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Tragedia dell’infanzia. Alberto Savino e i fantasmi di un’età perduta

di Rita Baghino

Alberto Savinio è l’autore di Tragedia dell’infanzia, un libro originalissimo e secondo me, molto coraggioso. Fu pubblicato la prima volta nel 1937 e poi ripubblicato in una nuova edizione nel 1945 da Sansoni con una bellissima prefazione dell’autore e alcune varianti. Tuttavia la stesura di alcuni capitoli risale al 1919 mentre altri furono pubblicati su diverse riviste a partire dal 1922.

Walter Pedullà, saggista e critico letterario, scrisse:

«Alberto Savinio fu scrittore, musicista, pittore, drammaturgo e regista teatrale. Scrisse racconti, poesie, romanzi, saggi, testi teatrali, libri di viaggi, articoli per riviste e giornali, recensioni di letteratura, teatro, cinema, arti figurative. Passò ogni genere letterario, quasi tutte le arti, mescolandole tra di loro. Conosceva almeno quattro lingue: il greco, il tedesco, il francese e l’italiano. Non è irrilevante ricordare che era il fratello del grande pittore metafisico Giorgio De Chirico».

L’edizione che ho io è di Einaudi del 1978, e contiene la prefazione del 1945 che inizia ricordando una cosa che Savinio aveva scritto tempo prima: «Quello che ho fatto non mi interessa più, solo quello che ancora non ho fatto m’interessa». Ci spiega che quello che ha fatto lo spaventa, per questo evita di guardarsi indietro, come fece Lot, mutata in una statua di sale.

immagine per la copertina del libro Tragedia dell'infanzia, di Alberto Savino
Tragedia dell’infanzia, di Alberto Savino

Guardare avanti è un “effetto di giovinezza”; è la paura di ritardare, di perdere tempo, è la paura di rimanere delusi da quello che abbiamo già vissuto, è il bisogno di proiettarsi nel futuro e progettare.  Ad un certo punto però l’autore sente di non potere più fare a meno di voltarsi indietro e con grande meraviglia si accorge di avere finalmente pagato il tributo alla giovinezza:

«senza più la brama di sempre nuove scoperte da fare, senza più l’ansia di nuove conquiste da compiere, senza più l’assillo di sempre nuove mete da raggiungere, e soprattutto perché ora noi sappiamo che mete da raggiungere né quaggiù ci sono, né altrove, con animo più pacato (…) ci accorgiamo con gioia che dietro a noi, senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un’opera».

Per questo, probabilmente, questo è soprattutto un libro di ricordi, forse mescolati a sogni, a desideri, ma non ha poi così tanta importanza.

La vicenda è quella di un bambino italiano vissuto ad Atene in una famiglia borghese. Passa da un’infatuazione all’altra, sempre alla ricerca di un assoluto. Lo trova, poi lo perde, lo dimentica, lo sostituisce con altro. Tutto risulta sempre estremamente precario.

Per Savinio l’infanzia è un tempio, un luogo doloroso, inquietante, sicuramente incomprensibile. È una specie di viaggio. Il tema dell’infanzia è spesso ricorrente nelle opere di Savinio, quasi un filo conduttore delle sue opere.

Il primo capitolo soprattutto è quello che mi fa definire il libro “coraggioso”. Infatti, la realtà vissuta da lui bambino durante una malattia è una realtà tragica, dove i genitori vengono visti come i crudeli artefici di sofferenze che non hanno spiegazione.

Tutto è deformato, amplificato: i rumori innocenti di una trattoria vicina alla propria casa si trasformano di notte nei «contorcimenti di alcune baldracche» e urla di ciurme ubriache, i genitori che si nutrono intimamente delle sofferenze dei bambini arsi di sete, schiacciati dal peso della zanzariera e da un’angoscia a loro assolutamente incomprensibile.

“La Vecchia”, come  definisce la morte, per quella volta girò al largo dal piccolo malato, e questo gli fa scrivere  che «le dolorose prove sostenute poco avanti mi avevano insegnato che il dolcissimo bene dell’esistenza va accettato incondizionatamente e senza esame».

Un bambino non conosce mezze misure, sfumature; odia ed ama e l’indifferenza è per lui un sentimento sconosciuto. Si interroga sull’educazione nel suo significato etimologico di “condurre” e sull’alibi della bontà e dell’ipocrisia di quello che altro non è che la sterilizzazione dell’individuo.

Il vecchio Saltas, dottore odiato e sadico prescrittore di orrendi sciroppi e rimedi, consiglia una vacanza al mare. «C’è chi non sappia che cos’è partire?» il protagonista si dona anima e corpo al suo nuovo destino e sale con i propri genitori sulla nave Andromeda. Della città marittima dove soggiornarono diversi giorni ha un ricordo che si mescola ad un sogno.

È lì che si innamora di una signora; la aspetta sulla nave che a vacanza finita sta per salpare verso la via del ritorno, dicendo risoluto che non si muoverà senza di lei. «Verrà, verrà» mente sua madre. «Perché s’ingannano i bambini?» Tanto tempo dopo cercò di ricordare invano il  nome della signora che rappresentava la sua prima angoscia di perdere l’oggetto amato.

Ci racconta poi come viene iniziato ai “misteri del teatro”, un teatro estivo che aveva per tetto il cielo. Laranà era il nome del proprietario di quel baraccone neoclassico. Lui era il simbolo che esprimeva l’idea di tutti i teatri del mondo dove la realtà si mescola al sogno. Il ricordo è l’immagine di una platea che galleggia nell’estasi, come se le sedie levitassero. Sembrava che il mondo andasse pacificamente alla deriva dove «la necessità di varcare la soglia incantata è di quelle cui l’uomo non si può sottrarre per salvarsi dal rischio di perdere il proprio turno in questa anticamera della morte».

“La tragedia dell’infanzia” consiste nel non potere quello che si sente di volere, in un’età in cui si vede la realtà per quella che è, senza filtri e senza finzioni, nonostante i genitori “reazionari” che invitano, quando non impongo, mediazioni ed ipocrite restrizioni alla fantasia, all’illusione e al gioco.

Il padre in particolare è qui il simbolo per eccellenza di un modello di vita che non può funzionare per un bambino. Le certezze risultano obsolete, ma la paternità, in senso simbolicamente freudiano, resta immutatamente autorevole, e torna implacabilmente anche dopo ogni contestazione.

L’oggetto simbolico  cambia crescendo, ma la passione e l’illusione restano tali; in questo senso, l’infanzia non invecchia mai. Chi sa questo, e non lo dimentica, capisce che l’assoluto non è altro che il precario per definizione.

L’ultimo capitolo è una sorta di commento in cui l’autore si pone e ci pone ancora una volta, domande coraggiose. È incredibilmente crudo e dissacrante, eppure ci inchioda a verità innegabili che non siamo abituati a vedere con tanta disillusione.

«Al loro ingresso nel mondo i piccoli uomini sono accolti come nemici» eppure, «l’allegria è di rigore». Ogni eccesso fa da contrappeso ad un contrario. La genitorialità è un atto di orgoglio, il neonato è un simbolo della nostra proprietà, e questo basta a giustificare l’ostilità e la ribellione verso i genitori da parte di figli che vorrebbero essere amati per se stessi.

L’infanzia non è una stagione spensierata e pochi uomini coscienti le si rivolgono con nostalgia. Si chiede perché ci sia un divieto così rigoroso ad «una vita come seguito e continuazione dell’infanzia». Forse non c’è spazio sufficiente per una umanità di ragazzi grandi? E perché l’annientamento della volontà che gli educatori esercitano sui bambini non ci meraviglia più?

L’educazione opera a fin di bene: questa è l’ipocrita menzogna. La paura che in seno ad una famiglia si generi un artista è il terrore che tra uomini “ridotti” si formi un “gigante”. Solo negli artisti la vita adulta riesce ad essere la vera prosecuzione dell’infanzia.

Suo fratello Giorgio De Chirico scrisse che «un’opera d’arte per essere veramente immortale deve uscire dai limiti dell’umano, del buon senso e della logica», che è esattamente quella libertà così difficile conservare nell’età adulta. La foresta dell’infanzia e il paradiso perduto sono probabilmente tutt’uno.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

Una risposta

  1. La recensione descrive benissimo la Libertà con cui un uomo affrancato, che chiamiamo in genere Artista, racconta questo mondo senza preoccuparsi di trovare le giuste proporzioni tra il bene e il male, del quale impasto è costituito tutto l’Umano.
    Per poterlo descrivere e per poterlo saper leggere, occorre sempre quella “sospensione del giudizio” cara alla fenomenologia, giudizio così importante invece da applicare nel momento in cui si deve scegliere di proteggere la propria etica personale.

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