Il libro di Roberto Fieschi, edito nel 2022 dalla Fondazione Monteparma, ha il titolo E come potevamo noi cantare, che è l’incipit della poesia di Salvatore Quasimodo Alle fronde dei salici, scritta nel 1947 durante l’occupazione tedesca.
La foto di copertina ritrae l’autore con un bambino sub sahariano da lui ospitato insieme alla madre, grazie alla mediazione dell’associazione Rifugiati in famiglia.

Roberto Fieschi è un ricercatore, un divulgatore scientifico e uno storico. È nato nel 1928 a Cremona, si è laureato in fisica a Pavia e nel 1950 e ha conseguito il dottorato nei Paesi Bassi. È stato professore universitario e membro del comitato di fisica per il CNR e ha militato nelle file del Partito comunista italiano. È attualmente membro del Consiglio dell’Unione Scienziati per il disarmo.
Questo libro racchiude la storia del nostro paese dai primi anni del 900 a oggi attraverso storie vissute che rendono meno astratta ed impersonale la narrazione. Grazie ai ricordi personali, ad una grande onestà intellettuale e senso critico, aiuta a districarsi nell’enorme flusso di informazioni ed immagini delle quale disponiamo oggi.
Il testo è diviso in cinque capitoli. La prima sezione va dal fascismo alla fine della seconda guerra mondiale, la seconda parte dai fatti dell’Ungheria del 1956 e arriva alla fine del partito comunista nel 1989, la terza è dedicata al razzismo, la quarta alla questione dell’energia nucleare, al terrorismo e all’avvento dell’informatica, e l’ultima parla di vari fenomeni contemporanei come le migrazioni, i cambiamenti climatici, le ONG, la pandemia del Covid, la parità di genere.
I primi ricordi indiretti di Fieschi partono dalla dichiarazione di guerra alla Turchia da parte del presidente del consiglio Giovanni Giolitti nel 1911. Tobruk e Tripoli vengono occupate dalle truppe italiane, ma poco dopo la situazione si rovescia e turchi, arabi, berberi, si uniscono tra loro e massacrano gli occupanti, quasi tutti del corpo dei bersaglieri. La rappresaglia italiana è altrettanto efferata, tanto che il socialista Filippo Turati denuncerà le violenze e le esecuzioni sommarie. La violenza delle truppe italiane alimentava la resistenza della popolazione e la resistenza alimentava le vendette indiscriminate.
Non è l’unica pagina nera della nostra storia della quale l’autore parla con coraggiosa trasparenza e sete di giustizia. A quel tempo, Fieschi era un bambino e ascoltava con sua madre alla radio il generale Badoglio che orgoglioso annunciava l’entrata delle truppe italiane ad Addis Abeba. Poco e niente si sapeva di cosa stava realmente accadendo. Al generale Graziani il paese di Affile ha dedicato un mausoleo.
Fieschi non risparmia a nessuno le proprie responsabilità. Proietta le conseguenze nel lungo periodo di questi ed altri fatti gravissimi creando un legame tra il prima e il dopo, trovando quei fili conduttori che non è affatto facile trovare a causa della frammentazione del racconto della storia che troppo spesso si limita ad una enumerazione di eventi solo apparentemente scollati tra di loro.
Così ad esempio, sapere che dopo 19 anni dalla condanna per collaborazionismo Graziani venne liberato, e che poco dopo ci fu quell’imbarazzante abbraccio con Andreotti (allora sottosegretario del governo De Gasperi), crea le premesse per capire tante cose di ieri e di oggi.
Gli eventi che narra e che ricorda sono moltissimi, è impossibile commentarli tutti. Ma tutti hanno questa caratteristica: trovare una collocazione spaziale e temporale ai pezzi mancanti per offrirci una visione di insieme completa e obiettiva anche grazie ai dati statistici che elenca.
Alla fine di ogni capitolo sono riportati alcuni dei più significativi commenti online che costituiscono una sorta di dibattito sugli argomenti trattati. Gli interlocutori interagiscono tra di loro, ma soprattutto si rivolgono al “professore”. Fieschi risponde, spesso riportando la palla al centro e stimolando la continuazione del dibattito.
Seguono parecchi capitoli sull’elaborazione e poi sulla decisione di sganciare la prima bomba ad idrogeno su Hiroshima e solo tre giorni dopo su Nagasaki. Gli effetti furono devastanti e la resa del Giappone fu immediata. Da allora si aprirà la discussione, mai finita, sull’opportunità dell’impiego delle armi nucleari.
Si arriverà nel 2017 ad un trattato per la messa al bando delle armi nucleari, cui però non aderiscono i paesi che possiedono queste armi, né i loro alleati, tra cui l’Italia. È impensabile che questa situazione di squilibrio si protragga all’infinito e che gli “stati non-nucleari” accettino per sempre di rimanere privi di quella deterrenza che le potenze nucleari considerano invece, essenziale per la loro sicurezza.
La crisi del comunismo è un altro degli argomenti egregiamente trattati da Fieschi. Anche qui partendo da lontano, rende più semplice la comprensione di un fenomeno molto complesso.
Nel febbraio 1956 durante il congresso del partito comunista, Kruscev presentò un rapporto che portò alla luce i crimini commessi dal regime di Stalin. Fu uno shock per tutta la sinistra. L’autore, come tanti, si illuse che quelle rivelazioni potessero costituire per la sinistra un grande passo verso una revisione critica. Ma questo non avvenne, e nell’ottobre dello stesso anno in Ungheria scoppiò una insurrezione antisovietica che si concluse con l’uccisione di 2650 ungheresi e 720 soldati russi. Togliatti appoggiò quell’intervento, ma moltissimi intellettuali presero una posizione antisovietica. “il Manifesto dei 101” sancì il bisogno di un dibattito all’interno del partito, e la necessità di prendere le distanze da “quel comunismo russo”.
Fieschi si era iscritto solo da un anno al partito comunista. I fatti di Ungheria costituirono anche per lui un duro colpo e un difficile superamento di tante contraddizioni.
Ma nel 1968 con la Primavera di Praga, e ancora dopo nel 1985 con il tentativo di Gorbaciov, tutti capirono che la situazione era più complessa, e la revisione un’utopia. Nel 1969 Dubcek, rappresentante della linea antiautoritaria definita “il socialismo dal volto umano”, fu espulso dal partito e riabilitato solo nel 1989. La sua autobiografia suscita ancora adesso una forte indignazione nei confronti dell’URSS.
Fu un grosso problema per il Pci italiano, che Fieschi visse molto da vicino; ormai era impossibile non ammettere che il sistema russo non funzionava più. Nel 1976 Enrico Berlinguer lo capì e lo esplicitò. Ma ormai era tardi, e forse fu quello l’inizio della perdita di consenso. Il 12 novembre del 1989, dopo molte vicissitudini e “svolte”, Achille Occhetto, all’epoca segretario del Partito Comunista, al congresso ne annuncia lo scioglimento.
La parte dedicata al tema del razzismo inizia con i dati agghiaccianti sullo sterminio degli ebrei e, mai ricordato abbastanza, anche di altre minoranze. L’autore coraggiosamente sostiene che, davanti al «rigurgito di razzismo attuale e al diffuso sentimento di ostilità verso chi fugge da guerre e fame vale la pena di fare un riesame autocritico di quanto accadde».
Il razzismo si è nutrito di giustificazioni pseudoscientifiche che distorcevano le teorie di Darwin e altri studiosi. Sulla base di teorie eugenetiche si arrivò a pratiche di sterilizzazione per il miglioramento della razza. Tra i sostenitori troviamo nuovamente il Generale Graziani, insieme purtroppo, a molti altri politici, insospettabili intellettuali e letterati.
Fieschi continua, parlando dell’ ”esportazione della democrazia”, che ha giustificato tanti recenti interventi bellici dell’occidente, il sostegno ai colpi di stato e le dittature in estremo oriente e in America Latina. “La storia si ripete” è il titolo di uno degli ultimi capitoli in cui si parla dell’Afghanistan. Niente di più vero.
La proposta, l’unica in realtà, è riposta nel disarmo, scaturito da un modo diverso di interpretare i fatti e il mondo. È pur vero che l’Europa non ha mai goduto di un periodo di pace così lungo e che molte cose relative alla qualità della nostra vita sono nettamente migliorate rispetto al passato.
C’è dunque, un punto di vista più ottimistico, come titola uno degli ultimi capitoli. Ma è rimasta sicuramente l’iniqua disparità tra le classi sociali, anzi, forse il divario è aumentato soprattutto nei paesi più poveri. Questo, insieme ad altri fattori, favorisce ulteriormente il fenomeno migratorio, «da sempre destino dell’umanità».
L’Europa, meta più ambita, li respinge, spesso violando le leggi del diritto internazionale. Il Mar Mediterraneo è ormai un cimitero a cielo aperto; dai Balcani arrivano quotidianamente persone private di ogni loro bene, spesso torturate. Un tweet a commento del rapporto del 2017 dice: «chi era in condizioni di farlo non ha impedito i morti. Chi è nelle condizioni di farlo non aiuta i vivi».
L’accoglienza e il salvataggio sono così in mano alle organizzazioni non governative, al volontariato, che si sostengono con i contributi dei singoli cittadini.
Questo dato bilancia, solo in parte, tutto quello che si è approfondito nei capitoli precedenti: «c’e una parte consistente della nostra società che non vive accecata dalla ricerca sguaiata, spasmodica, senza scrupoli, di potere e ricchezza».
L’ultima parte del libro è dedicata alle pandemie della storia, tema attualissimo dopo la più recente del Covid 19. L’ultima pandemia ha evidenziato il livello di ciarlataneria che caratterizza una bella fetta dell’informazione. Da questa cattiva informazione sono scaturiti due comportamenti opposti: da una parte la negazione dell’evento, dall’altra l’insinuazione della diffusione dovuta a complotti su scala mondiale.
Quando eravamo accomunati dalla paura del contagio abbiamo vissuto episodi di forte empatia e solidarietà. Tutti abbiamo sperato e speriamo ancora che qualcosa sia cambiata. La pandemia ha sottolineato molti aspetti critici delle strutture sociali nella società capitalistica e ha lasciato tante domande aperte.
Il libro di Fieschi ha proprio questa funzione: lasciare domande aperte, dandoci al tempo stesso altri elementi per cercare risposte.
Accompagna il lettore attraverso un viaggio nella storia di tanti fatti dimenticati e altri più noti, esaminandoli con la lucidità e l’onestà intellettuale dell’uomo di scienza. Schopenhauer sosteneva che “o si pensa o si crede”. Orrori, guerre, efferatezze, convivono con altrettanti aspetti più nobili dell’uomo. È molto difficile far convivere le due parti dentro l’animo umano e nella storia.
Ma una cosa possiamo farla, e questo libro ci aiuta nel compito: un’assunzione di responsabilità attraverso un’informazione corretta, onesta, scientifica, “pensando” e non “credendo”, sforzandoci sempre di capire le cose che accadono per provare, almeno provare, a lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








