Alberto Cavallari, autore de La fuga di Tolstoj, edito da Skira nel 2010, è stato un giornalista, saggista e docente universitario alla Sorbona di Parigi e all’università di Pavia.
Fu tra i fondatori della rivista Numero dove venne pubblicato il Manifesto del Realismo. Collaborò a L’Italia Libera, organo del Partito d’Azione, al Corriere Lombardo e alla Libertà di Piacenza.
Fu inviato speciale del Corriere della Sera dal 1954 al 1969, diresse per due anni il Gazzettino di Venezia, prima di diventare commentatore politico del Tg2. Tornò al Corriere della Sera come corrispondente, e poi come Direttore dal 1977 al 1984.
Toccò a lui risollevare la dignità di quella testata giornalistica quando fu coinvolta dalla crisi finanziaria a seguito dello scandalo della Loggia Massonica della P2; da quell’anno divenne opinionista per La Repubblica con cui collaborò fino alla morte.
Questo libro, scritto nel 1986, è una cronaca della fuga di Tolstoj dalla propria casa, il 27 ottobre del 1910. La vicenda è stata elaborata da Cavallari attingendo a diverse testimonianze, a ricostruzioni approssimative, romanzate, ma anche a vere trascrizioni tratte da frasi testuali, riportate in corsivo, che Tolstoj ha dedicato alla sua fuga e ai diari di chi lo accompagnò in questa impresa. È stato fatto da Cavallari un “lavoro d’intarsio” tra tutte queste testimonianze fino a rendere possibile questa stesura.
Tolstoj ha avuto una vita molto tormentata ed intensa. Rimase orfano di entrambe i genitori quando era molto piccolo. Allevato affettuosamente da una lontana parente, si dedicò agli studi senza molto successo.
Perse parte dei suoi guadagni e del suo patrimonio al gioco. Si arruolò e partecipò alla guerra di Crimea, e una volta congedato frequentò ambienti di intellettuali e ideologi dai quali rimase profondamente deluso.
Fu sempre molto sensibile alla causa dei contadini e della servitù della gleba abolita in Russia nel 1861.
Il suo pensiero è un pensiero che lui stesso definisce “religioso, ma purificato della mistica e del mistero, una religione pratica che non prometta la futura beatitudine ma la dia sulla terra”.
Gli ultimi anni della sua vita furono profondamente turbati da una crisi coniugale violenta e irrisolvibile. Si era a lungo sentito imprigionato dalle convenzioni familiari e sociali e più volte aveva ipotizzato una fuga e un cambiamento radicale del suo stile di vita.
La notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1910 viene svegliato da un fruscio. Era sua moglie Sofia che frugava nelle sue cose alla ricerca dei suoi diari. «Ciò gli procurò un irresistibile disgusto, un sentimento di rivolta (…) Avvertì che disgusto e rivolta aumentavano, si sentì soffocare, si contò le pulsazioni, 97 battiti, non potè più restare a letto. S’alzò, prese la decisione di andarsene da Jasnaja Poljiana. Si era prodotto in lui lo choc che lo forzava a farlo».
Stanco di una donna e di una famiglia tormentata da sospetti, gelosie, all’età di 82 anni, decide così lasciare la casa dove ha sempre vissuto e dove ha scritto i suoi più celebri romanzi, accompagnato da sua figlia Sasa e dal suo medico Makovickij. Lascia una breve ed intensa lettera alla moglie pregandole di non cercarlo.
È una decisione a lungo elaborata, intorno alla quale ha girato per molto tempo. Nella sua casa tutti tenevano diari, scrivevano in segreto appunti, che poi gli altri leggevano.
«La moda del tempo voleva che si vivesse così, dicendosi la verità. Tutto creava un’aggrovigliata matassa di verità che facevano solo male, intrecciando fili taglienti di sospetti, gelosie, pensieri sinceri ed artificiosi, magari scritti per manovrare i pensieri altrui». Ogni giorno ci si sentiva avvolti in una rete vischiosa di confessioni, emozioni, credendo di carpire la verità, e ferendosi continuamente.
Tra Lev e Sofia c’era da tempo una relazione di odio-amore che trasforma «marito e moglie in due galeotti che si odiano l’un l’altro, legati alla stessa catena, avvelenandosi l’un l’altro, sforzandosi di non accorgersene».
Alberto Cavallari più che analizzare la personalità e le motivazioni della decisione estrema di Tolstoj, è soprattutto attratto dal tema della fuga come rivolta, come anelito di libertà. Il vecchio Lev non si guarda indietro, e pure già così anziano, lascia «passato e presente supponendo, come tutti gli uomini, di avere un futuro: l’importante era fuggire, in nome della disperata speranza che ci fa vivere».
Così la sua fuga inizia, soprattutto cercando di decidere che tipo di fuga dovesse essere. Tolstoj era già molto conosciuto; era possibile che venisse riconosciuto e seguito, e che sua moglie potesse sapere dove si trovava. Era terrorizzato all’idea di vederla apparire.
Così il percorso che decide man mano diventa imprevedibile, rocambolesco: «Nella sua fuga c’erano le stesse contraddizioni per cui da trent’anni aveva deciso di andarsene di casa senza andarsene mai (…) Perciò il suo itinerario prese un disegno a zig zag, diventò quello di un uomo che gira intorno alla sua trappola». Provava un senso di liberazione e libertà assoluta e al tempo stesso provava una profonda compassione per Sofia.
Lei, appena scoperta la fuga del marito dice di volersi uccidere, i figli e i servi tolgono tutti gli oggetti pericolosi. Tutti i figli, tranne due che lo capiscono e lo aiutano nel suo intento, scrivono lettere più o meno dure al padre, chiedendogli di tornare.
Lev decide di proseguire e di fermarsi a trovare sua sorella che viveva con la figlia presso un convento. Marija era una donna vissuta, aveva avuto due matrimoni e due figli, amava profondamente e capiva Lev.
Lui si apre, riesce a parlarle a ruota libera di tutte le sue contraddizioni e dei suoi dispiaceri. Racconta la sua “vergogna di vivere” nel lusso, gli scontri e le scene isteriche di sua moglie quando aveva deciso di lasciare i suoi diritti di autore a “tutta l’umanità”.
Confidarsi con la sorella e la nipote gli fa bene, si sente compreso e “compatito”. Malgrado si fosse dilungato sul “nemico” «aveva tratto dall’incontro con le due donne l’impressione più gioiosa e consolante».
Scrive nuovamente alla moglie, le consiglia di rassegnarsi, le chiede di accettare la sua fuga e lasciargli «la possibilità di una vita degna di un uomo. (…) La vita non è uno scherzo, e non abbiamo il diritto di abbandonarla così. È anche irragionevole misurarla secondo la durata del tempo, forse i mesi che ci rimangono da vivere sono più importanti di tutti gli anni vissuti: bisogna viverli bene».
Questa lettera densa, bellissima, è profetica. Tolstoj inizia ad avere brividi e tremori. Il freddo e il vento gli avevano causato una polmonite. Si ferma nella piccola stazione di Astapovo, dove lo fanno coricare su un divano. Viene riconosciuto e tanti curiosi si affollano per vederlo e salutarlo. Il capostazione, commosso, gli offre le proprie stanze. La figlia Sasa che lo aveva aiutato nella fuga lo raggiunge.
Lev rimase per sei giorni in agonia in quella piccole stazione. Delirò, si commosse, soffrì, diede ordini, volle che spedissero telegrammi. In uno di questi scrisse: «Proseguiamo». Si racconta che mormorò più volte questa frase: «Andrò in qualche posto, che nessuno me lo impedisca, lasciatemi in pace». E più volte ripetè: «Scappare, bisogna scappare». Morì alle sette della mattina del 7 novembre 1910.
Il libro nella parte centrale contiene delle bellissime fotografie concesse dall’archivio Alinari. La maggior parte lo ritraggono nella sua tenuta di Jasnaja Poljana con la sua famiglia.
Il libro è composto di cinque capitoli che descrivono i cinque giorni di fuga. Alberto Cavallari passa dalle citazioni fatte dagli accompagnatori di Tolstoj, ai suoi appunti, alla rielaborazione romanzesca, ma è tutto vero. Le immagini descritte sono vivide quanto le foto.
L’autore non si perde in particolari, ma va dritto all’essenziale, che non è la vita dello scrittore né i suoi dissapori familiari, ma la fuga verso la salvezza, verso l’ideale, verso i sogni di una vita.
Ad 87 anni Tolstoj ha trovato il coraggio di vivere così come avrebbe voluto. Che tutto questo riesca a realizzarlo solo negli ultimi undici giorni della sua vita sembra quasi non avere importanza.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.










4 risposte
bellissima recensione, grazie
Io ringrazio lei, è un libro bellissimo che sono felice di avere scoperto. Rita Baghino
Il libro risulta molto difficile da trovare, e stando a questo documento: https://www.messaggerielibri.it/media/jlyky3nr/skira-editore-richiesta-resa-isbn-9788857221366-e-9788857206868.pdf gli eredi Cavallari l’hanno tolto dal mercato.
Non lo sapevo e mi dispiace molto. Peccato. La ringrazio comunque dell’informazione.
Rita Baghino