Il libro di Paolo Pasi Pinelli, una storia edito da Elèuthera nel 2019, cerca di ricostruire la vita di Giuseppe Pinelli prima del tragico evento che ce lo ha fatto conoscere.
La sua storia è legata alla storia di Milano e agli eventi accaduti intorno alla fine degli anni 60, fino ad arrivare all’epilogo del 15 dicembre del 1969, data in cui Pinelli, che allora aveva poco più di 40 anni, muore in circostanze ancora poco chiare cadendo da una finestra della questura di Milano.

L’autore Paolo Pasi ritrova accidentalmente a casa di sua madre, un quaderno che lo riporta ai primi di giorni di scuola nel 1969. Nei ricordi di Pasi due eventi importanti si concentrano in quei giorni. «Due uomini sono andati sulla luna, la luna è lontana», scrive lui stesso bambino, e qualche mese dopo la maestra aggiunge sul quaderno un avviso per i genitori: «Lunedì 15 dicembre la maestra parteciperà allo sciopero».
Il 15 dicembre ci furono i funerali delle 17 vittime della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, la prima di una lunga e oscura lista di fatti legati alla “strategia della tensione”, fatti che ancora non hanno trovato le risposte che meriterebbero.
La notte dell’allunaggio fu una notte memorabile, che sicuramente chi era già nato non dimenticherà. Milioni di italiani passarono ore incollati allo schermo che iniziava ad essere abbastanza diffuso, e chi non lo aveva ancora, probabilmente ha passato la notte in casa di amici, parenti o vicini di casa. Le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando si contendono la frase: “ha toccato!” Ognuno di loro voleva essere il primo a pronunciarla. Erano le 22.30 del 20 luglio 1969.
Giuseppe Pinelli è tra questi; con sua moglie Licia e le sue due bambine sogna e si proietta nel futuro di un’utopia e di un sogno creduto possibile.
Pinelli nasce a Porta Ticinese, un quartiere di ringhiera di Milano. Nel 1945 a soli 17 anni ha già le idee chiare: ha partecipato alla Resistenza e alla Liberazione come staffetta partigiana nella Brigata Franco, collegata alla Brigata Malatesta.
La sua famiglia di origine è una famiglia umile che sicuramente non lo ha educato ad una “obbedienza remissiva”. Suo padre è un invalido della guerra di trincea, ferroviere, socialista, più volte pestato e perseguitato dai fascisti negli anni del regime.
Pino inizia a lavorare a 10 anni come garzone. Per questo la sua formazione scolastica si ferma alla quinta elementare, anche se in realtà non smetterà mai di studiare e coltivare la sua curiosità e il suo senso critico.
Durante la guerra è sfollato con la sua famiglia in un piccolo comune fuori Milano.
Nel 1969 vive con la moglie e le figlie nel quartiere San Siro. Ha conosciuto Licia ad un corso di esperanto, una lingua neutra che in quegli anni fece sperare che potesse unire le persone senza essere, come poi è accaduto con l’inglese, una lingua che apparteneva ad una nazione e ad una cultura specifica.
La loro casa è frequentata da compagni ed amici, molti dei quali del circolo anarchico Ponte della Gisolfa. È una casa piena di libri. Tra tutti troneggia, tenuto volontariamente in vista, Antologia di Spoon River, regalatogli da Licia quando si erano conosciuti da poco. Pino dal 1954 lavora in ferrovia.
Il 1969 è un anno chiave per la storia italiana. Raccoglie l’eredità del maggio del 1968 parigino, dell’opposizione pacifista alla guerra del Vietnam, la rivolta di Praga, gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy. Un periodo di grande fermento che però non riesce a contenere un’escalation che trova il suo punto più complesso il 25 aprile con le esplosioni alla fiera campionaria di Milano e alla stazione centrale.
Nel circolo anarchico che Pinelli frequenta si sostiene che queste azioni siano dirette a fomentare la psicosi degli attentati sovversivi per inoculare il bisogno di leggi repressive e gettare discredito sugli anarchici e per estensione sulla sinistra, molto forte in quegli anni.
Durante l’estate va con la famiglia in vacanza a Senigallia e a Carrara. Cerca sempre di conciliare i suoi impegni familiari e personali con quelli politici. Ovunque conosce persone e lavoratori con i quasi si incontra e si confronta. Nutre in questo modo la sua utopia e le sue speranze per un mondo migliore. Cerca di condurre «un’esistenza piena in cui non è possibile demarcare una precisa linea di confine tra attivismo politico ed intimità familiare».
Paolo Pasi fa un’ottima ricostruzione dell’atmosfera di quegli anni, in particolare a Milano. Agenti con caschi e scudi fanno irruzione in un palazzo abbandonato, portano via “materiale sospetto” appartenente a gruppi, come disse il Corriere della Sera, di “neoanarchici, cinesi, marxisti, sbandati”.
Le scelte urbanistiche spingono le persone dalle case di ringhiera, aggreganti per definizione e struttura, verso anonimi quartieri periferici. È un crescendo di disagio, tensione, diffidenza reciproca, paura.
Così, attraverso il racconto avvincente di tanti episodi, con salti nel passato ma anche nel futuro, si arriva all’incontro tra Pinelli e il Commissario Calabresi. A Pino quell’uomo sembra diverso. Lo aveva incontrato negli uffici della questura dove spesso si recava per chiedere permessi ed autorizzazioni per le iniziative degli anarchici.
Calabresi è più giovane di Pino, è romano. La loro conoscenza è basata su un rispetto reciproco pur nella diffidenza dei diversi ruoli, “come se entrambi avessero riconosciuto nell’altro la parte che hanno scelto di allontanare da sé”.
Ma il momento è difficilissimo e il loro rapporto si scardina facilmente. I rapporti di forza si misurano ogni giorno. Sono in fermento le fabbriche, il movimento operaio, il movimento studentesco; gli scontri sono all’ordine del giorno, il clima è tesissimo.
Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 un boato ferma il tempo a Milano. Dopo lo choc che ha investito tutti, Pinelli corre al circolo anarchico. Nel caos tipico che c’è dopo le perquisizioni, trova il commissario Calabresi e tre poliziotti. Sono convinti che la matrice dell’attentato sia anarchica.
Cercano Pietro Valpreda, chiedono a Pino se lo conosce. Pino viene convocato in questura, ci va in motorino. Sarà l’ultima volta che attraverserà le strade della sua città. Tre giorni dopo precipita dal quarto piano di una stanza della questura dove lo stavano interrogando. Si parlò di suicidio; l’ora non è mai stata precisata, ma non è molto importante.
Sappiamo solo che gli fu permesso di avvisare Licia, che a lei disse che volevano nomi che lui non conosceva e che aspettavano di aver la conferma del suo alibi.
La figura di Valpreda, subito accusato e messo in prima pagina di quasi tutti i giornali, era quella del capro espiatorio, ma Pinelli, che lo aveva conosciuto in passato, da tempo non aveva più rapporti con lui.
Pino viene trattenuto ben oltre le ore di fermo consentite dalla legge. Nella stanza dell’interrogatori dalla quale precipiterà Pinelli c’erano cinque persone, ma nessuna di loro ha aiutato a fare una chiarezza definitiva sull’accaduto. Tutto resta confuso, approssimativo.
18 anni dopo Valpreda viene assolto con formula piena. Pino Pinelli non tornò mai più alla sua vita, e nemmeno il commissario Calabresi che venne ucciso il 17 maggio del 1972 vicino alla sua abitazione a soli 34 anni.
Mi fa un immenso piacere concludere questa pagina nera della nostra storia segnalando il libro edito da Feltrinelli nel 2019, dal titolo Una storia quasi soltanto mia, che è una raccolta di testimonianze e interviste fatte da Piero Scaramucci a Licia Pinelli, che dopo 10 anni di silenzio dall’accaduto ha dedicato la sua vita alla vicenda del marito ed è morta recentemente, il 15 novembre del 2024. Gli anarchici hanno poggiato sulla sua bara la stessa bandiera rossa e nera che aveva avvolto la bara di Pino.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.









