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Pinocchio. Il noir di Collodi, il paradosso del potere e la metamorfosi in ognuno di noi

di Rita Baghino

Pinocchio è forse la storia che ho preferito da bambina, ma non sono sicura che quella che mi veniva raccontata  fosse la versione integrale. Poco tempo fa l’ho trovata su una bancarella dal titolo Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, edito nel 2004 da La biblioteca di Repubblica che veniva venduta esclusivamente insieme al quotidiano. Ha una prefazione molto interessante di Alberto Asor Rosa che lo definisce «un libro per bambini che diventa nel corso del tempo un libro per adulti».

immagine per Pinocchio, di Carlo Collodi
Pinocchio, di Carlo Collodi

La vicenda è ambientata nella Firenze postunitaria che aveva un retroterra culturale “piccino e ristretto”.

Fu pubblicato in 15 puntate sul Giornale dei bambini nel 1881, concludendosi con l’impiccagione del burattino. È facile pensare che questa conclusione non sia piaciuta all’editore e così Collodi aggiunse altre puntate fino al gennaio del 1883 per divenire la storia che conosciamo oggi.
Per questo Pinocchio è stato definito “un capolavoro nato per caso”, definitosi man mano, quasi improvvisando.

L’autore nasce a Firenze nel 1826 da un cuoco e da una sarta. L’ambientazione del suo racconto è un paesaggio agricolo che fa da sfondo a quello umano caratterizzato dalla precarietà, dalla povertà e dalla fame.

Fame e povertà sono infatti gli elementi costanti di tutta la vicenda; da quando Pinocchio divora le pere che suo padre Geppetto aveva messo da parte per sé, per poi mangiarne avidamente anche il torsolo e i semi, al “rito della vestizione” per andare a scuola con un cappello di mollica di pane e un vestitino di carta. Nella casa in cui Geppetto forgia il burattino c’è perfino una pentola sul fuoco dipinta sul muro dalla quale esce del fumo.

Asor Rosa definisce la struttura del racconto una “struttura del compromesso”, in cui la narrazione è metà fiaba e metà novella. La storia  ha un contenuto educativo che termina con il riscatto del burattino, ma al tempo stesso ce lo fa amare proprio per la sua irriducibile “birichineria”, per la sua continua pulsione alla disobbedienza e per la sua maldestra ingenuità.

“Compromesso” anche perché fin da subito Pinocchio è un ibrido: è un po’ burattino e un po’ ragazzo, passando con grande facilità da un ruolo all’altro, e rappresentandoli metaforicamente tutti e due.

È stato definito da Giorgio Manganelli (che ha scritto nel 1977 Pinocchio: un libro parallelo) un libro di metamorfosi, in cui la trasformazione da una condizione all’altra è continua. Dice che è come se fossero «più libri intrecciati tra loro». Sempre secondo Manganelli il libro segue un percorso attraverso il regno dei morti «che ha il suo centro nel cuore nero del libro, ma che si estende a tutta la topografia collodiana, dal bosco verde scuro in cui biancheggia la casa mortuaria della Fata alla campagna popolata di faine dove Pinocchio fa il cane da guardia».

L’ambientazione è vero, è prevalentemente notturna, noir, mortifera, alternando alle caratteristiche di un racconto per  bambini una notevole dose di inquietudine che fa sperare al  lettore che alla fine ci sia una redenzione. Dopo una marea di disavventure, la redenzione ci sarà, sancita da un passaggio oltre che di stato anche di classe: dalla poverissima casa con la pentola fumante dipinta sul muro dove Pinocchio nasce, alla bella cameretta ben ammobiliata a casa della fatina nella quale si risveglia ragazzo.

Il premio per il suo ravvedimento non è quindi solo esistenziale, ma anche sociale: la sua disobbedienza e la pulsione per l’avventura si risolvono nel benessere e nella sicurezza. Nella sua trasformazione finale, come in quella assai più drammatica da burattino in ciuchino, non c’è nessun intervento soprannaturale, non c’è mai un intervento della “Provvidenza”. La Fatina o il Grillo Parlante intervengono ad ammonirlo come farebbe un buon amico o un adulto saggio: Pinocchio è, sempre secondo Asor Rosa, «insieme con I Malavoglia di Verga, l’opera letteraria più disincantata e laica dell’intero ottocento italiano».

L’ironia e il paradosso sono sempre presenti nel racconto, anche con qualche nota critica aggiungerei io. Il consulto con i medici ne è una lampante dimostrazione; la fatina chiama tre medici, un Corvo, una Civetta ed un Grillo Parlante per capire se Pinocchio è vivo o morto. I medici gli tastano il polso, poi il naso, poi il dito mignolo del piede per concludere: «a mio credere il burattino l’è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!»

La Civetta ribatte: «per me, invece, il burattino è sempre vivo, ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero». E il Grillo Parlante conclude saggiamente che quando non si è sicuri di quello che si dice la cosa più saggia è tacere.

Il paradosso pungente torna ancora quando il burattino viene derubato dal gatto e dalla Volpe dei suoi denari e subisce un processo sommario che si conclude con questa assurda sentenza: «Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione».

Quando qualche mese dopo il giovane imperatore della città di Acchiappa-Citrulli decide di emanare un’amnistia per i detenuti, Pinocchio non è nella lista dei malandrini da liberare. Per poter uscire dovrà stare al gioco e confessando la sua falsa colpevolezza dirà: «Domando scusa: sono un malandrino anch’io!» E la guardia risponderà: «in questo caso avete mille ragioni» e togliendosi il berretto in segno di saluto lo lascerà andare.

Le sue disavventure sono tantissime nel corso della storia, e tantissimi sono gli incontri. Ogni volta sembra avere compreso la lezione precedente, ma mentre si dirige pentito da Geppetto preoccupato per la sua scomparsa, accade sempre qualcosa che desta la sua curiosità e il suo desiderio di avventura e lo porta nuovamente fuori strada.

Gli incontri con la Fata sono delle piccole pause di riflessione, delle prese di coscienza al quale il lettore si abbandona, e nelle quali spera. Lei lo ammonisce, e lui promette. La sua pulsione di ragazzo, ancora non avvezzo al mondo, alla malizia, alle regole sociali,  suscita comprensione e solidarietà in chi legge; le  intenzioni di Pinocchio sono  sempre buone, generose, ma sempre interrotte da interventi delle autorità o di disonesti che lo raggirano con promesse di ogni genere.

Nella sua ultima avventura, quando ritrova Geppetto all’interno del ventre del Pescecane, farà a suo padre, senza mai riprendere fiato, il racconto di tutte le sue disavventure sicuro di essere perdonato. Ed è lì che avviene la sua trasformazione in adulto coraggioso ed intraprendente: prenderà Geppetto sulle spalle aspettando il momento giusto per uscire dalla pancia del Pescecane.

Sulla strada del ritorno salda i  conti sospesi con chi lo ha truffato e con chi invece ha cercato di aiutarlo. Impara un lavoro, impara a leggere e scrivere e con i suoi guadagni “restituisce” al babbo e alla Fatina il risultato dei loro insegnamenti. Il cerchio si chiude.

L’esperienza che ha della morte e poi della resurrezione  quando viene impiccato dal gatto e dalla volpe anticipa la seconda rinascita, quella da burattino a ragazzo; è un principio antico quello di ripetere due volte la stessa storia dandogli significati diversi.

Pinocchio è stato definito un romanzo dell’educazione, e trovo che sia assolutamente vero perché passa attraverso l’acquisizione della consapevolezza di se stesso, consapevolezza che guadagna attraverso una serie di errori. La cosa interessante è che non c’è mai retorica nell’ammonimento, mai un giudizio morale severo sui suoi sbagli, come fossero  pedagogici,  inevitabili, dovuti alla poca conoscenza di sè stesso e del mondo. Per questo forse, sia Geppetto che il lettore lo perdonano ogni volta con una facilità estrema, prevedendo e aspettando l’avventura successiva.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

2 risposte

  1. Che articolo originale e non didascalico come tutti gli altri su Pinocchio.
    Finalmente ho visto anch’io un Pinocchio fuori degli schemi di interpretazione e soprattutto un vero Pinocchio a due facce burattino/bambino, anche attuale.

  2. Caro Pino, anche per me è stata una vera sorpresa questa rilettura dopo tanti anni.
    Ma questa rilettura è stata in gran parte possibile, come scrivo nella recensione, grazie alla illuminante prefazione di Alberto Asor Rosa e del libro di Manganelli che lui menziona. Il secondo non ho avuto il tempo di leggerlo completamente prima di scrivere. L’ho preso in biblioteca e l’ho sfogliato soffermandomi su alcuni pezzi, ma mi prometto di finirlo perchè non immaginavo che il personaggio di Pinocchio offrisse così tanti spunti di riflessione e fosse così…”pungentemente rivoluzionario”.
    Grazie

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