ma i poeti continuano a parlare (…). Succede ogni volta che qualcuno legge o recita una poesia per la seconda o per la centesima volta: parlano anche ai non nati, a chi non viveva ancora quando hanno scritto quel che hanno scritto».

Nooteboom lo riconosce: «qualsiasi cosa facciamo con le tombe è irrazionale». Le parole restano, e quando omaggiamo qualcuno che ci è stato caro abbiamo voglia e bisogno di ascoltare ancora quelle parole.

Nella bella prefazione in cui spiega il motivo più profondo di questo suo interesse per la poesia e per i poeti, dice che probabilmente ci siamo allontanati dalla lettura della poesia per colpa della scuola. L’obbligo di leggere o imparare a memoria ci fa percepire il linguaggio dei poeti come estraneo, e i classici, che a scuola leggiamo per primi, sono qualcosa alla quale si dovrebbe approcciare solo quando la solennità, la metrica a volte antiquata, la difficoltà della costruzione del testo, ci sono divenute familiari.

L’autore ci suggerisce di leggere  la poesia in due direzioni: una che va dal presente verso il passato e poi l’inverso. Si può scoprire che quello che ci aveva sedotto a suo tempo ora può essere meno significativo, e che quello che ci appariva inspiegabile oggi può diventare familiare. Leggere  poesie è qualcosa che si impara leggendole, addomesticando il gusto e l’anima.

Cambiamo ogni giorno, a volte impercettibilmente, a volte con grandi salti e sconquassi emotivi. Anche la poesia cambia dentro e fuori di noi. L’unica cosa che conta davvero è che esista, e che sappiamo di non poterne farne a meno. Possiamo trovarla sulla nostra stessa lunghezza d’onda oppure no; le va concesso comunque un tempo di sedimentazione interiore.

Questo può essere difficile, perché la poesia si apprezza soprattutto nell’età giovanile delle passioni e si pensa che i grandi sentimenti, soprattutto di smarrimento, sofferenza ed infelicità producano la migliore poesia. È un malinteso che Nooteboom ci aiuta a sfatare.

La poesia degli autori che ha scelto di visitare e raccontare in questo libro è una poesia autentica, “compatta”, come lui la definisce, dove tutto deve quadrare. Non mi è stato facile capire questo concetto. Ma man mano però che si leggono le sue riflessioni o i versi di alcuni degli autori da lui scelti e si osservano le foto, questa visione si impossessa del lettore, fino a farla propria anche se  non si coglie nella sua interezza.

I poeti dei quali ha visitato le tombe sapevano che la poesia è “questa cosa qui”. Lo hanno accompagnato in diversi momenti della sua vita, e sono tuttora voci vive. A volte si è messo in viaggio proprio per ascoltarli, altre volte si è trovato casualmente nelle loro vicinanze e ha deviato per fargli visita. «Rendere visita alla tomba di un poeta è un pellegrinaggio alle sue opere complete», confessa Nooteboom.

La prima tomba che racconta di avere visitato è quella di Proust,  nel 1977, poco dopo aver finito la lettura de La Recherche. Nooteboom, ancora intriso dei suoi personaggi,  racconta le proprie emozioni quando si è trovato di fronte a quella tomba di lucido granito nero al Père Lachaise di Parigi. È un paradosso: lì sotto si trova un morto, un corpo, eppure la tomba indica un’assenza, un vuoto.

Proust non è lì, e non è in nessun luogo. Eppure quel “tempo ritrovato” lo ha ritrovato per chiunque lo legga. In quella tomba giacciono anche suo padre, suo fratello, sua madre. La sua scrittura gli ha regalato due esistenze: una vera, vissuta, ed una scritta.

Con Proust ed altri scrittori che da vivi hanno intrecciato le loro esistenze, si costituisce una ragnatela in un labirinto senza uscita della storia.  Questa  ragnatela continua ad infittirsi anche dopo la morte; in cimiteri come quello di Dublino, di Parigi, di Venezia, quello acattolico di Roma, riposano poeti e scrittori che in qualche modo si sono “incontrati”, che da vivi o da morti hanno avuto un legame.

Questo libro diventa  l’occasione di fare dei collegamenti prima impensabili, fa nascere il desiderio di  leggere o rileggere alcune opere, scoprire le connessioni che non abbiamo mai saputo o che abbiamo dimenticato tra i vari poeti, come il carteggio tra Schiller e Goethe, Keats, Shelley, Hegel e Brecht accomunati dall’essere sepolti entrambi a Berlino dall’altra parte del muro che fino al 1989 divideva la città in due parti, e così via, forse all’infinito.

Viene la tentazione di fare una lista, dice Nooteboom, di tombe che a volte sembrano inadatte ai loro morti, diverse da come siamo convinti che le avrebbero volute e da come noi le abbiamo immaginate; tombe che dovrebbero essere da un’altra parte.

La tomba di Stevenson fa assolutamente eccezione in questo senso; lo scrittore aveva  desiderato essere sepolto sul monte Vaea in un’isola delle Samoa. La moglie Fanny chiese agli abitanti dell’isola di aprire un sentiero per poterlo seppellire sulla cima. Lavorarono e pregarono tutta la notte per esaudire il suo volere. «Sotto il cielo ampio e stellato scava la tomba e lasciami giacere. Felice ho vissuto e felicemente muoio» recitano alcuni dei versi del suo bellissimo epitaffio.

Alla fine di questo suo lungo viaggio, l’autore ricorda: “la fine di questo lungo percorso è arbitraria”. I suoi amici gli chiedevano se aveva fatto visita a quello o a quell’altro, se sapesse dove fosse sepolto quel poeta o quel filosofo. Questo suo pellegrinaggio è servito a leggere e rileggere, e a tessere quella ragnatela che così bene ci descrive e ci fa percepire.

Tutto continua a muoversi all’interno di un paradosso. Montale, poeta particolarmente caro allo scrittore, citato più volte nel libro, sostiene di “non essere niente” dopo la morte. Noteeboom lo contesta: i suoi versi gli sopravvivono e nel periodo che intercorre tra scrivere e leggere non è il poeta a scomparire, ma solamente il tempo.

Forse chi lascia un sasso, un oggetto, un biglietto, una lettera, o semplicemente un fiore su una tomba, in realtà lo sa. «L’essenziale resta invisibile. Il segreto si nasconde nelle lettere che nessuno leggerà. (…) Il lettore vede sulla tomba del suo poeta quel che non vede nessun altro».

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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