Il libro La città e la casa, edito da Einaudi nel 1984 non è certo tra i più conosciuti di Natalia Ginzburg.
L’autrice nasce a Palermo nel 1916 in una famiglia per niente convenzionale, frequentata da intellettuali e letterati. Suo padre, Giuseppe Levi, di origine ebraica, era professore universitario a Torino, e venne processato e condannato come i suoi tre fratelli con l’accusa di antifascismo.

Il suo matrimonio nel 1938 con Leone Ginzburg, professore di letteratura russa, è l’inizio della sua lunga collaborazione, insieme all’amico Cesare Pavese, con la casa editrice Einaudi. La sua vita subisce una traumatica cesura con la morte di Leone, anch’egli accusato di antifascismo, in seguito alle torture subite all’interno del carcere di Regina Coeli dove era detenuto, e con il suicido di Cesare Pavese, avvenuto nel 1950.
Nello stesso anno si sposa con Gabriele Baldini, docente di letteratura inglese a Londra, dal quale avrà altri due figli. Dagli anni 60 in poi intensificherà il suo impegno civile e politico con posizioni nette sulla “strategia della tensione” e altri fatti di cronaca di quegli anni. Fu parlamentare per il partito comunista dal 1983 fino alla sua scomparsa avvenuta a Roma nel 1991, solo due anni dopo il crollo del muro di Berlino.
La città e la casa è un romanzo epistolare che ha un personaggio centrale, Giuseppe, un giornalista di mezza età molto solitario ed introverso che all’inizio del romanzo decide di raggiungere suo fratello negli Stati Uniti sperando di darsi un’altra opportunità.
Giuseppe non ha un legame affettivo stabile; ha avuto un figlio da una moglie dal quale si è separato molto tempo prima e del quale non si è mai interessato, e un altro figlio da Lucrezia, sua amante per diversi anni diventata poi un amicale punto di riferimento.
La maggior parte delle lettere sono tra questi due personaggi. Attorno a loro, ma non a loro subordinati, ruotano un insieme di persone legate da rapporti di amicizia e di parentela.
I personaggi sono tutti un po’ “opachi”, amorfi, poco vitali. Lucrezia e il primo figlio di Giuseppe, Alberico, sono i più innamorati della vita; hanno l’energia per commettere errori che sanno rivedere, mettere in discussione, correggere, in una parola, “si buttano”.
Nella splendida appendice del libro, che consiste in una intervista del 1984 pubblicata da Il Manifesto di Severino Cesari alla scrittrice, lei afferma che questo libro è «una storia di ricerca di padri e di ricerca di figli. Sia Alberico che Giuseppe cercano figli: c’è un parallelismo nel destino del padre e del figlio: dal canto suo anche Lucrezia cerca padri, protettori, e non trova nessuno. I padri non ci sono più».
È anche la storia di una ricerca di case. I personaggi che si incrociano tra loro attraverso l’invio di queste lettere, si spostano continuamente tra case perse e trovate «come in una scacchiera».
La Ginzburg dice nell’intervista che qualcuno ha definito questo romanzo “pragmatico”: «crollano i destini, restano le cose. Gli oggetti rimangono, magari deteriorati, ma sono lì.»
Quanto alla forma epistolare del romanzo, l’autrice racconta che ha sentito il bisogno di molti “io” narranti. Usare la terza persona è difficile ma importante; siamo troppo autoreferenziali, sappiamo dire solo “io”.
Arnaldo Momigliano, docente di storiografia antica all’università di Torino, sostenne che Natalia Ginzburg «capisce i vivi come se fossero morti». I personaggi si trovano definiti e si lasciano conoscere dal lettore attraverso le lettere che scrivono, dalle case che trovano o abbandonano. Non ci sono spiegazioni né pareri né giudizi, come se l’autrice si limitasse a disporre in sequenza dei fatti, dei documenti. Né prima né dopo ogni lettera c’è in mezzo altro.
Lucrezia, che nel libro vuole abbandonare la sua casa di campagna per trasferirsi in città, offre all’autrice l’occasione per dire come la pensa. Fa una differenza tra la grande città e il villaggio incredibilmente scarna ed essenziale. «In verità oggi l’uomo sta male in ogni luogo». Spesso preferisce vivere in una città grande dove è più facile enumerare le sue colpe e le sue disgrazie in modo plateale. «L’uomo vuole osservare non già dei tramonti o dei boschi, ma la sua condizione infelice».
Il tema della città ci riporta a Le città invisibili di Italo Calvino, che Natalia conosceva bene. Calvino aveva iniziato a scrivere le Città nel 1966. Lui come la Ginzburg cercavano strade nuove: volevano spaziare per superare la metà degli anni 60, schiacciati tra il dopoguerra e i primi venti di ribellione.
Lei trovò la sua strada con il teatro e la stesura di saggi brevi, lui chiudendosi in una solitudine profonda. Dice di lui «si è alzata nel suo scrivere una luce diversa, non più radiosa ma bianca, non fredda ma totalmente deserta. (…) Nelle città invisibili brulicanti e splendenti, formicolanti di umani errori, traboccanti di merci e cibi, affollate di traffici, dominio dei topi e delle rondini, cala il tramonto. Lo sguardo che le saluta è uno sguardo che dice addio ad un mondo amato, fissandolo da una nave che si allontana».
Il libro della Ginzburg subì anche qualche stroncatura. Una delle cose che le viene più spesso rimproverata è che tutti i personaggi hanno lo stesso linguaggio, mentre in un romanzo epistolare ogni lettera dovrebbe avere uno stile che differenzia il mittente. Rispose a queste critiche che non avrebbe saputo né voluto fare diversamente, che il romanzo è volutamente piatto, di colore “grigio cupo”. I personaggi cambiano pochissimo con lo scorrere del tempo. Qui è il tempo che scorre lentamente, mentre gli umani e le loro relazioni si decompongono velocemente. «Il segreto di La città e la casa è questa usura controllata dei destini».
Lavorare ad un romanzo come questo, ma anche come tutti gli altri fu il suo modo di fare politica. Entrare nel privato delle relazioni e delle storie è fare politica per le singole persone, fare un gesto pubblico per tutti e per ciascuno.
La storia personale di Natalia ha una grande coerenza con i suoi scritti. La famiglia è il contesto preferito per affrontare il tema delle relazioni umane. Alcuni sostengono che dopo il suo romanzo più conosciuto Lessico famigliare non si possa più scrivere di relazioni familiari senza pensare a lei. Infatti la Ginzburg, partendo dal suo vissuto personale si fa portavoce della generazione della Seconda guerra, della Resistenza, fino ad arrivare alla disgregazione dell’Unione sovietica. Dopo il grande successo di Lessico famigliare, affermerà che «Non si amano soltanto le memorie felici. A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie».
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

Non so commentare questo interessante articolo. Dico solo che non conoscevo il romanzo “La città e la casa” e mi propongo di leggerlo. Inoltre mi piace sottolineare la veridicità dell’affermazione della Ginsburg: «Non si amano soltanto le memorie felici. A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie». Sì, condivido questo pensiero.
Si, anche io condivido in pieno quel pensiero.
Le consiglio davvero questo libro, è sobrio, essenziale, profondo. Della Ginzburg avevo letto solo “lessico familiare” e mi è venuta voglia di leggerne altri. La ringrazio io per la riflessione. Rita Baghino