Mi è stato regalato Le ore del silenzio, di Gaëlle Josse, edito da Skira nel 2011. È il primo romanzo di questa scrittrice e giornalista francese dopo un esordio nella poesia.
È un libro delicato, elegante nella forma e nel contenuto.

Racconta di una giovane donna olandese, Magdalena, che nel 1667 tiene un breve diario in cui confida a se stessa, nella speranza di trovarne un sollievo, le inquietudini che la turbano e la rattristano profondamente. Affida alla scrittura i suoi ricordi di adolescente e soprattutto le sue paure.
Molto schiettamente, già nelle prime pagine dice quanto le sia difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltare le proprie confessioni: «non amo le confidenze che si scambiano le donne.
Troppo spesso vedo il segreto dell’una, appena varcata la soglia delle sue labbra, affidato ad altre e trasformato in un giocattolo di cui dispongono a piacimento. Sono solo ricami e arabeschi, ciascuna vi aggiunge motivi e colori propri, e la realtà svanisce sotto quei ghirigori».
Magdalena è la donna ritratta da Emanuel de Witte, famoso pittore olandese, nel quadro “interno con donna alla spinetta”. Questo quadro, raffigurato sulla copertina del libro, è il punto di partenza per le sue riflessioni e per i suoi ricordi.
Magdalena è ritratta di spalle mentre suona la spinetta nella sua camera da letto nuziale. È l’alba, il momento della giornata che dice di preferire. La luce filtra dalle finestre iniziando ad illuminare mobili e tappeti della sua casa borghese. È la promessa del giorno che lei spera porti via con sé ombre e cattivi pensieri.
Magdalena è la moglie dell’amministratore della Compagnia olandese delle Indie orientali, incarico che ha ricevuto dal padre di lei. Suo padre era privo di figli maschi, cosa della quale aveva molto sofferto, pur amando con tenerezza le sue figlie. Lei, la più grande, si troverà così ad investire il ruolo del figlio mancato.
In questo diario ricorda e ci rende partecipi della sua infanzia costellata di racconti di mare e di commerci, avventure, oceani, isole lontane.
Iniziò appena adolescente ad occuparsi della manutenzione delle navi, degli investimenti di denaro, dell’organizzazione dell’equipaggio, dei rapporti con i fornitori. Accompagnava spesso suo padre al porto di Rotterdam dal quale partivano le navi della Compagnia per raggiungere l’India, la Cina, il Giappone o l’Africa. Assisteva alle partenze dense di timori, speranze, altre volte ai ritorni.
Una nave che tornava dopo più di un anno di navigazione era un avvenimento emozionante. I marinai riabbracciavano al porto le loro famiglie: non era affatto scontato che tornassero.
Il carico di merci era prezioso, poteva essersi deteriorato, in parte perduto; poteva accadere che qualche marinaio avesse barato sulla qualità del caffè, del cacao, delle spezie. Le competeva controllare tutte queste cose.
Imparava a comprendere le strategie del commercio con l’oriente, a capire che i mercanti cinesi ad esempio, «sono maestri nell’arte di ritardare le consegne e costringere gli equipaggi ad alloggiare da loro per settimane intere in appartamenti in affitto».
Magdalena si fa sempre più scaltra e competente. Le viene riconosciuto un ruolo importante che suscita deferenza nei marinai e gratificazione in lei. Il padre soprattutto, le mostra ammirazione e stima sancendo attraverso il dono di una collana di perle l’ingresso all’età adulta.
«Svolgevo questi compiti al meglio e trovavo soddisfazione nel pensare che dalla mia precisione dipendesse la vita degli uomini a bordo, lontano da casa, sotto i cieli e climi spesso inospitali».
È assistendo ai colloqui di affari del padre che conosce Pieter, il suo futuro marito. Si sposeranno poco tempo dopo, e da allora la sua vita cambierà radicalmente per dedicarsi a compiti riservati alle donne.
Magadalena, sempre raccontandosi in prima persona, parla dei suoi sentimenti di madre e con onesta lucidità e imparzialità racconta il temperamento dei suoi figli, le loro attitutidini e virtù così come i loro difetti. «L’educazione dei maschi è più facile, credo, e suscita meno preoccupazioni». Alcuni figli li perderà bambini; parla apertamente, senza veli, di questo dolore insanabile e struggente.
Tutto il racconto è delicatissimo, direi “sussurrato”. Ogni dispiacere è partecipato vivamente ma mai rabbioso e astioso. «La vita non somiglia all’idea che ne avevamo e spetta a noi saper accettare la nostra sorte. So che mi rimane un lungo cammino da percorrere per trovare la pace e questi discorsi che mi ripeto parlano al mio spirito, ma non calmano il mio cuore né la mia carne».
Continua ad interessarsi alle vicende del commercio navale mostrando empatia e dispiacere per ogni avvenimento drammatico del quale viene a sapere.
Il naufragio della nave “Amsterdam” che trasportava uomini dall’Africa per portarli nelle piantagioni spagnole d’America la tocca particolarmente. Convincerà il marito a non tentare mai più l’avventura del commercio di uomini.
Ma il suo interessamento ha toni più dimessi di quando se ne occupava da ragazza. Il ruolo si addice poco ad una donna di quel secolo e Magdalena si ripiega su se stessa senza perdere nulla della sua profondità, della sua sensibilità e della sua intelligenza. Non a caso continua ad affidarsi al diario e preferisce essere ritratta di spalle da De Witte.
Lo storico dell’arte Antonio Paolucci dice in un interessantissimo articolo: «ci sarà pure una ragione se il genere pittorico che noi italiani chiamiamo “natura morta”, sotto i cieli del nord è conosciuto come “vita silente”».
Magdalena nel suo eloquentissimo silenzio trova equilibrio e conforto. Messa parzialmente in disparte dal marito che teme per la sua salute, confessa a se stessa e al lettore di provare nuove pulsioni e desideri.
Torna ai ricordi che le danno più felicità e che sa che nessuno potrà sottrarglieli, e con sobrietà e infinita delicatezza accetta l’affievolimento delle certezze e delle speranze giovanili.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








