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L’Invincibile estate di Liliana di Cristina Rivera Garza. La furia che rompe il silenzio.

di Rita Baghino

L’invincibile estate di Liliana di Cristina Rivera Garza del 2021 casa editrice SUR, è un libro che ho scoperto per caso leggendo la graduatoria dei migliori 100 libri del 900 uscita all’inizio di luglio sul New York Times.

Il titolo mi ha incuriosito, e quando ho letto che era solo una parte di questa frase di Camus: «Nel bel mezzo dell’inverno ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate», ho deciso  comprarlo, perché questa frase mi ha fatto pensare ad un senso di rivalsa “solare”, non rivendicativo, una promessa al futuro, come quando cerchiamo uno spiraglio di speranza spremendo la vita verso la quale a volte ci sentiamo creditori.

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L’Invincibile estate di Liliana, Cristina Rivera Garza

L’autrice è la sorella di Liliana; è una celebre scrittrice messicana di racconti, saggi, poesie, vincitrice per due volte del premio Sor Juana Inez De La Cruz e di altri riconoscimenti.

Liliana era una giovanissima studentessa di architettura,  che nel 1990 fu vittima di un brutale omicidio commesso dal suo fidanzato. Dopo 30 anni da questa vicenda, rimasta impunita come la maggior parte in Messico, l’autrice decide di ripercorrere la vita di sua sorella, cercando di ricostruirne la personalità, i sogni, i progetti.

La parola femminicidio non si usava ancora negli anni 90, anche se in Messico i cosiddetti “delitti passionali” erano già parecchi. Poco prima della fine della stesura del libro l’autrice racconta di una manifestazione davanti alla procura di Città del Messico:

«Un plotone di femministe furibonde con i loro fazzoletti verdi si è riunito davanti a questo edificio bianco per chiedere giustizia: in Messico si commettono 10 femminicidi ogni giorno, e per quanto con il passare degli anni queste notizie siano state normalizzate, lo stupro di un’adolescente perpetrato dai membri della polizia locale sull’autopattuglia di servizio, ha scatenato una nuova ondata di indignazione (…) Il movimento femminista raduna sempre più donne, sempre più giovani, cresciute in una città e in un paese che le molesta a ogni passo e non le lascia in pace. Donne che muoiono e tuttavia sono vive (…) Siamo loro nel passato, e siamo loro nel futuro, e al tempo stesso siamo altre. Donne in cerca di giustizia. Donne esauste ma unite. Ormai stufe ma con una pazienza secolare. Ormai per sempre furiose.»

Cristina intraprende un viaggio dagli stati Uniti dove vive e lavora, verso Azcapotzalco, una delegazione alla periferia di Città del Messico dove Liliana studiava, per cercare di recuperare i fascicoli archiviati dalla magistratura e fare luce sulla vicenda. «Sette scatole di cartone e tre o quattro ceste dipinte di color lavanda: gli averi di Liliana». Erano rimaste chiuse per trent’anni: «Per trent’anni rimasero lì, in vista, ma non a portata». E infine gli articoli della stampa che trattavano del delitto.

Il libro si snoda in un percorso spazio temporale in cui Cristina segue passo dopo passo la storia della sorella, attraverso i suoi scritti autentici e attraverso le testimonianze di persone che l’avevano conosciuta e frequentata. Liliana aveva avuto da sempre l’abitudine di tenere una descrizione piuttosto minuziosa delle cose che faceva, che pensava, e delle lettere che scriveva e riceveva. Molti stralci di questi scritti vengono pubblicati nel libro, alternandosi con brevi conversazioni avute dalla scrittrice  con i suoi amici, con lei stessa e i loro genitori, costruendo una sorta di “testimonianza collettiva.”

Da tutto questo materiale, ordinato nel libro secondo un criterio molto originale, con salti di tempo e di stile sanciti anche da caratteri ortografici diversi, emerge il profilo di una ragazza solare ma tormentata, con le contraddizioni di una ventenne che scopre se stessa e il mondo, sicuramente molto profonda, innamorata della vita e dunque piena di progetti.

È un libro che ha una valenza fortemente politica, perché la persecuzione nei confronti di chi vuole affermare la propria vita, la propria autonomia, la propria libertà, è un atto politico.

L’argomento è delicatissimo per non dire scottante, e facilmente si può cadere nei luoghi comuni o in cose già dette e troppe volte ripetute. Ma l’autrice si tiene a debita distanza da questo rischio, e più volte ne parla:

«la tentazione di ricostruire la vita di Liliana come una vittima inerme di fronte al potere soverchiante del maschio è stata grande. Per questo ho preferito far parlare lei stessa: ho avuto l’impressione che ad ogni curva della strada, anche nei momenti più oscuri, Liliana non abbia mai perso la capacità di vedere se stessa come autrice della propria vita.»

Liliana, come testimoniano tutte le ricostruzioni curate dalla sorella, provò e riuscì fino alla fine a non isolarsi, ma ogni volta il suo assassino la sorprendeva scatenando una furia che poteva finire in botte, urli, scenate, minacce di suicidio.

Liliana affronta anche un aborto in completa solitudine. Si lecca le ferite e ancora una volta resiste e cammina verso un futuro consapevole e libero. Il  machismo scontato e normalizzato la imprigionava. Lo sapeva e ogni volta cercava di rialzarsi.

La scrittrice si fa la domanda più difficile di tutte, quella che ci si fa sempre: «Perché Liliana continuava a tornare ad una relazione che, almeno da fuori, le offriva solo instabilità e dolore?» La domanda rischia di rimanere senza risposta perché ha a che fare con una parte irrazionale di noi troppo complessa.

Sicuramente «nel 1990, quando la violenza di coppia continuava ad essere strettamente associata ad eccessi di passione che a volte si trasformavano inavvertitamente in delitti, quando né le vittime, né i loro cari, né gli abusanti avevano un linguaggio capace di definire la violenza perpetrata in nome dell’amore (…) era facile non essere al corrente del rischio mortale che tale violenza implicava».

Qualche settimana prima dell’uccisione Liliana stava scoprendo che in lei abitava un’invincibile estate.

E di fatto passò un’estate indimenticabile a Oaxaca, una città a sud di Città del Messico, a Huatulco, a Puerto Escondido. Tende, zaini da campeggio, scatolette di cibo, pochi soldi. tanta curiosità e tanti amici. “Era il viaggio della vita. L’emozione, l’intensità, la voglia di divertirci e di spassarcela si sentivano nell’aria”.

Dopo quell’estate Liliana decide di lasciare il suo assassino per sempre, di iscriversi ad un master e proseguire i suoi studi a Londra.

Il suo ex fidanzato non accettò che lei potesse avere una vita qualsiasi senza di lui, che lei fosse così brillante, determinata, innamorata dei suoi progetti e del suo futuro. Così di notte entrò nella casa di lei e la soffocò mentre dormiva.

Tutte le persone ascoltate dall’autrice dicono che Liliana è ancora, sempre, terribilmente assente nelle vite dei suoi amici e familiari, ma è una presenza fortissima, tangibile.

La scrittrice dice in una pagina molto toccante che la presenza dei morti ci accompagna, vede attraverso i nostri occhi e percepisce attraverso i nostri sensi. Non è tuttavia una interpretazione mistica, ma semplicemente il senso del lutto, dell’essere rimasti soli celebrando in ogni istante una presenza che non è più con noi, che riesce ad essere contemporaneamente presenza ed assenza devastante.

È  un libro che riesce a coniugare armoniosamente dolore, rabbia, denuncia e amore. Sembra quasi di averla conosciuta, vista, di averla sentita parlare e vivere. Durante la lettura ci sentiamo tutti sua sorella, sua madre, suo padre.

Inutile dire che al processo senza imputato sono stati fatti i soliti tentativi di infangare la vita di Liliana. Troppo libera, troppo intelligente, troppo tutto. Il padre di Liliana alle domande della figlia scrittrice sulle indagini risponde soltanto: «non me lo chiedere, per favore. Non posso ripeterle. Le parole usate dai poliziotti insozzano la vita di nostra figlia.»

Questo libro, oltre ad essere un bellissimo romanzo è un omaggio a tutte quelle persone alle quali è doveroso restituire spazio e voce.

Fra poco ricorrerà il primo anniversario della morte di Giulia Cecchettin. Ci sono molte assonanze in queste storie, è impossibile non pensarci: un’altra donna che ha pagato cara la propria determinazione,  il proprio coraggio e la propria libertà.

E di somiglianze ce ne sono anche nelle reazioni, sia delle donne messicane con i fazzoletti verdi che in quelle che sono scese in piazza a novembre del 2023 che spontaneamente decisero di fare rumore con le chiavi o qualunque altra cosa gli capitasse a tiro. Finalmente una “furia” che rompe il silenzio.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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