Il libro Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, edito da Quodlibet Humboldt nel 2013 è scritto a quattro mani: il testo è di Claudio Giunta, storico, saggista e scrittore, e le foto sono di Giovanna Silva.

«Gli stranieri che arrivano in Islanda formano, senza volerlo, una piccola temporanea comunità».
È verissimo: la densità della popolazione in Islanda è di tre abitanti per chilometro quadrato, e il senso di solitudine è sicuramente acuito dagli spazi liberi e dalla mancanza assoluta di boschi. In Islanda lo sguardo si può allontanare a dismisura, non incontra ostacoli. Molti viaggiatori hanno parlato dell’Islanda come un viaggio alle origini del mondo: quello che si vede è ciò che si vedeva diecimila anni fa.
L’Islanda è una nazione che non ha abbastanza abitanti per fare quasi nulla: non ha un esercito, non ha una squadra di calcio che partecipa ai mondiali, non ha una squadra di sci da portare ai giochi invernali. Uno dei pochissimi eventi in cui l’isola è rappresentata è l’Eurovision Song Contest, una specie di Festival di Sanremo, ma ancora più trash.
Gli islandesi, che avevano avuto una crescita economica non indifferente, nel 2008 hanno affrontato una crisi tra le più gravi del mondo, con il collasso delle tre principali banche private a causa di un debito estero enorme. Le banche sono state nazionalizzate e il mercato delle azioni è crollato del 98%. Grazie a mezzo secolo di espansione economica precedente, la crisi ha trovato infrastrutture solide, industrie di alluminio funzionanti, una pesca efficiente, la geotermia, e mezzo milione di turisti l’anno.
Negli anni della crisi venne comunque portata a termine la costruzione del nuovo auditorium di Reykjavik Harpa, iniziato nel 2004, simbolo della grandeur pre-crisi e terminato faticosamente nel 2011, nonostante tutto.
L’isola è un perfetto “non luogo” tra America ed Europa. Gli autori del libro ne parlano come un posto dove il turista ansioso che ha sempre paura di perdersi qualcosa da vedere si può finalmente rilassare. Noi europei e soprattutto noi italiani, così abituati ad un ritmo incessante di arte, monumenti, edifici, lì non avvertiamo l’incombenza delle date da ricordare, dei luoghi imperdibili da visitare, né delle guide da sfogliare.
Le cose costruite dagli uomini, in Islanda non hanno una grande importanza. Anche nella capitale, Reykjavik, il tempo basta. Eppure gli islandesi hanno un rapporto molto forte con l’arte, la letteratura, la cultura; con soli 300.000 abitanti, si vendono circa 400.000 biglietti teatrali in un anno.
Quasi tutti gli islandesi scrivono, dipingono, suonano, o ballano, o recitano. Chi non fa nulla di tutto questo, comunque osserva con interesse chi fa qualcuna di queste cose.
Il traffico quasi inesistente della capitale dirada ancora di più nella Route 1, l’anello di 1300 km che fa il giro dell’isola. Gli autori ci accompagnano lungo questo itinerario di vulcani, piccoli villaggi, distese disabitate e coste laviche. Seguono dunque l’unica strada asfaltata, abbandonandola ogni tanto per addentrarsi o per fermarsi sulla costa. Lui prende appunti, lei scatta fotografie.
Ogni tanto, come a Djupavìk, fanno incontri significativi con persone interessanti che hanno voglia di raccontare come si abita un luogo così diverso da quelli ai quali siamo abituati. Questo piccolissimo centro era abitato dai lavoratori di una fabbrica per la lavorazione delle aringhe. Quando le aringhe sparirono dal fiordo, la fabbrica fu abbandonata e il villaggio disabitato. Ora resta solo un piccolo albergo gestito da una coppia che, andata lì in gita, ha deciso di non andare più via. Ma questo «non è l’ultimo avamposto umano prima del nulla. Esistono fattorie all’interno, villaggi sulla costa».
In questi insoliti posti, il villaggio più vicino può essere anche a 50 km di distanza. Sono posti immobili, dove il tempo sembra fermo; le stagioni si susseguono confondendosi nel lunghissimo inverno. Si butta via il meno possibile e si compra il meno possibile, anche perché fare shopping non è proprio semplicissimo.
Uno scrittore e giornalista abbastanza conosciuto nel paese, racconta agli autori come lo spirito all’interno di una comunità di eguali dove erano quasi completamente assenti beni di lusso, si sia deteriorato a partire dagli anni 90. L’allora governo di destra decise che le imprese islandesi erano troppo poco competitive nel nascente mondo globalizzato.
Iniziò così una campagna di privatizzazioni attraverso una “finanza creativa” che ha creato forti disuguaglianze e corroso lo spirito comunitario.
Il turista non può percepire questo aspetto, ma gli islandesi sì. Sono talmente pochi che tutto li riguarda, e anche se non si conoscono direttamente, hanno una rete che quasi sempre li riconduce gli uni agli altri. Le distanze sono accorciate, e anche le differenze di classe. Il viaggiatore appena arrivato, soprattutto se passeggia per le strade della capitale con qualcuno del posto, ha la percezione di un luogo familiare, dove tutti si conoscono.
C’è una seconda parte del libro che c≤ontiene le foto di Giovanna Silva. Sono foto bellissime proprio perché non patinate, non d’effetto, spogliate di quella luce incredibile della bellezza prorompente della natura.
Sono proprio per questo foto molto significative, insolite, dai colori tenui ed essenziali. Danno la giusta dimensione della solitudine che si respira in quegli spazi ampi e vuoti. È una solitudine che si percepisce di più nei posti abbandonati, come la fabbrica di lavorazione di aringhe, le centrali elettriche e una base della Nato. Quell’abbandono però non è mai sinistro, come se il paesaggio lo avesse riassorbito e ora ne facesse parte.
Segue un capitolo dedicato alla letteratura, in particolare al romanzo Gente indipendente dello scrittore islandese premio nobel Halldòr Laxness. Al contrario della narrazione islandese prevalente, popolata di spiriti e presenze malefiche, il protagonista del romanzo è un uomo concentrato quasi esclusivamente sulle sue venticinque pecore e sulla sua aspirazione di indipendenza.
L’altro libro sul quale Claudio Giunta si sofferma è Lettere dall’Islanda, di W. H.Auden, un poeta britannico che viaggiò in Islanda nel 1936 e ci tornò nel 1964 come ospite dell’ambasciatore inglese. Non esiste un islandese scolarizzato che non lo abbia letto.
Segue una intervista di Barbara Casavecchia, critica e curatrice indipendente, all’artista Roman Signer.
L’artista, nel 1992 viene invitato ad una mostra collettiva al museo di Reykjavik. Da quel momento è tornato diverse volte accompagnato da Tumi Margusson, artista islandese di istallazioni video e sonore, che lo ha portato in luoghi dell’isola ancora più isolati ed insoliti.
L’ultimo capitolo, intitolato Appunti locali, invece contiene delle informazioni pratiche: dove dormire, dove mangiare. Fuori da Reykjavik la scelta si assottiglia e ci vuole molto spirito di adattamento. Gli spostamenti non sono semplicissimi. L’Islanda non ha una ferrovia e in molte strade occorre avere un’auto 4X4.
Ci sono consigli sulle piscine, le acque termali, i negozi di abbigliamento sportivo, i libri. I compagni di viaggio vanno scelti con cura perché le distanze sono notevoli, si sta seduti in macchina a lungo, le soste poche e non distraggono affatto dai saliscendi dei fiordi e dalla grandiosità della natura. Sono consigli in gran parte più “emotivi” che pratici, di chi si è coinvolto profondamente e ci vuole fare partecipi di quello che cercava e di quello che ha trovato.
Nelle ultime pagine una poesia di Philip Larkin, poeta britannico, è una vera celebrazione del bisogno di solitudine, al di là di tutto:
“Al di là di tutto questo/ il bisogno di essere soli. /Anche se il cielo è oscurato dai biglietti di invito/ anche se seguiamo alla lettera le istruzioni per il sesso/ Anche se la famiglia si fa fotografare sotto la bandiera. /Al di là di tutto questo/ il bisogno di essere soli”.
Questo sicuramente in Islanda si trova.
stampa@quodlibet.it, valentinaparlato@quodlibet.it
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.









Una risposta
C’è un’Islanda in ognuno di noi e se non c’è è solo perchè non la si conosce. Questa è la solitudine.