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Lou Salomé. Sorella, sposa, anima inquieta, curiosa e, tuttavia, felice

di Rita Baghino

Diversi anni fa un amico psichiatra mi parlò di un carteggio tra Freud e Lou Salomé. Conoscevo Lou solo attraverso il film di Liliana Cavani del 1977 Al di là del bene e del male. La sua figura mi incuriosì moltissimo, così dopo aver letto quel carteggio ho trovato una sua biografia dal titolo Mia sorella mia sposa, la vita di Lou Andreas Salomé di H.F. Peters, edito da Mondadori nel 1962 e oggi nuovamente edito da Odoya e arricchito da una un’appendice di Claudio Magris.

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Lou è un personaggio molto interessante che vive in un periodo di grandi stravolgimenti politici e storici; è una protagonista colta e originale del suo tempo.

Nasce a San Pietroburgo nel 1861 da un generale russo di origine tedesco-baltica, di discendenza ugonotta.

Già giovanissima ebbe una formazione di filosofia, storia delle religioni e letteratura. Dopo una vita molto densa mori nel 1937 a Göttingen.

Pochi giorni dopo la sua morte un camion della Gestapo svuotò la sua casa di tutti i  libri che vennero gettati nelle cantine del municipio; la sua passione per la psicoanalisi e la sua amicizia con Freud stimolavano in quel periodo di persecuzioni una forte diffidenza per quella che in quegli anni veniva definita “la scienza ebrea”.

La sua vita è stata costellata di incontri e relazioni sentimentali con uomini di intelligenza e cultura non comuni. Gli uomini che incontrò in un certo senso furono, anche grazie al confronto con lei e alle sue doti riflessive ed introspettive, più capaci di produrre opere elevate ed interessanti.

Il libro di Peters ricostruisce in maniera piuttosto fedele il “triangolo filosofico” tra Nietzsche, Paul Rée e lei, «equivoco solo nell’intenzione dei due uomini, perché Lou era fermamente decisa a non disertare  la sfera della scienza per quella dell’eros».

La relazione con Nietzsche fu importante ma fu un episodio. Fu “corteggiata” dal sociologo Ferdinand Tonnies, dal drammaturgo Wedekind, dal professore di lingue orientali Carl Andreas e da molti altri intellettuali del tempo. Con quest’ultimo acconsentì ad un matrimonio formale mai consumato.

Giovanissima iniziò a viaggiare  in Europa. Nel 1897 a Monaco di Baviera conobbe Rainer Maria Rilke e ne influenzò molto l’opera.

Sappiamo con certezza che Nietzsche e Rilke ebbero tra loro molte affinità culturali. Erich Heller, saggista noto soprattutto per i suoi studi di filosofia e letteratura tedesca, dedica un intero saggio  all’esame dei due grandi intellettuali. Di loro dice: «Rilke è il poeta di un mondo il cui filosofo è Nietzsche».

Sembra certo che Rilke venne a conoscenza dell’opera di Nietzsche proprio da Lou che fece spesso da filo conduttore tra loro e tra altre personalità del 900.

In quegli anni si concludeva un’epoca che tutti questi personaggi  rappresentano nobilmente: essi «riassumono in sé il travaglio della loro generazione (…). La loro fu un’età nient’affatto mistica,  sconvolta dai formidabili appetiti del colonialismo e da guerre feroci (…). All’interno dei singoli stati maturarono  conflitti sociali e contrasti di classe».

Lou Salomé fu mediatrice di questi anni di declino della vecchia Europa, declino e crisi che gettarono le basi della successiva filosofia esistenzialista.

Non a caso divenne negli ultimi anni di vita una discepola del pensiero freudiano, cosa che offrì a lei e  a noi una chiave di lettura dell’universo più profonda di come era stato fino a quel momento, e diede a lei e a noi gli strumenti per razionalizzare i suoi rapporti amorosi.

«La dimestichezza di questa intellettuale irrequieta con il fondatore della psicoanalisi getta una luce chiarificatrice su tutta l’esistenza di una donna che (…) non si confuse mai con il cliché consueto della collezionatrice di nomi famosi».

Quando li frequentò infatti molti di loro non erano ancora famosi; solo Freud lo era già.

I suoi comportamenti anticonformisti e spregiudicati non si lasciavano intimorire dai giudizi esterni e dai fraintendimenti.

Sosteneva che l’amore e la stima dovevano stabilire un profondo legame interiore, e solo allora il corpo poteva entrare in gioco e aiutare a raggiungere la pienezza dell’amore.

La stesura di questo libro fu estremamente complessa per Peters; Lou scrisse un’autobiografia che fu pubblicata nel 1951 alla quale lui attinse, ma c’era molto altro materiale nelle mani del suo editore, che fu riluttante a mettere a sua disposizione. Solo dopo la pittrice Sylvia Koller consegnò all’autore delle lettere alla madre mai pubblicate.

La famiglia di origine di Lou Salomé in Russia si adeguava molto all’ambiente mondano che la circondava, ma lei già giovanissima non partecipava volentieri a quel mondo.

Malgrado la sua grande capacità di avere relazioni ed amicizie si teneva lontana da ogni formalismo e cerimoniosità.

La perdita della fede in Dio in favore di un pensiero più speculativo e filosofico fu un altro degli elementi cardine della sua personalità.

Si differenziò quindi presto dalla maggior parte delle sue coetanee che pensavano al matrimonio e alla maternità come a qualcosa di ovvio e scontato: lei lo vedeva  come una forte limitazione della sua libertà.

Mentre Lou cresceva, in Russia si preparava la rivoluzione attraverso azioni terroristiche e fermenti di ogni genere.

Conobbe allora Gillot un pastore olandese di ampie vedute, che nelle sue prediche sosteneva che scienza e fede non sono elementi contraddittori ma che si compensano vicendevolmente. Lui capì  subito che la ragazza aveva una incredibile facilità nell’apprendere e un’intelligenza fuori dal comune.

Questo incontro fu il passaporto che la aiutò a varcare la soglia tra l’infanzia e l’età matura.  In quel periodo era ammirata e temuta, ritenuta troppo indipendente e priva di aspirazioni femminili; era un misto di innocenza ed esperienza, con la costante di una fortissima curiosità intellettuale.

Nel 1880 si sposta con la madre a Zurigo dove iniziano a manifestarsi i segnali inequivocabili della tubercolosi.

Le viene consigliato di traferirsi in Italia dove avrà giovamento dalla mitezza del clima. Il suo professore di storia dell’arte la indirizza da Malvida Von Meseyenbug, una delle figure più rappresentative del movimento femminista tedesco, affinché se ne prendesse cura.

Malvida frequentava l’élite rivoluzionaria d’Europa e aveva un ampio raggio di conoscenze politiche e intellettuali, tra cui Wagner e Nietzsche.

Lou non vedeva l’ora di incontrarla. Da lei conosce nel 1882 Paul Rée. Scoprono subito di avere molti punti in comune: i loro incontri si svolgono spesso di notte nella zona di Roma tra il Colosseo e il foro, dove Malvida abitava.

Peters dà una visione insolita e affascinante di quella Roma «avvolta nel manto dell’oscurità (…), dall’ombra sempre presente del pericolo. Venditori ambulanti, e donne di strada, nottambuli in abito da sera, matrone della piccola borghesia accompagnate dai loro mariti, soldati ubriachi, coppiette che si stringevano all’ombra dei giardini».

Arriva presto anche la sua frequentazione con Nietzsche, che «non era ancora diventato vittima della sua fama».

Ne nasce un ménage a tre con una stimolante  intesa intellettuale con loro due e Paul Rée, ma presto Nietzsche si innamora di lei e la situazione si complica fino ad attirare contro di sé la gelosia e l’odio della sorella di Nietzsche.

Gli equilibri si spezzano anche con Malvida la quale, profondamente affezionata al giovane Paul Rée scrive a Lou in una lettera che «l’esperienza di una lunga esistenza e la mia conoscenza della natura umana mi permettono di dire che non è possibile, che nel migliore dei casi un cuore ne verrà profondamente ferito, e nel caso peggiore una bella amicizia verrà distrutta».

Le parole di Malvida sono  profetiche; i rapporti tra Nietzsche e sua sorella subiscono una fine violenta e viene messa in atto da lei una campagna diffamatoria nei confronti di Lou che ebbe molte ripercussioni negli ambienti che frequentava.

Nietzsche più tardi avrà una profonda crisi depressiva fino ad ammalarsi gravemente, ma non smise mai di provare una grande riconoscenza per Lou. Scrisse nel 1884 in una lettera a sua madre: «puoi dire quello che vuoi di quella ragazza e certo altro di quanto faccia mia sorella…ma una cosa rimane ed è che non ho mai incontrato una persona più dotata e riflessiva. E anche se non siamo mai stati completamente d’accordo, pure dopo una mezzora passata insieme eravamo entrambi felici e consci di avere imparato una quantità di cose».

Il rapporto  tra Lou e Paul Rée, finirà con l’incontro di lei con Friedrich Carl Andreas e nel 1901 con la morte mai chiarita di Rée e il suo ritrovamento in un torrente.

Il matrimonio con Andreas si rivela presto insoddisfacente soprattutto per lui. Andreas le rifiutò fino alla fine il divorzio e Lou gli rimase accanto  a patto che non ci fossero ingerenze nella sua libertà personale e sentimentale. Si può dire che lui pur non avendo mai “posseduto” Lou, non l’aveva mai perduta, al contrario degli altri.

La vita di Lou scorre in questa bellissima biografia verso la ricerca di una libertà totale e profonda, che rispecchia «il grande fermento degli anni 90 dell’800, con l’inizio di quel processo di evoluzione sociale, politica ed intellettuale che dopo la prima guerra mondiale doveva creare in Germania un ordine nuovo».

Berlino era uno dei principali centri di questo movimento, dove scrittori, critici, giornalisti, fondavano associazioni di ogni genere. Lei si gettò a capofitto in questa vita di avanguardia, soprattutto letteraria.

Nei suoi libri si nota un tono nuovo, un misto di elementi autobiografici e intuizioni psicologiche. La capacità introspettiva dei suoi scritti anticipa alcuni fondamenti della psicoanalisi.

La sua vita prosegue così tra Berlino, Parigi, Monaco, dove nel 1807 conobbe René Maria Rilke, ancora lontano dal divenire il grande poeta che fu. Si frequentarono quindi a Berlino, dove Lou viveva con il marito Andreas. Nacque una frequentazione degli ambienti letterari di avanguardia: tutti e tre intrapresero un viaggio in Russia, dove conobbero Pasternak e Tolstoi.

L’inizio del 900 coglie Lou e Rilke assorbiti dai loro studi russi. Avevano in progetto un lungo viaggio a Mosca, San Pietroburgo, fino alla penisola di Crimea.

Il bisogno di indipendenza e libertà di Lou cresceva come fu per tutta la sua vita, ma più cresceva più Rilke diventava dipendente da lei fino a portarla alla necessità di interrompere la loro relazione anche se rimasero sempre un punto fermo l’uno per l’altra.

In età già abbastanza matura, nel 1911  incontrò Freud  al congresso di Weimar della società di psicoanalisi. Al congresso partecipavano anche Carl Gustav Jung, Alfred Adler  e la sorella di Nietzsche che non aveva mai smesso di odiarla e metterla in cattiva luce.

Gli studi di Lou sull’amore, sulla sessualità andavano contro i principi religiosi e contro il possesso che rendeva i rapporti d’amore esclusivi e la figura della donna subordinata.

Freud fu immediatamente colpito dalla sua profondità e dalla sua capacità speculativa. Condividevano la teoria che sostiene che l’impulso sessuale è il principale motore delle azioni umane e più tardi le sue scoperte sull’inconscio.

Si videro per l’ultima volta a Berlino nel 1928.

Nel 1931 Lou pubblica Mein Dank an Freud che significa “la mia gratitudine per Freud” il quale le aveva fornito tutti gli elementi per scavare dentro se stessa e i tanti avvenimenti della sua vita.

Attraverso questa amicizia Lou asserisce di prendere coscienza di quali fossero le sue inconsce aspirazioni. Le scopre in età matura e questo le consentì  di chiudere il cerchio trovando le risposte e i sospesi di una vita interessante e densissima.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorre a Göttingen. È molto malata ma questo non le impedisce di avere una vita interiore ricchissima e di incontrare le sue giovani lettrici appassionate con le quali si confronta e discute.

Inizia a preoccuparsi di cosa sarebbe stato della sua corrispondenza con Rilke quando sarebbe morta. Era spaventata dall’odio della sorella di Nietzsche e dal suo marcato antisemitismo che offriva al regime nazista una manipolazione del suo pensiero.

Lou è una donna che rimane fedele a se stessa prima di tutto,  che trova una coerenza tra la sua incredibile curiostà e il bisogno di introspezione, che concilia in maniera armonica il dentro e il fuori, il sé e l’altro, l’eros e gli affetti.

In poche parole una donna emancipata, affrancata dal pregiudizio e molto probabilmente, una persona felice.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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