Fa un po’ “impressione” leggere il libro di Lidia Ravera In fondo, a sinistra… edito da Melampo, 21 anni dopo la sua uscita.

Lidia Ravera già allora era colpita e molto preoccupata per lo scenario politico e sociale di quegli anni. C’era stato da poco l’attentato alle Torri Gemelle, era in corso la guerra in Iraq e Afghanistan, mentre nel nostro paese ci si preparava ad affrontare i referendum sulla fecondazione assistita, la fecondazione eterologa, e sulla possibilità di fare ricerca sugli embrioni; referendum che non raggiunsero il quorum. Eventi assolutamente difficili da paragonare ed affrontare, ma comunque segnali di un momento complesso e poco stabile, che a me ricorda parecchio quello attuale.
«Lo scenario è piuttosto orribile: alla fame di sempre che affligge due terzi del pianeta, allo sviluppo irresponsabile che ne distrugge l’equilibrio ecologico, si aggiunge un incremento esponenziale dell’arroganza dei potenti: guerre preventive, guerre curative, guerre chirurgiche, terrorismo: morte e disperazione. E noi, governati da un manipolo di avventizi della politica (…), a soffrire in questa provincia dell’Impero, inascoltati nella nostra richiesta di non aderire ad una guerra ingiusta, costretti a consumare la broda velenosa dell’altrui propaganda, bombardati da una televisione che falsifica, quasi tutta al servizio di un unico padrone».
Da queste amare considerazioni nasce l’esigenza di scrivere questo libro, perché come l’autrice scrive magistralmente nella prefazione, «le parole hanno durate diverse: se parli sono volatili. Se dialoghi ne consegni il senso al tuo interlocutore: durano un po’ di più ma sono utensili (…). L’interlocutore se ne va portandosele via, le interpreta come sa, le ricorda come riesce: soltanto se le scrivi le parole restano e lasciano una traccia inequivocabile (…). Per questo, prima di metterle per iscritto, le parole si scelgono accuratamente».
I brevi capitoli che compongono questo libro sono solo apparentemente frammentati: riguardano la politica, la guerra e la pace, la condizione femminile, la famiglia, le istituzioni. C’è un collante che li unisce tutti, ed è il senso critico dell’autrice, il metodo che usa per porsi degli interrogativi, la razionalità con la quale analizza ogni cosa. Contemporaneamente cerca di svelare la matrice di tanti luoghi comuni e comportamenti che troppo spesso diamo per scontati.
C’è un meraviglioso omaggio a Marco Lombardo Radice e Giaime Pintor. Tutti e due erano figli di uomini importanti della sinistra degli anni 70 – 80, amici tra loro e tutti e due scomparsi prematuramente. Marco, impegnato nel disagio giovanile dell’età evolutiva, scrisse con Ravera Porci con le ali, un libro che fece scalpore. Parlava della storia di Rocco e Antonia, ed era un libro che voleva educare ancora prima che raccontare.
Erano gli anni in cui il rapporto tra i giovanissimi e la libertà sessuale aveva dei canoni anticonformisti quasi obbligatori. Sembrava un libricino leggero e divertente; in realtà iniziava a fare i conti con i tanti cambiamenti di quegli anni, dove il privato era politico, e si doveva renderne conto. Alla fine di quel percorso di seria e divertente auto-coscienza, lo scopo era fare dei due protagonisti Rocco e Antonia, due adulti nuovi, capaci di guardare se stessi con lucida cattiveria, accettando di dire e farsi dire cose dure senza mai barare.
Molte pagine sono dedicate alla “questione femminile”. Sono stata molto felice di vedere che Lidia Ravera non parte, come si fa la maggior parte delle volte, da esempi scontatamente discriminatori, ma fa un’operazione più profonda, direi più “politica”, che vedo fare raramente. Racconta dell’unico generale donna delle forze armate USA, responsabile di violenze ed umiliazioni nei confronti dei prigionieri islamici di Abu Ghraib, e di una caporale italiana responsabile di pesanti episodi di nonnismo ai danni di giovani soldati maschi.
«La famosa diversità esiste, ma raramente veste tute mimetiche o altre divise militari. (…) C’è la diversità femminile, ma sta perdendo. È messa all’angolo, in questo precipizio verso una società dominante “cazzuta”, una società dove si impone lo stile del più forte, riducendo il debole a mero mercato, banchetto di petrolio e povertà».
Si chiede perché sia più frequente omologarsi al “truce” e diventare donne che pagano il prezzo della perdita di un’identità “migliore”.
Molte non ci stanno, e continuano a fare quello che con loro anche gli uomini dovrebbero fare: marciano e lottano contro il razzismo, contro la legge islamica della Sharia, contro i loro salari più bassi, tutto nel segno della comprensione e della compassione.
Attacca molto duramente l’emulazione del peggiore e la rivincita della barbarie; certo, si può comprensibilmente obiettare che queste nefandezze si notano di più quando sono le donne a compierle, a dimostrazione del fatto che sono più rare. Ma speriamo insieme lei che il futuro non sia una caserma piena di donne che sembrano uomini scemi.
Speriamo, per ognuno dei temi che la Ravera affronta criticamente e coraggiosamente, di rivedere almeno per un attimo quel mondo che abbiamo sognato, “spegnendo” quello attuale e poter godere di una piccola tregua, nella tristezza e nel dolore.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.
