Alcune storielle del signor Veneranda di Carlo Manzoni erano sul mio libro di lettura delle elementari. Le trovavo divertentissime, e presto lui divenne per me il prototipo della persona attaccabrighe, pignola, un po’ pedante. Da un punto di vista razionale aveva sempre ragione, la sua logica era infallibile, era impossibile dargli torto.
Nella mia famiglia lo citavamo spesso e quando mio padre compì 80 anni glielo regalammo a scopo provocatorio, per sottolineare alcuni suoi aspetti caratteriali.
Lo rilessi insieme a lui, e lo trovai ancora più esilarante di come lo ricordavo.
La mia edizione de Il Signor Veneranda (BUR 1984) ha una magnifica prefazione di Oreste del Buono che racconta la storia del Bertoldo, una rivista periodica milanese di satira pubblicata dal 1936 al 1943 dalla Rizzoli sulla falsa riga della testata romana del Marc’Aurelio.
Il progetto era del grande Cesare Zavattini, sceneggiatore del neorealismo, giornalista, scrittore, e anche di Mosca, Metz e Guareschi.

Carlo Manzoni era un disegnatore, fumettista, scrittore. All’epoca lavorava presso uno studio di architettura che però chiuse e così, senza mai rinunciare a dipingere, scriveva e declamava poesie futuriste a fianco del più conosciuto Marinetti.
Era fortemente attratto dall’umorismo del Marc’Aurelio, e aveva anche un grandissimo bisogno di lavorare. Fu così che si recò a in Piazza Carlo Erba a Milano, dove c’era la sede della Rizzoli e provò a sottoporre i suoi primi lavori a Zavattini.
Oreste Del Buono nella sua prefazione elogia moltissimo l’atmosfera della casa editrice Rizzoli; insieme alla Mondadori, era nel suo periodo d’oro. Ambedue avevano rivoluzionato l’editoria con più spregiudicatezza e audacia dei suoi predecessori.
I collaboratori erano principalmente degli autodidatti animati dall’urgenza di istruire ed educare i lettori all’ironia e alla satira e le due case editrici milanesi si contendevano gli autori.
Il primo numero del Bertoldo uscì il 14 luglio del 1936. La redazione, come Del Buono racconta, era un vivacissimo terreno di scontro e confronto; ognuno conservava il proprio carattere, e «i vari caratteri convergevano nel fare un giornale di carattere (…) Il miracolo della riuscita di un giornale sta sempre lì, nel gioco di squadra, nella redazione che è il primo pubblico».
Il Bertoldo era così interessante soprattutto perché si staccava dai luoghi comuni della retorica fascista prima e da quella antifascista poi. Era una satira più raffinata di quella del Marc’Aurelio. Dice Del Buono che mentre «il Marc’Aurelio era stato un giornale popolare, il Bertoldo ammiccava alla borghesia (…) La borghesia raccolse l’ammiccamento ed entrò voluttuosamente nel gioco allusivo e demistificatorio».
Il giornale si evolve e con lui Manzoni , fino ad arrivare alla creazione del personaggio di Veneranda, «una creazione irresistibile ed internazionale, valida per tutte le stagioni».
Manzoni mette in atto un gioco linguistico di “botta-risposta” dove il protagonista è incredibilmente sempre dalla parte della ragione. Una ragione “lessicale” rigida, priva di qualunque elasticità e buon senso. Le sue osservazioni sono manichee, giuste ma inopportune, eccessive, e in questo modo sottolineano il limite del prendere le cose alla lettera separandole completamente dal contesto.
È un gioco dell’assurdo dove le parole sembra che si svuotino di contenuto, di significato, scollegate dal senso della parola precedente e da quella successiva. Il signor Veneranda si esaspera ed esaspera, lasciando l’interlocutore di stucco, incapace di controbattere, senza poter fare a meno di costatare la stranezza della situazione.
Questi racconti grazie alla loro brevità e alla struttura narrativa si sono prestati facilmente a diventare degli sketch pubblicitari interpretati da Macario negli anni ’60, o degli spunti in alcuni film di Totò, altro grande maestro del paradosso, come ad esempio nella scena Totò e l’onorevole.
Un esempio: Il signor Veneranda passeggia di sera per la città fischiando. Qualcuno si affaccia e chiede se per caso sia senza chiave. Il signor Veneranda ammette di essere senza chiave. L’altro allora si offre di tirargliela perché sa che il portone a quell’ora è chiuso e dà per scontato che lui fischiasse per farsi aprire. Ma il signor Veneranda non abita lì e non capisce per quale motivo fischiare sia il requisito per abitare in quel palazzo.
Il signore che si affaccia dal terzo piano in realtà ha “formalmente” torto. Avrebbe dovuto domandare al signor Veneranda se voleva entrare. Invece gli chiede solo se è senza chiave, domanda alla quale Veneranda deve necessariamente rispondere di sì.
Da questo equivoco, si snoda un dialogo dove assurdità e paradosso si supportano l’uno con l’altro. Solo dopo il battibecco esasperante e attraverso l’intervento di una terza persona, il signore alla finestra riesce a fare la domanda giusta, e cioè: «deve entrare?», ma il meccanismo del non senso si è messo in moto e alla fine di ognuno di questi brevi raccontini è sempre lui, il protagonista, ad andarsene seccato brontolando e commentando con frasi tipo “che razza di gente!” , “ma guarda che tipo!” oppure “ma questo è un manicomio!”
Purtroppo ho appreso che “il signor Veneranda” è oggi un libro difficilissimo da trovare. Non viene ristampato da molti anni nonostante le innumerevoli richieste e le sollecitazioni di chi lo cerca. Nella speranza che questo accada, mi permetto di segnalare un sito, ma ce ne sono molti altri, che darà la possibilità a chi lo ricorda o a chi non lo conosce di apprezzarne l’elegante ironia.
Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.









7 risposte
Salve, ricorda il nome del libro di lettura? Era anche il mio, e lo stavo cercando disperatamente proprio per Veneranda. Grazie!
Purtroppo no…il libro è introvabile anche se ho saputo che le richieste di ristampa sono numerose. Se clicca sulla parola “sito” sottolineata all’interno del mio scritto può trovare diversi aneddoti del signor Veneranda. Se avrò altri elementi la informerò! Grazie a lei.
Anch’io che sono nato nel ’60 avevo alle scuole elementari il libro con un paio di episodi del sig. Veneranda. Uno e’ proprio quello della chiave. L’altro e: quello dove finisce a piedi al casello autostradale. Mi piacerebbe ritrovare quel libro, abbecedario delle elementari ma anche i racconti del sig. Veneranda.. Grazie comunque del bel ricordo.
Si Andrea, è davvero un ricordo intelligente e divertente… che ironia!! Purtroppo il libro continua ad essere introvabile. Però ti risegnalo il blog dove qualche storiella si trova. Speriamo anche in qualche bancarella dell’usato o forse nelle biblioteche comunali. Grazie del commento.
https://habanera-nonblog.blogspot.com/2007/08/il-signor-veneranda.html?m=1
Il libro di lettura era per caso “Leggere per capire” di Eynard/De Bonis/Patrignani (della SEI)? Copertina verde? Il volume 4 aveva 3-4 storie del Signor Veneranda
Mi spiace, non ricordo. Io ho la vecchia edizione che può vedere sulla foto, ma purtroppo è introvabile. Sul sito che menziono nel commento precedente può trovare il link del blog nel quale ci sono parecchie storielle. Per il resto…speriamo che lo ristampino!!!
Rita Baghini
Il signor Veneranda l’ho comprato oggi, anche se ne avevo già una copia. Ma cerco il mio libro di prima elementare dal titolo “Volto amico” (anno scolastico 1972-73)