Il titolo del libro di Luigi Pintor La signora Kirchgessner (edito da Bollati Boringhieri nel 1998) mi incuriosì. Mi chiesi chi fosse questa signora, e lui stesso così la definisce, senza aggiungere altro: “La signora K. afflitta da cecità ma virtuosa di glasharmonika che per tutta la vita dilettò le aristocazie col suo strumento di cristallo. I suoni sono meno ingannevoli delle parole” (la glasharmonika è un’armonica a bicchieri che ottiene i diversi suoni regolando la quantità di liquido che vi si trova all’interno).
Con questa metafora ci fa subito capire che le parole possono essere ambigue e forse per questo in questo piccolo ma densissimo libro le misura con tanta sobrietà e parsimonia.
Luigi Pintor è stato giornalista per l’Unità dal ‘46 al ‘65. È stato eletto nelle liste del Pci, ma poi, nel ‘69, si schierò contro la scelta dell’Urss di invadere la Cecoslovacchia e per questo venne radiato dal partito. Nel 1965 ha fondato, insieme ad altri colleghi, “Il Manifesto, il giornale che lo ha reso più conosciuto.
Ma questa sintesi vuole essere solo una piccola presentazione politica dell’autore. In questo libro si racconta intimamente, cosa molto anomala per un carattere asciutto e riservato come il suo. La parte più importante della sua vita è forse questa, che guarda con nostalgia e disincanto. A volte sembra sfiorare un po’ di cinismo, ma la delicatezza e la poesia ammorbidiscono i toni.
Luigi Pintor ha avuto una vita difficile, dura, costellata di perdite.
Di origini sarde, nasce a Roma ma trascorre l’infanzia in Sardegna per poi tornare a Roma alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale: «Un piroscafo di linea mi riportò con le sorelle nella capitale da cui ero partito quindici anni prima. Gli ascensori e i telefoni, le piazze e i palazzi, le fontane e le cupole mi fecero la stessa impressione che provò il signore delle scimmie quando scese dagli alberi e tornò a vivere nella contea di Greystoke».
Perde il suo amatissimo fratello Giaime nel ‘43. Si arruola tra i partigiani, nel ‘44 viene arrestato, torturato e condannato a morte. L’arrivo degli americani sarà la sua salvezza. Di questi episodi parla poco nel libro, si limita con molto pudore a confonderli tra gli altri ricordi e fa molta attenzione a non ostentarli. Anni dopo perderà anche il figlio, che porta il nome del fratello morto durante la guerra, al quale dedica queste confidenze: «Vorrei dedicarle a un figliol prodigo molto amato ma non credo che approverebbe. Ogni giorno ripeto in sua memoria: pace a te, uomo non pratico, ostinato idealista, pessimo soggetto in un mondo straniero. Ma non ottengo risposta né perdono».
Il racconto è suddiviso in 25 piccoli capitoli. In modo essenziale ma estremamente poetico racconta della sua isola, dell’infanzia, dei genitori, della casa, del borgo, le lezioni di pianoforte, di alcuni incontri.
Paragona la sua vita privata a quella di un pesce rosso che «gira in tondo nel suo piccolo mondo»(…) «Ma è un paragone improprio. Chi può escludere che un pesce rosso abbia una fervida immaginazione e un’esistenza avventurosa? Io non credo che si limiti a girare in tondo nel suo piccolo mondo come è stato per me». La copertina del libro ne mostra un delizioso acquarello.
Gli episodi che racconta e sui quali dà l’impressione di riflettere con il lettore man mano che li scrive, sono una rivisitazione del suo passato un po’ disincantata e un po’ struggente. Ogni tanto tira una conclusione, molto personale, ma lapidaria. Menziona con un po’ di rimpianto la sensibilità musicale del padre: «interruppe la carriera per sposarsi e altrettanto fece mia madre, sacrificando le sue curiosità letterarie. Le unioni coniugali sentimentali dovrebbero essere proibite».
La guerra è sicuramente un argomento attorno al quale ruotano molti dei suoi ricordi. Ora, che purtroppo la guerra sta tornando presente nelle nostre paure e nelle nostre incertezze, mi colpisce molto questa sua riflessione:«Ero certo che quella guerra sarebbe stata l’ultima nella storia della specie. Una lotta assoluta tra il bene e il male non ammette repliche. Il mondo sceglieva tra salvezza e dannazione e sarebbe uscito purificato dal diluvio universale. Non lo pensavo solo io ma tutti lo pensavano, anche se non incontro per strada più nessuno che se ne ricordi (…). Nessuno poteva immaginare (…) che 40 milioni di cadaveri sarebbero stati smaltiti come un carico di scorie e dimenticati il giorno dopo».
Il suo percorso nel disincanto di chi ha i piedi saldamente ancorati a terra continua prendendo come pretesto una seria diagnosi appena comunicatagli: «Ingaggiai e vinsi una battaglia campale contro il meccanicismo del ragionamento, giacchè non è obbligatorio che due o tre patologie parallele siano connesse. Da quel momento mi convertii al dubbio metodico cessando per sempre di credere che due più due fa quattro, che la ruota della storia gira in avanti, che il progresso si misura sui listini di borsa, che gli ultimi saranno i primi».
Si mette in discussione, severamente, senza sconti. In un’agenda del figlio trova degli appunti relativi al suo ricovero di bambino, in cui elogia e contesta l’efficienza pragmatica del padre a discapito di una affettività e con dolore Luigi Pintor afferma: «Io non capivo che la mia trepidazione paterna non trasmetteva intimità e tenerezza ma estraneità e imposizione. E continuerò a non capirlo in più gravi circostanze. Può dunque capitare di mettere al mondo un bambino con suo patimento, di non aiutarlo a starci, di farlo crescere in sofferenza e morire in solitudine».
L’ultimo capitolo chiude il cerchio, o almeno ci prova. Sente il bisogno di spiegare, quasi di giustificare l’umore nero che accompagna i suoi racconti. Distingue tra i risultati e le intenzioni. Se guarda i risultati non rifarebbe quasi nulla di quello che ha fatto. Ma se invece osserva le intenzioni tutto cambia. Consiglierebbe una “rivoluzione sentimentale”.
L’uomo è imperfetto, non impara molto dalla storia, e quindi non si può essere che pessimisti. Ma se immaginiamo di essere di fronte ad un malato terminale, fargli degli auguri di guarigione è giusto ed umano, anche se non si raggiungerà lo scopo desiderato.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.









2 risposte
Cara signora Baghino,
dopo aver terminato la lettura della Signora Kirkgessner ho sentito il bisogno di leggere qualcosa a riguardo e per questo la ringrazio per le osservazioni della sua recensione. Pure colpito dallo stile asciutto delle pagine, trovo che questa prosa sia marcatamente ellittica, forse per un eccesso di pudore. A volte se ne esce disorientati. Nella sua scheda ci sono una serie di errori fattuali sulla biografia di Pintor, ma questo forse non è così importante.
Buongiorno a lei signor Alberto. La ringrazio del commento perchè offre sempre uno spunto di riflessione. Concordo sul fatto che lo stile del libro è asciutto ed essenziale; anche gli altri libri di Pintor lo sono e a me piace tanto anche per questo. Un eccesso di pudore dice lei: è probabile, perchè anche nei rapporti con i colleghi de Il Manifesto e nei suoi rapporti privati risulta essere stato sempre molto introverso e discreto, cosa che in un momento storico come questo, dove visibilità e ridondanza fanno da padrone, si nota ancora di più. Le cose che ho scritto sulla biografia di Pintor sono state prese da alcuni ritagli di giorrnale che avevo conservato alla sua morte e in parte su wikipedia. Se ci sono imprecisioni le sarei grata di correggerle perchè è un autore che amo molto.
La ringrazio ancora
Rita Baghino