Con un linguaggio estremamente raffinato, Antonella Ottai nel suo libro Il croccante e i pinoli (Sellerio), ci racconta in un modo personalissimo ed intenso un passaggio generazionale, usando come vettore il cibo.
Raccoglie con serietà e competenza sette ricette “ereditate” dalla madre per trasmetterle alla figlia. In un altalenare di sintonie, somiglianze, affinità, ma soprattutto di conflitti, cerca di restituire quello che ha ricevuto, condendolo di qualche piccola modifica frutto di tentativi ed esperienza culinaria, esattamente come quando si cerca una mediazione tra quello che ci hanno insegnato e quello che vorremmo a nostra volta tramandare.
Le ricette sono tradizionali nella loro stesura, e ognuna corrisponde ad un momento cruciale della sua esistenza. Alcune appartengono alla cucina ungherese della quale la scrittrice rivendica le origini paterne. Iniziano con l’elenco degli ingredienti e le loro quantità, poi la fattura e il grado di difficoltà. A questo punto l’esecuzione si alterna a consigli di vita, riflessioni esistenziali, ricordi teneri e ricordi più bui e dolorosi.
I connubi tra i sapori diventano simboliche affinità o contrasti tra passato e presente, origini e aspirazioni; le figure parentali dell’infanzia, con il loro scontento, le loro delusioni e i loro atti più amorevoli diventano parte del procedimento.
La madre della scrittrice è una figura centrale, abruzzese di origine, con le sue difficoltà di adattarsi «ai comportamenti urbani». Il borgo natio diventa per sua madre il simbolo della agognata fuga, una sorta di pretesto e al tempo stesso di spiraglio. «La fuga era oramai solo una figura che le abitava dentro e la spingeva a sottrarsi alla realtà in cui si trovava, ma aveva perduto ogni meta e ogni concreta direzione (…) Il luogo era un atto di negazione, un’origine perduta senza speranza di ritorno, un’idea minacciata dall’esistenza della sua stessa realtà storica e geografica».
La madre e le zie, una materna e una paterna, sono archetipi che ricorrono nei suoi ricordi di infanzia, non riuscendo mai a smettere di cercarne il dissenso o l’approvazione.
Si scopre nella stesura delle ricette, un piacere nel trasmettere quei sapori così significativi. Era impossibile, negli anni difficili delle difficoltà economiche, trovare un gusto in quella che definisce «una nutrizione che inesorabilmente ci convocava ogni giorno alla stessa ora, stabiliva un ordine al di sopra e al di fuori di noi, verso il quale ciascuno coltivava la propria strategia di sottrazione».
C’è anche, sfumato ma presente, un sottofondo di eventi storici. I moti ungheresi del 56 che si conclusero con una disfatta per il paese e molti morti, segnano l’ingresso della radio nella sua casa e il permesso di ascoltarla durante i pasti.
Più tardi, i moti del 68 e i risvolti contro gli Usa impegnati nella discutibilissima guerra in Vietnam le suggeriscono un affermazione ironica come: «odio il pomodoro (…) Nel più profondo del mio essere ci doveva essere la convinzione che un continente che comincia dispensando il pomodoro poi finisce per bombardare con il napalm».
L’evoluzione simbolica del suo modo di cucinare procede per adattamenti ed esperimenti. Esiste un «periodo azzurro (…) quando davo ormai prova di saper procedere all’interno delle ricette originali per scarti repentini, geniali sovvertimenti e fulminee invenzioni». Era un periodo in cui la cucina prendeva il posto di qualche piccolo fallimento o delusione, e serviva a salvarla dalla depressione in attesa di trovare qualche altra cosa accattivante di cui interessarsi.
La cucina rappresentava la coesione familiare e quando con l’autrice ancora bambina venne ad abitare la nonna paterna, iniziarono i doppi menu che palesavano una leggera schizofrenia che era il risultato delle diverse provenienze. La nonna parlava di ricchezze e fasti posseduti e poi dissipati; si era destreggiata nelle vicende della guerra, dell’invasione russa, della fuga, riuscendo a far proseguire gli studi nei collegi europei ai figli. Questo faceva: rubava la scena alla mamma, che diventava sempre più anonima e posseduta da un male che la rendeva estranea a se stessa. L’autrice non ne esce indenne, come era ovvio che fosse, e ancora una volta si racconta intimamente attraverso la cucina. Le resta una rimozione dei piatti greco/balcanici a favore di quelli ungheresi.
Attraverso la ricetta del semolino con tutte le sue varianti, analizza il periodo delle lotte e le relative differenze con l’uomo che sarà suo marito. Lei coinvolta, immersa nei venti degli ideali. Lui e i suoi amici più immuni da tutto questo, con una identità senza imprevisti. E’ il 1975, l’anno del massacro del Circeo, della morte di Pasolini, della nascita della figlia, dell’inizio delle distanze con il compagno. Il semolino rimane la cesura primordiale dello “svezzamento” e delle regressioni infantili.
Continua così fino all’ultima pagina, destreggiandosi elegantemente tra ricette, ricordi, digressioni di ogni genere, nostalgie, ammissioni di errori. Tutto compiendo un onestissimo, trasparente passaggio di testimone alla figlia, della quale soffre ma rispetta i silenzi, le incomprensioni, le differenze, sapendo bene che tante delle delusioni e delle aspettative materne non sono altro che le “nostre” delusioni e il rimpianto di quello che avremmo voluto essere e non siamo riusciti ad essere. «Solo quando le raccontiamo le strade che abbiamo preso si riconciliano con quelle che avremmo potuto prendere e gli cedono senso».
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








