Questo libro meno conosciuto di Simone De Beauvoir dal titolo Malinteso a Mosca edito da Ponte alle Grazie nel 2013, ha una storia davvero particolare.

Simone De Beauvoir lo iniziò nel 1965, poi lo sospese senza mai dimenticarlo. Lo rielaborò e lo incluse col titolo L’età della discrezione nella raccolta di Una donna spezzata. Infine apparì postumo nel 1992 su una rivista dal titolo Roman 20-50 col titolo che oggi conosciamo.

Solo apparentemente è un testo minore, in quanto rappresenta molto bene le tematiche più care alla scrittrice e la sua caratteristica ricorrente di sovrapporre il momento politico con le sue vicende personali.

Negli anni 60, i due protagonisti André e Nicole, professori parigini da poco in pensione, decidono di fare un viaggio a Mosca per andare a trovare Masa, figlia di un precedente matrimonio di lui. Masa, che vive lì perché ha sposato un russo, gli farà da guida per tutta la durata del loro soggiorno.

immagine per Malinteso a Mosca. Simone De Beauvoir racconta il dialogo politico interrotto

Il parallelo tra i due protagonisti e Simone de Beauvoir e Sartre è così evidente da essere scontato. I due famosissimi scrittori hanno avuto una relazione sentimentale profonda durata tutta la vita e insieme hanno affrontato lo scenario politico della metà del 900. Tutti e due sono stati militanti comunisti, molto attivi durante gli anni della guerra fredda negli ambienti della Rive Gauche parigina, e tutti e due sono rimasti profondamente feriti e turbati dai fatti d’Ungheria del 1956 finiti in un bagno di sangue.

Nel romanzo come nella vita, si mostrano ansiosi di ritrovare in quel viaggio il filo di un dialogo ideologico e politico interrotto. Lo stato d’animo che li accompagna durante il soggiorno russo è diverso per ognuno dei due. E molto diverso è il loro modo di affrontare l’arrivo della terza età. Nicole patisce il suo declino, sia fisico che intellettuale, argomento che Simone De Beauvoir ha sviscerato magistralmente in altri suoi romanzi.

Lo fa in un modo che oserei definire molto “femminile”; con delicatezza e spietatezza non esita a confessare a se stessa e a noi che la leggiamo quanto le costino quei cambiamenti inesorabili del corpo, del desiderio degli altri per lei e delle sue pulsioni. André affronta lo stesso problema meno frontalmente, aggirandolo, trovando di volta in volta consolazioni transitorie e concentrandosi pragmaticamente sul presente.

Il ritmo delle vicende interiori e private delle loro dinamiche si incrocia con una Russia che dà loro sensazioni contrastanti: le file, la burocrazia di quegli anni, il cibo, le bellezze delle città, gli incontri. È un’atmosfera emotivamente piena di contraddizioni per chi come loro aveva creduto in quegli ideali e ora dolorosamente deve fare i conti con i limiti della realizzazione di quell’utopia.

Mentre i due protagonisti osservano con interesse ogni luogo che visitano, si studiano a vicenda come non facevano da tanto tempo, come se l’esperienza di un viaggio così significativo li potesse aiutare a conoscersi e riconoscersi.

Appena arrivati all’aeroporto di Mosca, «André sentì salire dentro di sé quell’emozione che per lui era il sale della vita stessa: cominciava un’avventura che nello stesso tempo lo esaltava e lo riempiva di spavento, l’avventura della scoperta. (…) André possedeva l’arte di godere al momento, cancellando tutto ciò che lo disturbava».

Lei non ne è capace. Lei sente che la sua vita fugge tragicamente. La fine la inquieta, la spaventa e cerca conforto in lui; spera ci siano occasioni per restare da soli, per recuperare la forza e i punti fermi del loro ménage parigino.

È a questo punto che arriva “il malinteso”. André decide di rimandare il loro rientro a Parigi di altri 10 giorni e lo comunica alla figlia Masa. Sostiene di essersi già consultato e accordato con Nicole, ma lei non ha sentito, o non ha capito: non ha molta importanza.

Nicole si arrabbia moltissimo, si sente prevaricata e ignorata al tempo stesso. Tanto più questo conflitto le sembra inconsistente tanto più fatica a dissiparlo. Litigano, discutono, girano a vuoto. Lei “inventa” rancori nuovi e passati, lo detesta per questa capacità che lei non possiede di essere in armonia con la vita, ma al tempo stesso sente sempre il bisogno di riconciliarsi con lui perché «è troppo faticoso detestare qualcuno che si ama».

Dopo qualche piccola “boutade” di entrambi cala il silenzio sul loro malinteso, ma finalmente è un silenzio che anticipa un dialogo riannodato. Lei gli confessa la sua paura di invecchiare, e gli dice che il poco tempo che le resta le rende insopportabile ogni conflitto. Lui le confida di non esserne esente e di non parlarne per non rattristarla. Tutti e due sanno di «non avere più abbastanza tempo per sprecarlo in litigi».

Lo sdoppiamento dei due punti di vista rende impossibile al lettore schierarsi con l’uno o con l’altro. Non esiste un torto o una ragione, non ci sono difese da prendere. André è pragmatico: vive nel presente e vivere per lui equivale a fare. Nicole ha esigenze più speculative, esistenziali. Fa continuamente la spola tra passato e futuro, ha paura di perdere tutto quello che la giovinezza porta con sé.

Questa è la vera sostanza del loro malinteso: rappresentare due dimensioni diverse dell’esistenza, esattamente come l’URSS si rivela qualcosa di profondamente diverso dai loro ideali giovanili.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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