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Davanti al dolore degli altri. Susan Sontag racconta la guerra attraverso le immagini

di Rita Baghino

Questo libro di Susan Sontag intitolato Davanti al dolore degli altri pubblicato nel 2003 da Mondadori, lo lessi appena uscito e mi è rimasto nel cuore.

L’unico suo libro che avevo letto era un saggio del 1977 sulla fotografia. Solo dopo scoprii che aveva scritto molto di più: si era occupata di politica, letteratura, media, femminismo, arte, etica, diritti umani. Viaggiò e scrisse molto, soprattutto durante il conflitto in Vietnam e a Sarajevo.

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Davanti al dolore degli altri. Susan Sontag

Il libro inizia riprendendo delle considerazioni che fece Virginia Woolf nel 1938 a proposito della guerra civile di Spagna. Virginia Woolf in quegli anni ebbe una fitta corrispondenza con un famoso avvocato londinese che si chiedeva se fosse possibile prevenire i conflitti.

Lei lo invitava a riflettere sulle differenze di genere nell’atteggiamento verso la guerra;  si chiedeva se le donne e gli uomini, pur schierati e inorriditi, provano le stesse cose osservando le immagini più atroci, e invitava a non dare per scontato un “noi” quando ci troviamo di fronte all’orrore e al dolore degli altri.

La distruttività della guerra, assolutamente dimostrabile ed ovvia, purtroppo non costituisce di per sé un elemento contro di essa. Simone Weil affermava che: «la violenza rende chiunque le sia sottomesso una cosa», spersonalizza, disumanizza le vittime rendendole martiri o eroi , ed è vero. La “giustificazione” incredibile della maggior parte dei nazisti processati fu questa: non si rendevano conto di esercitare delle violenze e sofferenze su delle persone, ma su delle cose.

Susan Sontag che si è molto addentrata nella fotografia come strumento politico di informazione, in questo libro cerca di sviscerarne gli aspetti etici e i suoi dubbi in proposito.

Molti pensano che rendere l’orrore visibile attraverso le immagini aiuti a comprendere meglio l’insensatezza della guerra. La fotografia può costituire  una “terapia d’urto”.

Ernst Friedrich scrittore polacco, pacifista e antimilitarista, obiettore di coscienza, (cosa che lo portò prima in un centro di salute mentale e poi in carcere) nel libro Guerra alla guerra raccolse  molte fotografie di soldatini, armi giocattolo e in un crescendo sempre più straziante concluse con immagini di massacri, devastazioni, violenze, mutilazioni.

«Ma la pietà e il disgusto che alcune immagini ispirano non dovrebbero impedirci di chiedere quali immagini, quali crudeltà e quali morti non ci vengono mostrate».

Friedrich non si accontentò dell’effetto che potevano fare le fotografie pure se molto esplicite. Le accompagnò tutte con una didascalia in quattro lingue in cui l’ideologia militarista e bellica viene continuamente ridicolizzata e sbeffeggiata, perché sosteneva, a ragione, che l’immagine da sola non basta, è necessario esplicitarla, sancirla con le parole.

Ovviamente sono moltissime le guerre che non hanno resoconti fotografici, e ci è voluto molto tempo prima di avere un’attrezzatura maneggevole e leggera che i fotoreporter potevano portare con sé nei campi di battaglia.

Il fotogiornalismo ottenne una propria dignità negli anni ’40, sottraendo in parte spazio al dissenso della sinistra.

L’indipendenza ideologica dei fotografi e il loro sostentamento divenne un tema importante, tanto che nel 1947 professionisti come Capa, Cartier Bresson e altri, fondarono l’agenzia fotografica Magnum.

Lo scopo era costituire un tramite tra i fotografi indipendenti e i giornali che li utilizzavano come inviati, in modo di poter essere testimoni fondamentali del proprio tempo.

Fu la guerra civile spagnola la prima ad avere una vera documentazione fotografica, fino ad arrivare alla situazione paradossale di oggi in cui al dovere e al diritto di informazione si mescola morbosità e indifferenza.

«Battaglie e massacri filmati mentre si svolgono, sono diventati l’ingrediente abituale dell’incessante flusso di intrattenimento domestico riservatoci dal piccolo schermo, una sorta di “tele-intimità” con la morte e la distruzione.

Siamo intrisi da una cultura in cui lo shock è uno dei maggiori incentivi al consumo: catturare l’attenzione a qualsiasi costo, sconvolgere, sorprendere, perfino disgustare.

Il famosissimo miliziano spagnolo immortalato mentre viene ucciso dal fotografo Robert Capa è un’immagine che tutti conosciamo: è vivo, sta cadendo, e noi lo osserviamo nel magico e terribile momento del trapasso. Un attimo dopo, possiamo raffigurarcelo anche senza vederlo: coprirà col suo corpo quella che un attimo prima era la sua ombra». Si può asserire che la fotografia ha sempre “corteggiato la morte”, molto più delle parole.

Non è un caso che di molte guerre non ci siano testimonianze. La consapevolezza è scomoda:  alimenta i movimenti pacifisti, l’obiezione di coscienza, la diserzione, come accadde per l’intervento americano nella guerra in Vietnam.

Susan Sontag si chiede: «che significa protestare contro la sofferenza rispetto al semplice prenderne atto?» Che differenza c’è? E come ci poniamo con tutta la nostra impotenza di fronte a quelle immagini così “imbarazzanti”?

L’iconografia della sofferenza ha una storia antica e complessa. Il desidero di guardare immagini di persone sofferenti somiglia al desiderio di osservare immagini che mostrano nudità. Le raffigurazioni dell’inferno assolvono tutti e due i bisogni. Non c’è nessuna implicazione morale in questo: è solo una provocazione.

È come se una voce fuori campo ci chiedesse: «riuscite a guardarle?»  C’e una  soddisfazione nel farlo senza tirarsi indietro. O c’è una soddisfazione nel tirarsi indietro: guardare da vicino un orrore reale, allo shock  aggiunge la vergogna, vergogna di violare ed umiliare l’intimità di un momento privatissimo.  Susan Sontag sostiene che le sole persone che hanno il diritto di guardare il dolore degli altri sono quelle che possono alleviarlo; tutti gli altri sono dei semplici voyeur.

Ma quello che concerne la fotografia è solo una delle riflessioni che la Sontag ci invita a fare. La guerra è stata rappresentata visivamente molto prima dell’esistenza della fotografia.

Gli esempi sono moltissimi: le acqueforti del 1635 di Callot (Les Misères e les Malheurs de la Guerre) che raffigurano le atrocità commesse durante l’occupazione della Lorena, quelle di Goya sulle guerre di Napoleone del 1808 (Los Desastres de la Guerr) L’elenco sarebbe lungo: la guerra continua ancora ad essere la più “irresistibile” delle notizie.

Ci sono molte ragioni per difendere la diffusioni di immagini esplicite e brutali; il dovere di usare la macchina come un “occhio della storia”.  E l’immagine è testimone della storia tanto più immortala il momento culminante di una vicenda intima. La Morte di un miliziano repubblicano di Capa è esattamente questo.

Quando Doisneau raccontò che la sua famosissima fotografia della coppia che si bacia su un marciapiede di Parigi non era affatto una foto “rubata” ma una foto costruita, la delusione di tutti fu enorme. «Noi vogliamo che il fotografo sia una spia nella casa dell’amore e della morte, e che i suoi soggetti siano inconsapevoli della macchina fotografica, presi alla sprovvista».

Ernst Junger identificò la macchina fotografica con un’arma; non a caso in tutti e due i casi si parla di “mirare” al soggetto. Il pensiero che c’è dietro questa similitudine è lo stesso dice Susan Sontag; anticipa il modello che gli americani hanno sviluppato così bene: la guerra  colpisce paesi lontani sulla base di informazioni trasmesse grazie ad una sofisticata tecnologia.

Le vittime sono molto lontane dal nemico e quindi non possono rispondere o nuocere. Secondo criteri di “buon gusto” falsi e repressivi, le immagini vengono selezionate e censurate per non amplificare ansie relative all’ordine pubblico e morale, e alla propria incolumità.

Più il luogo dove avvengono gli orrori è remoto e più è facile reperire fotografie forti e “sfacciate”. La contraddizione è evidente: si mostrano sofferenze ingiuste, ma al tempo stesso si fa passare la considerazione che nelle zone del mondo sottosviluppate e povere le tragedie siano inevitabili.

Un’altra tra le tantissime domande che la Sontag si pone e ci pone è: «ma è vero che la gente vuole inorridire?» O almeno che ne ha bisogno? Troppe atrocità non restano fissate nella nostra memoria solo perché ce ne sono state mostrate poche immagini.

Pensiamo allo sterminio del popolo Herero in Namibia (oggi frequentatissima dal turismo), ai quattrocentomila cinesi massacrati e alle ottantamila donne violentate nel 1937 durante “lo stupro di Nanchino”. È molto lungo l’elenco delle stragi “dimenticate” o mai sapute dalla maggioranza.

Al contrario, le fotografie di quell’umanità offesa  trovata dall’armata russa nei campi di sterminio nazisti fanno parte di quella fondamentale riflessione che in  una società civile altro non è che “la Memoria”; e “la Memoria”, va rinfrescata, alimentata, tenuta in vita. I musei ebraici di Gerusalemme, Berlino, Washington hanno questa funzione. Ogni genocidio, ogni strage avrebbe diritto ad una celebrazione continua di quella Memoria. Attraverso le immagini acquisiscono una legittimità ed una prova della loro esistenza.

L’ultima parte del libro la Sontag  la dedica alla nostra “zona d’ombra” inquietante e  difficile da accettare. Ci dice: «le immagini ripugnanti possono affascinare (…). Nello strazio c’è qualcosa di estatico ed intollerabile». È una reazione complessa, che in parte può somigliare a quella nei confronti della pornografia.

Georges Bataille, scrittore, antropologo, filosofo, fece molti studi su questo tema, spiegando come la sofferenza estrema si può percepire come qualcosa che va oltre, una sorta di trascendenza, di trasfigurazione. È un concetto che ritroviamo radicato nel pensiero religioso e nella sua iconografia.

La compassione dice la Sontag, è un’emozione “instabile”. Più è lontana dalla nostra vista e dalla nostra percezione più si affievolisce.

Se le violenze ingiuste ed ingiustificabili alle quali assistiamo nei telegiornali ci lasciano intendere che “noi” non possiamo fare niente, diventiamo presto apatici ed indifferenti. Ma l’autrice ci pone una domanda niente affatto scontata: chi sono questi “noi”? e chi quei “loro” che potrebbero fare qualcosa? Esiste un antidoto contro la seduzione della violenza? E contro la violenza stessa?

Il libro si conclude con l’ennesimo interrogativo. Proviamo ad immaginare che le persone morte nei conflitti insensati ed inutili resuscitino, si voltino verso di noi e ci parlino. Probabilmente non cercherebbero il nostro sguardo, la nostra commiserazione. I morti sono disinteressati ai vivi molto di più di quanto i vivi lo siano ai morti.

A “noi” che non abbiamo vissuto nulla di simile, i morti non hanno niente da dire, nemmeno se con onestà e severità proviamo a rispondere a tutte le domande che la Sontag ci pone. “Noi” non possiamo capire, hanno  assolutamente ragione.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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