Le ombre sono sorelle della luce, è l’incipit dell’introduzione al libro La vita segreta delle ombre di Lauretta Colonnelli edito da Marsilio nel 2025, ma al tempo stesso: «tutto è ombra dove manca la luce».

Lauretta Colonnelli è laureata in Filosofia alla Sapienza di Roma dove ha insegnato Storia del Teatro. È giornalista dal 1979, prima presso il settimanale l’Europeo, poi al Corriere della Sera. Ha lavorato anche a Rai Radio 2.
Questo libro è una sorta di saggio che raccoglie i moltissimi significati delle ombre secondo un’infinità di personaggi. Ognuno di loro ci regala la sua visione simbolica e la sua evoluzione.
La scrittrice ci invita a pensare che stelle delle galassie illuminano solo il cinque per cento dell’universo; il resto è una materia non rilevabile in nessun modo, oscura non in quanto inesistente, ma perché non se ne conosce la natura.
Nel nostro immaginario le ombre si contrappongono al mondo reale, come quelle dei viventi che hanno varcato le soglie dell’aldilà: sono spettri, anime, illusioni. L’ombra diventa, per contrapposizione all’evidenza della luce, il suo simbolo negativo e sinistro; è il male, l’incertezza, la paura.
L’ombra è la proiezione di un oggetto reale, ma è anche molto altro. Peter Pan ne è un esempio eloquente; mentre di notte torna a trovare i suoi fratelli, la cagna Nana chiude di colpo la porta e l’ombra di Peter rimane prigioniera all’interno della stanza. Cercherà poi di recuperarla, rendendola così qualcosa di separato dal suo corpo, autonoma e indipendente.
Joseph Conrad affronta molto bene i significati più angoscianti dell’oscurità nel suo romanzo La linea d’ombra dove il protagonista si perde mentre è al comando di una nave britannica nell’Oceano Indiano. Quel “perdersi” è un simbolico vagare all’interno di una zona ibrida, ambigua ed indefinita. È il passaggio tra la giovinezza e l’età adulta, la presa di coscienza della propria individualità e di conseguenza della propria solitudine.
Ungaretti è tra i molti poeti e letterati ad affiancare l’idea del buio a quella della morte. La sua raccolta di poesie scritte tra il 1937 e il 1946 dal titolo Il dolore, dedicata alla perdita di suo figlio di 9 anni, esprime quel vuoto misterioso ed indecifrabile.
Ci sono poi ombre a noi più familiari, più “solari”, come le ombre degli alberi ad esempio. Rigoni Stern diceva che gli uomini si accorgono degli alberi solo quando cercano refrigerio dalla calura estiva. Sotto gli alberi si sono riposati e rifocillati grandi pensatori, letterati, filosofi. Buddha all’ombra di un ficus ebbe l’illuminazione, Newton vi formulò la legge gravitazionale. I Dogon, un popolo del Mali, dicono che “l’ombra del ficus è il riparo della parola”; ogni villaggio ha una capanna senza pareti, un perimetro di tronchi che sostiene un tetto di paglia. Lì i vecchi discutono le loro decisioni: se ci si alza di scatto si batte la testa contro le travi , si è costretti a sedersi di nuovo sperando che la voglia di litigare si sia mitigata.
L’ombra ispira Platone nell’enunciazione del mito della caverna. Il filosofo immagina dei prigionieri costretti ad una perenne immobilità con lo sguardo rivolto verso la parete di fondo. Supponendo che venga acceso un fuoco alle loro spalle, la loro ombra si proietterà sul fondo della caverna. È quella proiezione di se stessi l’unico aggancio rimasto con il mondo reale.
L’ombra di qualcosa che si proietta su un muro è un modo per darle un’identità propria che può esorcizzare la paura di quello che rappresenta. È forse questo il senso di quella di Nosferatu, o delle ombre cinesi quando simulano i profili di mostri ed animali feroci.
Anche nell’arte c’è un modo di esprimere la luce e il buio. Giotto è il primo a dipingere i chiaroscuri dando ai suoi personaggi profondità, spessore, aiutato anche dalla prospettiva che consentì di superare la bidimensionalità dell’arte medievale. Siamo in pieno Umanesimo; l’uomo viene posto al centro dell’universo.
Tanizaki dice: «noi troviamo la bellezza non nella cosa in sé ma nei chiaroscuri». Nella pittura, come anche in architettura, iniziò così a prendere forma il concetto che l’ombra è la parte non illuminata di un oggetto, con una linea netta che la separa dalla luce. Si arrivò gradatamente ad un uso della luce totalmente innovativo nelle tele di Caravaggio, negli incarnati di Tiziano, nelle ombre colorate di Giorgione.
Nella pittura moderna Joan Mirò non riusciva a considerare finito il quadro La fattoria. Continuava ad aggiungere particolari minuziosi, finchè non capì che quello che non lo soddisfaceva era la mancanza di contrasto tra luci ed ombre. Risolse dipingendo delle impronte nere di passi su un sentiero bianco.
Le impronte non sono altro che ombre: fanno pensare a Macchia Nera, l’inafferrabile nemico di Topolino. L’esordio di Macchia Nera nel 1939 coincide fatalmente con la scoperta di sconosciute reazioni nucleari. Qualche anno dopo, nell’agosto del 1945 furono sganciati i due ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki. Di molte persone non rimase altro che la sagoma, impressa sui muri. Quella sagoma scura, bruciata, è una potentissima testimonianza drammatica di un’ombra che si stacca dal suo oggetto e gli sopravvive.
Le ombre si prestano a “giochi ottici” dove si alternano alla luce creando effetti. Hanno sempre avuto un ruolo importante nei teatri, nel cinema, nella fotografia. La camera oscura è uno dei loro regni. Il fotografo Man Ray attraverso la proiezione sugli oggetti di un fascio di luce laterale rendeva le sue immagini quasi tridimensionali: una sola figura con un’ombra raddoppiata.
L’ombra, apparentemente poco significativa, in questo libro diventa protagonista nella letteratura, nell’arte, nella fantasia. E ancora di più, nella scienza: aiutò Galileo durante le eclissi ad avvalorare le sue teorie sulla sfericità della luna e della terra, destabilizzando completamente le teorie teologiche con l’eliocentrismo.
Le ombre cosmiche diventano tali da quando Dio disse: “Vi sia la luce” creando questo contrasto. Il cosmo conserva delle zone vuote, buie, che non emettono né riflettono luce. Lì dentro c’è un mondo sconosciuto. Oggi sappiamo che nel buio assoluto dei buchi neri c’è tutt’altro che “il nulla”. C’è una energia potente, oscura in quanto non rilevabile ma esistente.
L’ombra quindi è presente sempre, anche quando non si vede. È il simbolo della trascendenza, dell’abbandono della linearità, della razionalità e dell’evidenza del mondo della coscienza. I Templi della Notte diffusi nel 700 e nell’800 erano costruzioni sotterranee all’interno di grotte naturali. Molto probabilmente c’era te un rapporto tra questi e i riti di iniziazione della massoneria che prevedevano un passaggio dall’ombra alla luce, rappresentando simbolicamente la morte e la rinascita. I viaggiatori del “Grand Tour” ne parlano nei loro diari di viaggio.
L’ombra può essere una presenza non tangibile: quella di una persona cara che immaginiamo al nostro fiancoi. Può diventare una consolazione, una compagnia, o come accade a Dante accompagnato da Virgilio nel Purgatorio, o ad Enea, ad Ulisse, la struggente tristezza di non poter abbracciare qualcuno che non ha più consistenza terrena.
L’Uomo Nero, il Babau, il Bobo; ogni cultura e tradizione popolare aveva e forse ha ancora la sua figura oscura che interviene ad ammonire i bambini quando il genitore non ha voglia di essere troppo minaccioso. Il mostro arriva quando il piccolo non obbedisce, quando trasgredisce. È menzionato perfino nelle ninne nanne, dove contrasta con la melodia della canzone che serve ad addormentare. La Colonnelli suggerisce che forse è un modo di iniziare il bimbo alla cruda realtà del mondo, al disincanto e alla drammaticità.
La bibliografia e l’indice dei nomi dà la dimensione di questo lavoro originalissimo ed estremamente approfondito fatto dall’autrice. E’ un trattato che alterna magicamente luci ed ombre, mettendo in tensione e chi legge e detenendo subito dopo in un avvicendarsi continuo di ombra e luce che non sono altro che sostanza l’una dell’altra.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








