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Una morte dolcissima di Simone De Beauvoir. L’immortalità non consola dalla morte

di Rita Baghino

Simone De Beauvoir non ha certo bisogno di essere introdotta o presentata. Ha scritto molti libri, tutti bellissimi; negli anni 60 e 70 ha avuto un impegno politico importante contro il colonialismo, contro la guerra in Vietnam, nel movimento studentesco del ’68 e ha contribuito molto a dare a tutti noi una visione più emancipata delle donne e del loro pensiero.

C’è un suo piccolo libro, meno conosciuto, dal titolo Una morte dolcissima edito da Einaudi nel 1966, in cui racconta il suo rapporto con la madre e come l’ha accompagnata e assistita nel suo ultimo mese di vita.

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Simone De Beauvoir viaggiava spesso con Jean Paul Sartre, con il quale ebbe un lunghissimo sodalizio personale e intellettuale. Nel 1963 mentre si trovava a Roma con lui, ricevette la telefonata di un vicino di casa che le comunicava che la madre era caduta e si era procurata una brutta frattura. La scrittrice torna rapidamente a Parigi, si reca dalla madre ricoverata e constata che la caduta era secondaria ad un problema molto più serio.

Il libro descrive la personalità e la vita della madre mantenendosi egregiamente in equilibrio tra quello che la tocca affettivamente come figlia e quello che vede da fuori, più obiettivamente. La madre, dopo la morte del marito «nonostante il suo cocente dolore, non si era lasciata sommergere dal passato.

Aveva approfittato della libertà ritrovata per ricostruirsi un’esistenza conforme ai propri gusti (…) Avida di vivere finalmente a modo suo, si creò mille attività (…) Aveva anche ripreso a frequentare vecchie relazioni e parenti che si erano allontanati per colpa dell’umore scontroso di mio padre».

Simone alterna le attenzioni di una cura quotidiana, con una analisi onesta, cruda e asciutta del rapporto tra i suoi genitori. La accudisce, le fa compagnia; inevitabilmente affiorano ricordi, cose mai esplicitate, molte delle quali dolorose, ma risolte. In altre ritrova invece la tenerezza per una bambina e una donna che per quasi tutta la vita è stata assoggettata ad un “senso comune” che le ha impedito di essere quello che avrebbe voluto essere.

Ricorda che subito dopo il matrimonio iniziò a subire l’egoismo del marito. Rinunciò a molti dei suoi sogni; lui  si muoveva disinvolto nei teatri e nei salotti della Parigi bene. Lei lo seguiva impacciata, e probabilmente molti avranno riso di quella sua goffaggine provinciale. Molte delle donne che incontrava avevano avuto una relazione con il marito. Lei non faceva drammi, ma le sue ferite “guarivano male”. E soprattutto non si rassegnava alla sua indifferenza, fino a consumarsi e alterare il suo umore.

Simone la contesta e la ammira, vede in lei i propri  piaceri e desideri adolescenziali non condivisi che le avrebbero reso più facile sfuggirle. Intrudeva pesantemente nella vita delle due figlie, affermandosi con tirannia. Presentava loro un conto che non riusciva a saldare con il padre. Credeva  «nella grandezza dell’abnegazione, pur avendo gusti, ripugnanze, desideri troppo imperiosi per non farle detestare tutto ciò che la opprimeva. Insorgeva costantemente contro le barriere e le rinunce che imponeva a se stessa». Consumò molta della sua energia per soffocare pulsioni e desideri, per poi dover fare i conti con la rabbia di queste rinunce: viveva contro se stessa.

La confidenza con la madre per Simone è sempre stata complessa e difficile. Quando perde la fede fa uno sforzo considerevole per comunicarlo a sua madre. Lei reagisce piangendo la propria sconfitta più che preoccupandosi di cosa stava accadendo nell’anima della sua giovane figlia.

Questo scegliere la paura dell’intimità all’intimità stessa fece di lei una ribelle, per tutta la vita ostile ad ogni ipocrisia. Quello che si stabilì fu «un silenzio opaco», attraverso il quale ignorare tante cose della vita dell’altro, senza fare domande. Simone era già famosa; si parlava di lei come di una donna trasgressiva, libera, fuori dagli schemi, femminista, progressista. Sua madre di fronte al suo grande successo era scandalizzata e lusingata al tempo stesso.

Intanto la diagnosi si delinea:  la madre ha un cancro anche piuttosto avanzato. A quel punto il destino è segnato, i medici le comunicano che non le resterà molto da vivere. Questo sconvolge nuovamente Simone, che mentre stava imparando a fare i conti con la malattia di sua madre deve prendere atto di una morte imminente. È un dolore nuovo, diverso da tutti quelli già provati. Dice di avere compreso tutti i suoi dolori fino a quel momento, di averli controllati e di essercisi  riconosciuta. Stavolta però é come se qualcun altro piangesse in lei, la compassione la strazia.

Il suo accudimento non è privo di riflessioni. Attraverso la fine vicina della madre ripercorre il proprio percorso di adolescente, la difficile conquista della propria autonomia da lei e da tutto quello che lei rappresentava. Assiste alle medicazioni delle infermiere, alle visite dei medici:  «vedere il sesso di mia madre mi turbò profondamente. Nessun corpo esisteva di meno per me, nessuno esisteva di più. Bambina lo avevo amato; adolescente, mi aveva ispirato una ripulsione inquieta».

Ci sono decisioni da prendere: operare, non operare, prolungare la vita, prolungare la sofferenza. Già si pone il problema dell’ “accanimento terapeutico”; si indigna, si sente dentro l’ingranaggio della diagnosi, del parere degli specialisti. Simone è divorata dai rimorsi, e ne parla senza fare sconti, soprattutto a se stessa. Continua a sentirsi in bilico tra il desiderio di accelerare e finire quello strazio, e al tempo stesso ammette di essersi “affezionata” a quella condizione che l’aiuta a riprendere il dialogo interrotto durante la giovinezza.

La madre, ormai sola e chiusa nella propria sofferenza, attribuisce ad ogni giorno, ad ogni minuto, un valore enorme. «Oggi non ho vissuto. Perdo giorni” dice triste. A nome suo, Simone non si rassegna. La ammira per questo coraggio e per il suo attaccamento alla vita. Anche sua madre, che pure aveva vissuto per anni all’ombra del marito e di tanti pregiudizi, non è  fatta per la rassegnazione. Le descrizioni degli stati d’animo sono spietate, trasparenti, acute.

Il momento atteso arriva. Simone e la sorella non sono presenti. L’infermiera le racconterà poi  che “è stata una morte dolcissima”.

Muore senza chiedere la visita di un prete, anche se la religione era stata uno dei punti fermi della sua vita. Ma pregare e confessarsi erano per lei  atti che richiedevano attenzione, riflessione, concentrazione. Non era in quello stato d’animo quando era malata e sofferente e semplicemente se ne era astenuta. «La religione non poteva aiutare mia madre, come non può nulla per me la speranza di un successo postumo. Sia che l’immaginiamo celeste, sia terrestre, l’immortalità non consola della morte, quando teniamo alla vita».

Dopo la sua morte Simone si chiede se debba rammaricarsi o meno di averla tenuta in vita trenta giorni in più acconsentendo ad un intervento chirurgico inutile. Quei trenta giorni le hanno lasciato un seguito di immagini, ricordi, riflessioni che non ci sarebbero stati altrimenti.

Lei e sua sorella si sono salvate così dal rimorso di non avere fatto dei tentativi.  «Quando scompare qualcuno che ci è caro paghiamo con mille cocenti rimpianti la colpa di sopravvivere (…) ma poiché non facciamo mai tutto il possibile per nessuno, sono ancora molti i rimproveri che dobbiamo rivolgere a noi stessi».

Purtroppo è vero: la morte non sempre chiude il cerchio e Simone non è disposta ad imbrogliarsi. La morte della madre la scuote profondamente. Sente di avere perso contemporaneamente la mamma dei suoi dieci anni e la madre ostile che oppresse la sua adolescenza. Non è facile ricongiungerle nella stessa donna, ed è uno squarcio che resta.

Assistendo qualcuno cerchiamo di meritare il suo perdono per tutte le negligenze precedenti. Simone lo sa, non fatica ad ammetterlo; è inevitabile che ve ne siano ed è inevitabile sperare di avere un tempo per riparare. In questo senso certamente, la sua morte fu “dolcissima”.

Ma cos’è una morte dolcissima? È forse una morte naturale? «Non esiste una morte naturale: di ciò che avviene nell’uomo nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo. Tutti gli uomini sono mortali: ma per ogni uomo la propria morte è un caso fortuito, anche se la conosce e vi acconsente, una indebita violenza».

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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