I sette messaggeri è una splendida raccolta di 19 racconti di Dino Buzzati pubblicata nel 1942, ora edita da Mondadori. La mia edizione contiene una prefazione molto interessante di Fausto Gianfranceschi che consente di conoscerlo e comprenderlo abbastanza bene.

Buzzati nasce nel 1906 a Belluno e muore prematuramente nel 1972. Oltre che narratore e giornalista fedelissimo de Il Corriere della Sera, coltivò una grande passione per la montagna, per l’alpinismo e per la pittura.
Il suo scritto più famoso è Il deserto dei Tartari dal quale venne tratto un bellissimo film di Valerio Zurlini. I testi successivi contribuirono a confermare il suo talento, anche se la sua proverbiale riservatezza e il suo rifiuto di appartenere a qualsiasi gruppo e corrente lo ha tenuto lontano dal mondo della notorietà e del successo.
Mi ha molto colpito questa riflessione contenuta nella prefazione: «Buzzati ha composto i suoi libri nel momento forse più ideologizzato della storia della cultura italiana. Eppure di questo condizionamento non si trova alcuna traccia nelle sue pagine (…). Il fondamento antropologico della sua opera è il senso drammatico della responsabilità della persona, la percezione costante del bene e del male non storicizzati e non storicizzabili, l’attesa della remunerazione o del castigo: l’opposto dei grandi miti della modernità». Da qui la grande difficoltà di studiosi e critici di “classificarlo”.
Buzzati ha spesso preferito il racconto al romanzo, aiutandoci a restituire dignità e valore a questa forma letteraria spesso erroneamente considerata minore.
Il primo racconto, I sette messaggeri dà il titolo alla raccolta. Il protagonista, poco più che trentenne, parte per esplorare il regno del padre immaginando di impiegarci qualche settimana. In realtà, quando inizia a scrivere è in viaggio già da più di otto anni e mezzo, ed inizia a dubitare che il confine del regno non esista.
Per non perdere i contatti con i suoi cari rimasti in città, era partito con sette dei suoi migliori cavalieri, ed aveva subito iniziato a mandarli uno ad uno sulla via del ritorno per poi farsi raggiungere mentre lui si allontanava sempre più da casa. L’intervallo temporale tra lui e i messaggeri diventava così sempre più lungo: «la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia».
Più il protagonista si allontana più si allunga il percorso del messaggero di ritorno, fino a calcolare che l’ultimo riuscirà a raggiungerlo dopo così tanti anni che il principe sarà probabilmente morto. Rifletterà su questo con Domenico, l’ultimo dei messaggeri fino a decidere di farsi precedere per sapere cosa lo attende.
Il legame con la sua città di origine si affievolisce sempre di più, e lo spazio diventa tempo. Il racconto si fa man mano metafisico, surreale, onirico. Si respira un’atmosfera di triste smarrimento, ma alla nostalgia della casa natia ormai troppo lontana per pensare di farvi ritorno, si sostituisce l’impazienza di conoscere terre nuove.
La durata narrativa è minore della durata reale. Nelle prime pagine le parole che esprimono il concetto del tempo sono molto frequenti. Poi i riferimenti spazio temporali si riducono sempre di più.
Il tempo sfugge al controllo del principe e del lettore, un po’ come ne ll deserto dei tartari in cui il tempo è misurato esclusivamente dall’attesa di qualcosa di straordinario che non si verificherà mai. Anche lo spazio si rarefà, e gli incontri con altre persone che avvengono durante il viaggio sono sempre meno nominati fino a diventare appena accennati.
Il concetto rassicurante del confine e della limitatezza scompaiono, al punto che lo stesso protagonista ne dubiterà. O meglio, penserà ad un certo punto, che “non esiste frontiera, almeno nel senso che siamo abituati a pensare (…) Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure e continuerò ad andare avanti ignaro”.
Il racconto Sette piani, un po’ gli somiglia. Un uomo si reca in un sanatorio per una leggerissima indisposizione e viene ricoverato. Apprende subito che i malati sono distribuiti nei piani secondo la gravità; man mano che si procede verso il basso si perdono le speranze di guarigione.
Attraverso una serie di scuse e pretesti assolutamente insignificanti e puramente pragmatici, il nostro personaggio viene trasferito di piano in piano fino al primo, quello che accoglie i malati terminali.
Come ne I sette messaggeri, lo spazio si fa tempo e viceversa, e un’angoscia crescente in parte grottesca e in parte drammatica trascina il lettore in un punto di non ritorno irrazionale ed inspiegabile.
I due racconti incarnano la metafora della vita, dove si viene spogliati di ogni certezza spostando il racconto in una dimensione senza riferimenti o con altri, diversi da quelli usuali; la prospettiva della fine restituisce e toglie contemporaneamente senso all’esistenza. In tutti e due i racconti il personaggio subisce delle regole esterne, per lui incomprensibili, alle quali deve soccombere, come fossero un destino al quale non si può sfuggire.
L’assalto al gran convoglio è un coraggioso omaggio ad un brigante, Planetta, che pure nel suo essere un violento fuorilegge esprime un’ etica del comportamento battendosi con coraggio senza mai assoggettarsi a regole che ritiene ingiuste.
Fausto Gianfranceschi nella prefazione sostiene che L’uccisione del drago è il racconto centrale della raccolta. È sicuramente quello più simbolico. Ha, stranamente per Buzzati, una data certa, definita.
Rimane in bilico tra il racconto fantastico, leggendario, e il concreto cinismo dell’uomo contemporaneo, che esercita tutta la sua arrogante presunzione di superiorità uccidendo l’ultimo esemplare di un essere inerme che cercava di proteggere i suoi piccoli. Il drago, quasi da subito più spaventato che spaventoso, suscita nel lettore un sentimento di pietà e solidarietà. Si limiterà ad emettere fumo dai suoi fianchi, ma il suo sacrificio suonerà come un sacrilegio e avrà gli effetti di una maledizione per l’umanità.
Anche in questo racconto l’essere umano si scopre incapace di accettare l’ignoto, il diverso, rappresentato qui da un drago, simbolo di un passato arcaico che sfugge al nostro controllo esattamente come ci sfugge il futuro de I sette piani o de I sette messaggeri.
In questa angoscia esistenziale, l’uomo inesorabilmente rompe degli equilibri, commette degli errori, sempre gli stessi, sottolineando la sua condizione di limitatezza spazio temporale
Questi elementi surreali e grotteschi sono presenti in tutte le opere di Buzzati. Le accomuna l’attesa, il passare del tempo reale e simbolico, il pensiero della fine, la curiosità e la paura per quello che non conosciamo dentro e fuori di noi.
È un modo estremamente originale di affrontare i temi che affliggono l’uomo da sempre, a volte ridicolizzandolo un po’ ma sempre senza giudizio, con garbata ironia e profonda tenerezza. Un aiuto a guardarci “dal di fuori di noi” con severità ed indulgenza al tempo stesso.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.








