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L’infinito viaggiare di Claudio Magris. Vivere l’attimo senza sacrificarlo al futuro

di Rita Baghino

Il libro di Claudio Magris L’infinito viaggiare (Mondadori 2005) inizia con la frase «le prefazioni sono sempre sospette». E mentre cerca di spiegare i motivi di questa affermazione, la prefazione diventa la colonna portante del libro, la sua intensa spiegazione e interpretazione, il prologo del viaggio metafora della vita, «un continuo preambolo a qualcosa che deve sempre ancora venire».

Le prefazioni sono una specie di bagaglio nel quale si dimentica sempre di mettere qualcosa di importante e dove al ritorno vi si ritrovano oggetti che non ricordavamo avervi messo. Così, in questa “valigia-prefazione” Magris focalizza dei punti che saranno fondamentali per interpretare i successivi brevi racconti del quale il libro è composto.

Sempre in questo prologo spiega perché «Il viaggio è una persuasione, la capacità di vivere l’attimo senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi». È una immersione nel presente come quando ci si abbandona davanti alla vista del mare o allo scorrere armonioso della vita.

I luoghi diventano «tappe e dimore nel cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo». Si sosta da qualche parte, con rispetto e gratitudine, capendo umilmente che in luoghi ignoti tra gente sconosciuta, si è “Nessuno”.

Si è diretti sempre verso casa, come Ulisse e tanti altri personaggi per i quali sono l’assenza e poi il ritorno a trasformare la natura stessa della patria abbandonata.

Itaca non sarebbe tale se il protagonista dell’Odissea non l’avesse lasciata così a lungo. Ne “la ballata sull’amore e sulla morte” di Rilke, l’alfiere chiede al marchese: «Perché cavalcate per queste terre?» «Per ritornare» risponde l’altro.

Nella società moderna il viaggio smette di essere circolare, classico, edipico, e diventa un fuggire violento, una linea retta che non torna da dove è iniziata e quindi perde il potere di trasformare il punto di partenza dopo l’esperienza vissuta.

Viaggiare significa attraversare le frontiere di ogni tipo, saperle amare e rispettare come si fa con i limiti umani, con la morte. Nella realtà di quando Magris era bambino la frontiera tra Trieste e la Jugoslavia era una barriera invalicabile. Il mondo era diviso in due dalla Cortina di Ferro. Lì iniziava l’impero di Stalin, temuto, disprezzato, ma al tempo stesso quelle terre erano state Italia ed erano quindi più che conosciute.

Il noto e l’ignoto esercitano ambedue un richiamo, un fascino: viaggiare tra utopia e disincanto, viaggiare attraverso la storia oltre che attraverso i luoghi. La  storia intreccia in modo imprescindibile la vita, il viaggio e la letteratura; e la letteratura più autentica è quella che descrive i fatti, i cambiamenti, così come li può cogliere un reporter in uno scatto. Quindi il viaggio è nello spazio ma anche nel tempo e contro il tempo.

Viaggiare è immorale, crudele; è inutile fuggire, l’angoscia ci segue. L’io forte resta a casa, ancorato, stabile. Chi viaggia è solo uno spettatore che non ha responsabilità delle brutture che attraversa, della realtà che incontra. Non può rimproverarsi nulla, è sempre di passaggio, e può semplicemente spostarsi un po’ più in là. È a casa che si svolge l’avventura, che si consuma la vita e la capacità di costruire. La casa è lo spazio esposto al conflitto e alle esperienze più concrete.

Il viaggiatore di cui Magris parla è quello mitteleuropeo: viaggia soprattutto per raggiungere il mare, spazio sconfinato per eccellenza, «che apre alle grandi domande sul destino e sul senso del bene e del male».

I luoghi sono diversi, alcuni seducono, altri meno.  Alcuni sono eloquenti, si aprono a chi li visita. Altri si chiudono e l’incontro fallisce. «Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché già la prima volta risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso riconoscere».

Dopo questa intensissima prefazione impossibile da sintetizzare tanto è densa ed essenziale, inizia il libro vero e proprio. È una raccolta di viaggi vissuti tra il 1981 e il 2004 e uso volentieri il termine “vissuti” perché sono una mescolanza di descrizioni di luoghi, di emozioni, di riferimenti letterari, di aneddoti, che ne fanno molto di più di una raccolta di racconti.

Scrivere, dice l’autore, ha una sua età, un suo tempo, perfino nelle pagine mai datate della grande letteratura dei classici. In questi 23 anni ci sono stati eventi importanti nel mondo, mutamenti radicali.

Alcune pagine sono state scritte quando Berlino era ancora divisa dal muro, ma il senso delle pagine di Magris vuole essere soprattutto quello univoco del momento in cui sono state vissute, e gli eventi hanno a volte smentito e a volte confermato le affermazioni che contengono.

A Madrid ad esempio, si sofferma sulla descrizione di uno spettacolo di marionette nel parco del Retiro, poi alla biblioteca Nacional. Poi continua con Barcellona, le Canarie, Londra, la Cornovaglia, Berlino, Freiburg, la Baviera e il castello di Ludwig, Dresda, Vienna, Zagabria, Istria, Praga, la Polonia. In ognuna delle sue mete c’è una sintesi riflessiva, trasversale, che riesce a non lasciare fuori nessuno dei fili spazio temporali che dovremmo tenere in mano ogni volta che visitiamo qualcosa di nuovo.

Ma c’è un racconto tra tutti che mi è particolarmente caro, che si intitola: Un padre, un figlio. I due si trovano alla galleria Thyssen-Bornemisza di Madrid. Il padre ha circa 75 anni e conduce per mano il figlio affetto da sindrome di Down. Il padre si ferma davanti ad un Tiziano, ad un beato Angelico, parla a suo figlio, non è stanco di farlo né tanto meno angosciato; il ragazzo  lo ascolta. Ad un tratto l’uomo, davanti ad un ritratto della Regina di Spagna esclama a voce alta, togliendosi il cappello in segno di rispetto: «Vélasquez!» Il dolore di quella minorazione non ha sottratto nulla alla bellezza del dipinto né al bisogno  di comunicarla al figlio. C’è una grandezza, una maestosità in quel gesto che basta “come si basta l’amore”.

È una scena commovente quella che Magris coglie, come poche preziosissime volte accade quando le tematiche essenziali del nostro essere convergono tutte nello stesso luogo e nello stesso istante. Poteva accadere dovunque, ma è accaduto li, e a quel luogo resta legato.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

Una risposta

  1. In un antico viaggiare, c’era anche un’apertura dello spirito che permetteva di non pensare al ritorno; e addirittura, qualche volta, di pensare che si sarebbe anche potuto non tornare mai a casa.
    In realtà, poi, a casa ci sono sempre tornato. Quell’apertura, però, oggi mi manca.
    Il viaggiare è diventato un contratto a tempo determinato, una missione breve devo conoscere un luogo nuovo, con la sua storia e le sue persone, nel giro di giorni quattordici ed ore cinque in mezzo ad una folla di altri turisti, perché il biglietto di ritorno è già prenotato.
    Il tempo di immergersi e perdersi non c’è più e con lui se n’è andato anche molto del tempo per capire.
    Peccato.

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