Portami su quello che canta è un libro di Alberto Papuzzi del 1977 edito da Einaudi: l’introduzione è di Corrado Stajano, giornalista, scrittore (il suo libro più conosciuto è Il sovversivo), senatore per il partito democratico dal 1994 al 1996.
Papuzzi invece nasce a Venezia nel 1942 e fu scrittore e giornalista per La Stampa e per l’Unità, e ha collaborato con la scuola di scrittura Holden di Torino.

Il libro, come dice il sottotitolo, è la storia di un processo del 1974 ad uno psichiatra, Giorgio Coda, che raccoglie accuse e testimonianze di pazienti ed ex ricoverati dell’ospedale psichiatrico di Collegno.
L’introduzione di Stajano dipinge la vicenda, non isolata purtroppo, come «una storia di malvagità ottocentesca, di maniacale rivalsa piccolo borghese contro un mondo di contadini, artigiani, operai, di anomali che non è necessario salvare perché sono degli scarti umani, privi di ogni valore contrattuale». In questa vicenda la punizione e la repressione hanno completamente sostituito ogni tentativo di comprensione, recupero e riabilitazione.
Questo libro è quindi la cronaca di un processo ad uno psichiatra, ma soprattutto il tentativo di spiegare e far capire cosa è accaduto nella struttura di Collegno e in tantissime strutture simili. L’Associazione per la lotta contro le malattie mentali, sorta a Torino nel 1967 ha dato voce, forse per la prima volta ai cittadini, e sottolineo “cittadini” e non “malati”, contrastando l’omertà e la complicità dello stato e l’assenza delle forze politiche. Si è riusciti a interpretare alcuni metodi e terapie come puri abusi di potere, e i testimoni sono finalmente riusciti ad uscire da un’eterna clandestinità e ad essere ascoltati.
Coda è un medico che si è laureato all’università di Torino nel 1948 con una tesi in antropologia criminale. Al manicomio di Collegno entra come praticante volontario per conseguire la specializzazione nel reparto del professor Treves, uno dei padri dell’elettroshock in Italia. La sua carriera «scorre sui binari di una eccellente normalità: egli è provvisto delle doti necessarie per integrarsi con successo nel sistema baronale e burocratico che domina il mondo psichiatrico torinese».
L’analisi di Papuzzi è accurata, sia dal punto di vista istituzionale che da quello della quotidianità di un degente che vive in quelle istituzioni. La storia degli istituti manicomiali di Torino riflette le origini clericali e la natura assistenziale della sanità, in particolare di quella psichiatrica, concepita come una branca caritatevole per l’emarginazione di individui non produttivi.
La giornata di un degente negli anni 60 era caratterizzata da una sveglia al mattino molto presto; in ogni reparto c’era qualcuno legato, che di conseguenza non si lavava, e non si vestiva. Quelli che lavoravano raggiungevano i reparti in cui prestano servizio. Gli infermieri distribuivano gli psicofarmaci, a volte terapie d’urto. Il pomeriggio è vuoto, interminabile; intontiti dai farmaci o dall’assenza completa di attività, di visite, di motivazione, dormono ovunque, fino ad arrivare ad una cena fredda e veloce. Verso le 19.30 sono già a letto.
Al processo emerge chiaramente che i pazienti venivano usati come cavie: un gruppo di schizofrenici vennero trattati con LSD e una colonia di processionarie per confrontare le modifiche comportamentali degli uni e delle altre. Il settore di ricerca di Coda è quello delle intossicazioni, degli stati confusionali e delle psicosi provocate dall’etilismo.
Il malato per lui e per i suoi collaboratori è un veicolo della malattia, il campo di una sfida, il terreno della sperimentazione. «Non lo schizofrenico ma la schizofrenia. (…) Imbottito di farmaci, imbambolato dalla paura, esiste in quanto ha una malattia». Quindi la sua malattia è l’unica carta da giocarsi, l’unico patrimonio, l’unica fonte dei suoi maltrattati diritti. Su questa concezione si regge un sistema, dove l’integrità e la dignità umana sono esclusi.
Nel capitolo L’istruttoria, il caso di un bambino di soli 9 anni mostra come un banalissimo incidente può determinare una serie di reazioni a catena e segnare il destino di tutta una vita. Il bambino ingoia involontariamente una biglia che nascondeva in bocca dopo averla vinta ad un compagno. Ha una situazione familiare complessa, entra in un reparto pediatrico dove ha un comportamento “ribelle” e tenta più volte la fuga. Finisce in manicomio, sotto la responsabilità del dottor Coda che gli somministra cure ipnotiche e lo fa contenere. È “banale” analizzare il seguito della storia del piccolo paziente e di tutti quelli che hanno testimoniato durante il processo.
In tribunale seguono le numerose testimonianze dalle quali emerge l’uso dell’“elettromassaggio” come metodo puramente punitivo ed espressione di un abuso di potere. Le deposizioni sono tutte simili, coerenti tra loro. L’omosessualità, la masturbazione, l’enuresi, piccoli furti, comportamenti “disobbedienti” o semplicemente fuori dagli schemi previsti e permessi, diventano i pretesti per sottolineare la condizione asimmetrica e svantaggiata nella quale si trovano i degenti.
Il processo fa scalpore, sicuramente finalmente crea un precedente. I giornali ne parlano; La Stampa apre con il titolo “La tortura dell’elettroshock usata per punizione, non per cura”. Analoghi servizi appaiono su La Gazzetta del Popolo, su l’Unità, sul settimanale L’Espresso. Solo un infermiere è disposto a deporre contro Coda; racconta che l’elettromassaggio veniva eseguito oltre che alla testa nella regione lombopubica. Un giorno, il dottor Coda ordinò all’infermiere: “portami su quello che canta”, una persona mite, che non aveva mai dato fastidio a nessuno: il suo canto forse aveva infastidito il dottore.
L’accusato, incalzato dal pubblico ministero diventa il primo accusatore di se stesso, facendo trapelare una violazione continua delle regole più elementari alle quali ha diritto un cittadino e ancora di più un paziente che risiede in una struttura di “cura”. In realtà non emerge nessuna funzione di cura nei trattamenti e nessuna personalizzazione della cura al paziente.
Le cartelle cliniche parlano del suo approccio ancora più chiaramente: «ballerino, poltrone, vagabondo, croce della famiglia e peste dei medici». Oppure, «occorre un riordine del contegno». Emerge una sola pratica, quella del giudizio, dell’inettitudine, dell’autoritarismo, della punizione.
Arriva il momento della sentenza. La platea è carica, anche se ancora non si sa se Coda verrà condannato. Tutti sono assolutamente d’accordo nel ritenere che comunque vada, è stato un processo senza precedenti. Persone abituate a non avere voce, abituate a non essere credute, a non avere diritti, hanno avuto almeno la rivincita dell’ascolto. All’imputato verranno dati cinque anni di reclusione, l’interdizione dell’esercizio della professione e il risarcimento alle parti civili.
L’ultimo capitolo dal titolo Cartolina da Asti è un capolavoro assoluto di analisi politica, di diritto e di empatia. «Esiste tra i ricoverati un legame profondo, anche se oscuro: la coscienza di vivere una condizione di ingiustizia. L’ingiustizia che colpisce uno colpisce tutti. (…) Così si spiega come si formi, in questo mondo frantumato e dimenticato una domanda di giustizia che va oltre i casi personali e abbraccia tutto il regime di tiranni e di violenza dell’istituzione».
La sentenza del processo diventa uno spartiacque: è la prima volta che la legge è dalla parte degli ultimi e che la violenza nei manicomi non è più tollerata.
Le parti civili sono riuscite a diventare una forza politica che si oppone alla classe medica quando questa tradisce la sua etica e le sue funzioni fondamentali di cura e di rispetto. Il bene della salute individuale e collettiva, qui proprietà di una corporazione professionale torna ad essere un pieno diritto di tutti. E fatto ancora più importante, la sentenza smentisce gli ideologi della non-denuncia.
La sentenza del Dottor Coda dice che denunciare serve, e che le cose possono cambiare se si trasformano in atti politici. La denuncia è un diritto ma soprattutto un dovere, una richiesta di democrazia e di giustizia all’interno delle istituzioni.
Il processo al Dottor Coda si è tenuto tra il 1971 e il 1974. Nel 1976, con la legge n.180 di Franco Basaglia sulle istituzioni manicomiali, si dispone la chiusura dei manicomi e la cura si sposta nelle strutture territoriali.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.
- Rita Baghino
- Rita Baghino










2 risposte
Confesso che in 50 anni di conoscenza e pratica nella Psichiatria Istituzionale non conoscevo il caso del dott. Coda,
quindi ringrazio.
Provo una sintesi: la malattia nasce come teoricamente separata e altro da sè della fisiologia.
Ogni diversità che si evidenza all’interno di uno stesso sistema, organo, corpo o microsociale diventa un problema per il rimanente, perchè sconosciuto e inquietante, perchè va riparato (o curato) o altrimenti espulso (asportato o altro).
E se la diversità crea un problema
porta con sè una colpa e quindi anche una pena. La pena va espiata, o curata.
E la cura se non la si conosce va data lo stesso, perchè espellere il male è più impellente che imparare a curarlo.
E le stranezze della mente sono sia più difficili da curare…sia più inquietanti da sopportare…
Questo processo fu fondamentale perchè non era mai successo prima che i pazienti venissero ascoltati e soprattutto creduti. Fu una cesura importante in quegli anni.
Condivido in pieno che “ogni diversità diventa un problema”; spaventa, inquieta. Lo sperimentiamo tutti i giorni anche in altri ambiti.
Qui non solo non si è saputo.”curare”, ma si è scelto di punire. La colpa di essere diversi, in tutti i sensi, è qualcosa con la quale combattiamo ogni giorno ma è difficilissima da espellere. Ti ringrazio per la riflessione.