Gesualdo Bufalino, autore del libro Diceria dell’untore edito da Sellerio nel 1981, nasce a Comiso nel 1920 e muore a Vittoria nel ragusano nel 1996.
Nel 1942 fu costretto ad arruolarsi ma poco dopo, catturato dai tedeschi, riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Emilia Romagna da una famiglia di amici. Si ammala di tubercolosi e riesce a guarire nel 1946 dopo un lungo ricovero nel sanatorio della Conca d’Oro, la pianura vicino Palermo. Durante questa permanenza inizia una sorta di celata autobiografia che più tardi diventerà questo libro.

Una sua introduzione ad un libro fotografico attrae l’editrice Elvira Sellerio e lo scrittore Leonardo Sciascia, che intuendone il talento gli chiedono se avesse già scritto altro. Riprende dunque la stesura di quello che sarà Diceria dell’untore ma solo 20 anni dopo lo elaborerà definitivamente per pubblicarlo nel 1981.
Il libro si trasforma subito in un caso letterario al punto di assegnargli il Premio Campiello e trarne un film con la regia di Beppe Cino. Da lì inizia la sua vera e propria produzione letteraria, fino a vincere il Premio Strega nel 1988 con Le menzogne della notte.
Bufalino è stato un uomo di grande cultura; presso la fondazione che porta il suo nome, è conservata la vastissima biblioteca che evidenzia la sua grande passione per la musica e per il cinema.
Il libro inizia con la descrizione di un sogno ricorrente molto angosciante, definito da lui stesso “giocare a morire”. Il protagonista, che resta senza nome per tutto il romanzo, definisce il sogno “un secondo apprendistato di morte”. Il primo era stato la seconda guerra mondiale, sempre presente ed incomprensibile al punto di definirla “una truffa di adulti”. “Non c’era giorno o notte alla Rocca che la morte non mi alitasse accanto la sua versatile e ubiqua presenza”.
Bufalino trascorre una settimana dopo l’altra in una condizione surreale, teatrale, non vedendo altri che se stesso. Descrive “Il Gran Magro”, l’unico dottore della Rocca oltre quello di guardia.
Il Gran Magro divideva i malati per annate, “come i vini” commenta ironicamente; era difficile che lì si sopravvivesse più di quattro stagioni. Col medico di guardia nasce una specie di amicizia a senso unico; è il medico a ricercare la sua compagnia cercando ogni sera di censire i progressi della malattia o più semplicemente cercando ascolto.
Il sanatorio viene descritto come un carcere, i compagni come compagni di prigionia. Il tempo non passa mai, nulla accade, o meglio, accadono sempre le stesse cose. Si teme la morte, si aspetta la guarigione.
Bufalino descrive la morte del bambino Adelmo, “figlio e portafortuna” sempre in cerca di dolciumi e racconti, Angelo e il suo rapporto con la madre, Sebastiano che si uccide buttandosi dalla tromba delle scale, Giovanni, ed infine Marta, la ballerina definita più tardi da lui “due volte intoccabile”.
I suoi personaggi sono come sospesi in un limbo dove non c’è passato e non c’è futuro, isolati dal mondo ma con la consapevolezza di essere un gruppo. La guerra ha lasciato la malattia con tutte le sue contraddizioni: la voglia di guarire e insieme la responsabilità di farlo, di ricominciare e tornare tra i vivi.
Così si viveva alla Rocca, oggi Ospedale Ingrassia, alla periferia di Palermo. «Eravamo qui giunti a frotta sotto stracciate mantelline di eroi, da mille posti diversi. Agli eterni protocolli e controlli davanti a un corpo di guardia ci eravamo una volta di più con disciplina piegati». Tra tutti solo lui sopravviverà, ed il rimorso di avere tradito il patto implicito di non sopravvivere è maggiore del sollievo.
Alla Rocca «si cercavano intrallazzi col reparto delle donne (…). Ci si intendeva prima a segni, durante la messa». Poi si cercava di far arrivare un biglietto, o ci si accontentava semplicemente di ricordarle, parlarne tra uomini o celebrarle cantando una canzone.
Ci si chiedeva in silenzio se avrebbero ancora avuto una donna: «ce le aveva regalate la guerra; la guerra se le era riprese. Di là dei monti e dei mari, loro: morte o smemorate o nemiche». A volte si finiva nel quartiere del porto a cercarne qualcuna, ma bastavano pochi scalini fatti con il braccio attorno alla vita di lei per consumare il poco ossigeno rimasto dalla impietosa malattia.
Più tardi il protagonista diventa amico di padre Vittorio, il cappellano militare. Si incontravano in veranda la mattina presto, ognuno col suo libro da leggere. Di lui ricorda soprattutto l’occasione del ritorno ad “un’opaca negazione del Cristo”. È a quell’incontro che deve di avere pensato ancora una volta alla religione dell’adolescenza, sentendosi tra le due “barricate parallele e guerriere”.
Il giorno di Santa Rosalia, il protagonista non resta a riposo come dovrebbe, ed ottiene il permesso per assistere ad uno spettacolo dove si esibisce Marta, la ballerina, anche lei degente alla Rocca. Il suo amore per lei diventa una leggenda. Bufalino per provare a non pensarla decide per qualche giorno di tornare a casa.
La descrizione di come ritrova tutto perfettamente immutato e suo padre inesorabilmente invecchiato è sublime: «chi è ora questo uomo canuto, minuto, con una lisa maglietta appiccicata agli uncini delle scapole? Dove è sepolto, con chi me lo hanno scambiato il mio fuligginoso ciclope dalle risa di tuono? È un vecchio che trema e ripete il mio nome e mi spinge senza forza verso la mia stanza di studente: Tutto è come prima – mormora – non abbiamo toccato niente».
Ma tornare da morti tra i vivi si rivela presto impossibile; gli amici a malapena lo riconoscono, malato, smagrito, pallido, come se non gli perdonassero di non essere più lo stesso.
Torna alla Rocca e finalmente lui e Marta decidono di andare in una camera ad ore, “Volevo andarmene dal mondo col ricordo di una carezza giovane addosso, dopo tante carezze di vecchio”, dice lei. Si confessa; era stata la compagna di un ufficiale tedesco poi fucilato nelle campagne.
Rasata per collaborazionismo, prima la lasciarono andare, poi la cercarono; voleva nascondersi per la vergogna, forse uccidersi in disparte. “Infine sputai sangue, e l’epilogo si scrisse da se’” dice. Nel racconto sembrava invocare contemporaneamente “applausi e misericordia”.
Marta ritagliava dal suo passato “talune privilegiate sequenze mentre respingeva con tutte e due le mani in un ripostiglio della coscienza il prima, il dopo, il perché”. Le sue confidenze erano intermittenti, in bilico tra menzogne ed ammissioni, ed intermittente è anche l’ascolto del protagonista, mescolando di continuo sospetto e rispetto.
Il tempo che resta si affievolisce: Marta si aggrava ed ha sempre più violente emorragie. Lui invece intravede la propria imminente guarigione. Decidono di fuggire insieme, ed insieme trascorrono gli ultimi giorni di lei.
Il racconto che segue la morte di Marta e piano pianto di tutti gli altri pazienti della Rocca è segnato da una cesura che è morte e guarigione insieme: “come tutte le grandi pesti anche questa infima mia finiva con una pioggia (…). Il male si scorporava da me , se ne andava, ma con esso ogni resto di orgoglio, con esso forse, la gioventù”.
È arrivato il momento di lasciare la Rocca, di «divorziare definitivamente da un trompe-l’oeil di me stesso, un ectoplasma che avevo imparato ad amare». Giovane e vecchio per metà è ora di tornare tra gli uomini, come uno dei tanti. Resterà la coscienza di essere stato un presunto e mancato eroe, un semplice e colpevole sopravvissuto.
È salvo ma al tempo stesso più derelitto e più triste. Lo aspetta una vita da ricominciare, ma con questo segno nella memoria, la “diceria” sotto la lingua come un obolo da pagare al barcaiolo nel giorno del trapasso.
La memoria è il tema che lega tutto il romanzo. «Col passato ho rapporti di tipo vizioso, lo imbalsamo in me, lo accarezzo senza posa, come taluno fa con i cadaveri amati. Le strategie per possederlo sono le solite». Prima si finge forestiero, osserva, sosta davanti ad ogni nuovo particolare. Poi lancia lo sguardo dentro se stesso e prova a dissotterrare ricordi e sensazioni seppellite e provare a ri-essere.
Quello che salta immediatamente agli occhi del lettore è uno stile ricercatissimo, elaborato, bellissimo. Ho provato a leggere e rileggere alcuni periodi; è come se ci fossero più livelli di comprensione del testo che si svelano gradatamente nella loro complessità e profondità.
Ogni parola è pensata, scelta e leggendo ci si convince che la parola usata è “perfetta” e non poteva essere che quella.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








