Alcuni anni fa vidi Enzo Bianchi durante un’intervista e mi colpì molto il suo pensiero “moderno”. Purtroppo non sono riuscita a ritrovarla, l’avrei rivista volentieri e volentieri ve l’avrei segnalata. Me ne è però rimasta l’essenza. In quella intervista parlò del libro che aveva pubblicato da poco, dal titolo Il pane di ieri, (Einaudi 2008) che comprai e che mi piacque molto.
Sempre nell’intervista Bianchi si rivolgeva criticamente a chi si ostina a spiegare con un linguaggio pieno di dogmi e divieti cose che fanno parte del nostro patrimonio umano e antropologico. Solo “umanizzandoci”, sosteneva, riusciamo a riflettere sulle questioni etiche ed esistenziali in modo efficace. Restituire all’uomo la dignità e la libertà dei propri valori, del proprio benessere, è l’unica strada per “convertirlo” alla tolleranza, alla solidarietà, alla bellezza e all’armonia.
In quel periodo Enzo Bianchi era il priore della comunità di Bose in Piemonte della quale fu tra i fondatori nel 1965, mentre si concludeva il Concilio Vaticano II.
La comunità era e credo sia tuttora, formata da circa 80 monaci di tutti e due i sessi, ed è da sempre caratterizzata dal dialogo ecumenico tra le diverse chiese cristiane; proprio per questa ragione la comunità è sempre stata aperta all’ospitalità, allo studio e al confronto per permettere l’incontro tra le varie confessioni.
La vita dei monaci è impostata sulla preghiera e sul lavoro, che consiste prevalentemente nella cura dell’orto e del frutteto, nei laboratori di falegnameria, ceramica, di una tipografia e ovviamente sulla ricerca biblica e la predicazione nelle chiese locali.
Dopo una visita apostolica avvenuta a dicembre del 2019 vengono espresse delle perplessità in merito alla gestione dell’autorità all’interno della comunità. Nel 2020 viene disposto dalle autorità della Santa Sede l’allontanamento di Enzo Bianchi e altri tre monaci. Lui decide di restare comunque, e solo nel 2021, nuovamente sollecitato dalle autorità vaticane si ritira a Torino presso alcuni amici.
Nel 2022 annuncia di avere acquistato insieme ad altri un casale dove si stabilirà, e pubblica sul giornale la Repubblica un commento intitolato Se la fede rischia di implodere.
La questione è complessa, sicuramente degna di approfondimento, anche se ovviamente è difficilissimo riuscire a capire le profonde ragioni di questa vicenda che segue regole abbastanza diverse da quelle alle quali siamo abituati noi laici.
I fatti ai quali ci si riferisce sono avvenuti 11 anni dopo la pubblicazione di questo libro, e questo lo rende ancora più significativo.
Il pane di ieri è prevalentemente un libro di ricordi della sua infanzia vissuta tra le Langhe e il Monferrato, e di quel mondo contadino che gli è appartenuto. Ricordare è una difficile operazione «in cui si corre non solo e non tanto il rischio della nostalgia, quanto quello di rendere idilliaco ciò che in realtà non lo era affatto».
Nella saggezza contadina e popolare, il proverbio che ispira il titolo del libro “el pan ed sèira, l’è bon admàn” (il pane di ieri è buono domani), sta a significare che l’insegnamento che ci viene dal passato servirà per il futuro, e i valori dell’esistenza di chi ci ha preceduto sosterranno anche la nostra esistenza.
Nella breve ed intensa prefazione, esprime un grande senso di gratitudine per avere ricevuto questa eredità, e si sente debitore verso le persone che gli hanno procurato “gioia e consolazione”, da sempre accolte nella casa nativa dove sua madre ogni mattina poggiava sul tavolo il pane del giorno prima avvolto in un tovagliolo ricamato che portava la scritta: «olio, pane, vino e sale siano lezione e consolazione».
Questo concetto di essenzialità e bisogno di condivisione ci accompagna per tutto il libro, ma i suoi ricordi non sono mai addolciti dalla tolleranza dovuta all’età e alla nostalgia della giovinezza. Non maschera mai l’asprezza di quella vita e la durezza delle relazioni familiari. Non lascia che rimaniamo sedotti da quella vita di campagna, anzi.
I padri tornavano a casa dal lavoro imprecando e brontolando contro figli fannulloni e ribelli, contro i numerosi parenti che vivevano in casa. Le madri “servivano” a tavola e solo dopo mangiavano in piedi, spesso da sole. «In molte famiglie c’era di fatto una violenza verbale e psicologica, prima ancora che fisica, oggi difficile da immaginare».
Ognuno era chiamato a fare qualcosa, e ognuno doveva eseguire il proprio dovere “fino a crepare”: era il primo principio etico. Poi “non esagerare”, nel senso di avere il senso dei propri limiti, senza arroganza e ostentazione. Il terzo era “non prendersela”, sapere cioè fare fronte agli imprevisti e alle disavventure, e infine “non mescolare le cose”, nel senso di mantenere un ordine e una linearità del pensiero che esige trasparenza e chiarezza.
Questi principi etici erano da inserire in un contesto in cui la precarietà metereologica e gli imprevisti naturali segnavano continuamente il destino dei raccolti e di conseguenza il benessere o la miseria dei mesi che seguivano.
Tutto era perennemente in “forse”, e questo addestrava alle grandi incognite della vita che sicuramente si sono spostate su altri piani, su altre incertezze, ma che sono comunque sempre lì, in agguato, a ricordarci che non possiamo contare completamente sui nostri progetti.
La domanda “che tempo fa?” era una domanda che condizionava il lavoro, gli spostamenti, le previsioni del futuro immediato e meno immediato. Oggi fatichiamo ad immaginare che un evento atmosferico possa condizionare il nostro tenore di vita.
I suoi ricordi poi si spostano sui suoni, sui rumori. L’udito aveva una funzione oggi quasi completamente assorbita dalla vista, dalla lettura delle notizie. Il suono delle campane scandiva il trascorrere del tempo e gli eventi della comunità contadina: il passare delle ore, le morti, le feste. Era una lingua universale.
Il cibo aveva un ruolo essenziale in quella vita contadina e in questo libro: «la tavola è il luogo privilegiato per imparare, per ascoltare, per umanizzarsi (…) L’uomo ha cessato di essere un divoratore, un consumatore, frapponendo fra sé e il cibo riti di macellazione, tecniche di cottura, maestria di miscelazioni, arte della presentazione dei piatti, del cibo e del vino».
E a proposito di questa visione che dà per scontato che l’uomo ha fame e che il mondo è la sua risorsa da sfruttare e rispettare allo stesso tempo, ricorda altri “comandamenti” insegnati ai bambini e a lui stesso: mangiare solo quando si ha fame senza saziarsi completamente, apprezzando il cibo, ringraziando per averlo sulla tavola, cercando di condividerlo e stando allegri.
In cucina tutto si trasforma, la natura diventa cultura, esprime tradizioni ed identità; il tavolo diventa “la tavola”, che non è più un oggetto, un mobile, ma un luogo di incontro che richiede un «atto di fede da parte di chi cucina e da parte di chi mangia».
In questo rituale del cucinare e del mangiare si inserisce “il pane”, che è simbolicamente il cibo che sfama, che è presente in ogni detto e in ogni proverbio di tutto il mondo. Un pane unico, grande, che doveva essere posato al centro della tavola, dritto, mai rovesciato, spezzato solo quel tanto che non sarebbe avanzato, poi distribuito, e infine riconservato in un canovaccio e le briciole raccolte e sparse sul davanzale per gli uccelli.
A Torre Maura a Roma quando fu calpestato per protesta il pane destinato ai rom, Enzo Bianchi intervenne definendolo «un fatto che ci ha fatto vergognare», interpretando questo gesto come l’espressione della paura del diverso, dello straniero, dell’altro; una sintesi del rancore verso tutto quello che non va e della disperata ricerca di qualcuno e qualcosa che se ne assuma le responsabilità.
Il pane è la sintesi di tutti i processi di semina, crescita, raccolta, lavorazione. È il simbolo del cambiamento delle stagioni e del lavoro dell’uomo.
Subito dopo viene il vino, che ha una valenza quasi altrettanto importante. Il vino della terra di Bianchi è buono, pregiato. Anche i filari di vite come i campi di grano trasudano il lavoro paziente, la cura e la cultura. La vigna non è una coltivazione subito redditizia, anche quando il vitigno è pregiato. Inizia a dare i suoi frutti parecchio tempo dopo: è un investimento dell’uomo sulla terra. Anche per questo la vendemmia è una festa alla quale tutti partecipano, anche quelli che la vigna non ce l’hanno. La festa di fine della vendemmia è come un grande sospiro di sollievo. I timori della grandine, della pioggia battente, del vento troppo forte sono finalmente finiti.
Il viaggio continua. Enzo Bianchi sembra un “cicerone” che ci accompagna e ci spiega come godere di tutte quelle piccole cose un po’ dimenticate che hanno accompagnato la sua infanzia. Sono ricordi delicati, un po’ dolci e un po’ malinconici.
Gli ultimi capitoli sono dedicati alle persone: la figura del prete, le riunioni del Natale, le amicizie, le compagnie, i medicanti. «I grandi maestri anonimi» definisce gli uomini poveri che avevano un patrimonio di umanità e di esperienza di fatica, estraneità, emarginazione. Uno di questi girava tutta l’Italia del nord in bicicletta fabbricando e impagliando sedie. Ogni tanto nelle sere invernali più rigide veniva ospitato, e poi riprendeva il suo lavoro itinerante.
Nelle ultime pagine la semplicità e l’umiltà della saggezza contadina si sovrappongono alla fede. Qualunque sia il modo di vedere la vita, c’è un momento in cui bisogna riconciliarsi con la morte. Bianchi è un uomo di fede, ma non ha troppa importanza; questa visione è secondo me soprattutto umana, laica, universale. Nel suo dialetto si dice «L’è ura d’andè» (è ora di andare). Si diceva ai bambini per mandarli a letto. Ora lo dice a se stesso alle soglie della vecchiaia: «prepararsi, colmando la vita di quanto può sostenerci fino alla morte».
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








