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Sulla traccia di Nives. La montagna e la vita secondo Erri De Luca

Il libro di Erri De Luca Sulla traccia di Nives, edito da Mondadori, ristampato nel 2010, è un fitto scambio di riflessioni, pensieri, tra lo scrittore e Nives Meroi, tra le pochissime alpiniste donne al mondo ad avere scalato  i quattordici 8000 della terra, tutti con il suo compagno di vita Romano Benet.

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La passione per la montagna  unisce Erri e Nives, e la montagna diventa in questo libro un magnifico pretesto per parlare di tutto: cosa succede nella testa di chi per giorni e giorni affronta il freddo, la paura, la mancanza di ossigeno, la solitudine,  l’emozione di essere a quelle altitudini e soprattutto le relazioni con i pochissimi compagni di avventura.

La montagna come metafora della vita, delle difficoltà, dei successi e delle perdite. Il loro dialogo si svolge dentro una tenda in un  campo base himalayano. Ne emergono due persone molto diverse tra loro che però si comprendono molto bene. Lui è più “spirituale”, lei più concreta.

Nives ha un’etica rigidissima: non sale con le bombole e non usa portatori. Dice : «Il nostro mondo poggia sulle spalle dell’altro (…). Spalle di sconosciuti reggono il nostro peso, obeso in sproporzione di ricchezze (…). Reggono il nostro peso al prezzo di 300 nepali-rupie al giorno, meno di 4 euro. Le gerle pesano anche 40 kg.»

Per fortuna nelle ultime spedizioni il portatore non è stato più un “facchino specializzato”. Sono considerati alpinisti eccellenti, ormai tutti lo sappiamo, spesso non abbastanza gratificati. Nelle tragedie che capitano in montagna ho sentito nei notiziari elencare i nomi, i cognomi e la nazionalità degli alpinisti dispersi e poi genericamente uno o due portatori senza menzionarne il nome.

Nives lo ricorda: nella spedizione sull’Everest del 1953 ci fu una lunga polemica. L’alpinista Hillary e il portatore nepalese Tanzing salirono insieme sull’Everest: quale dei due arrivò per primo fu oggetto di una lunga e dolorosa polemica.

Tenzing poco tempo dopo testimoniò di essere arrivato per secondo, in quanto nell’alternanza che si erano imposti nella salita, nell’ultimo tratto era Hillary ad avere la precedenza. Dichiarò soprattutto di non sentirsi affatto sminuito per questo.

Nives si chiede se in montagna i valori di pianura siano rovesciati. L’amicizia si rafforza, ma si inasprisce. La montagna funziona come un amplificatore: «la generosità è stupefacente, l’egoismo più meschino».

Le considerazioni sono tante. Erri e Nives si raccontano l’un l’altro e si fanno domande reciproche, sul vento in alta quota “padrone del tempo”, sulla discesa, sulla cima che è come una promessa mantenuta per un bambino, sul raccontare, “privilegio  di chi è potuto scendere”, sui rumori.

I rumori soprattutto sono diversi; nel maggio del 1999 Erri si trovava a Belgrado, voleva essere dalla parte del bersaglio, forse per “espiare” l’attacco partito da aeroporti italiani nell’ennesima guerra ingiusta. «La terra chiedeva al cielo di chiudersi a catenaccio e non far piovere niente (…). In montagna la terra si spalanca alla pioggia, alla grandine, alla neve. In montagna la distruzione è pulita, casuale, non c’è volontà di ferire e addolorare.»

Erri anche è un ottimo alpinista, ma viene da un altro mondo. È nato a Napoli, e conosce soprattutto “i venti che increspano il mare”.  Il suo mondo è stato soprattutto la politica. Ha lavorato in fabbrica, ha fatto del volontariato in Africa, ha studiato lingue antiche ed è un ottimo conoscitore e traduttore di sacre scritture.

Spiegandosi e aprendosi a lei, afferma che la scrittura sacra è alpinistica; la divinità scende, l’uomo sale. La montagna è il luogo dell’incontro. Il discorso delle beatitudini del vangelo è su un’altura, e così molti monti sono  teatro di miracoli e discorsi. La montagna è il luogo simbolico per eccellenza.

Nives si mette in gioco scalando, e con infinita onestà e trasparenza racconta di mettere in questo modo in gioco anche il suo rapporto di coppia con Romano. «Siamo un laboratorio dell’amore ad alta quota (…) È un amore di mosse condivise, di parole scarse, come erano gli amori di una volta».

Nives parla spesso di quella sensazione che nel nostro piccolo tutti abbiamo avuto ogni volta che abbiamo fatto una cosa rischiosa o soltanto faticosa: la bellezza la cogli al ritorno, e ancor più nel ricordo. La cima è una visita brevissima, è pericoloso fermarsi a contemplare, devi scendere subito, quando il corpo è ancora caldo della salita. Se aspetti ti scarichi, la tentazione di dormire, di riposare è mortale.

Andare in montagna è un grandissimo esercizio di volontà e di umiltà. Se ti sopravvaluti sei finito. È un’arte la rinuncia: capire che non ce la fai brucia, ma è un atto indispensabile per sopravvivere. Lo sforzo che richiede la rinuncia è lo stesso che serve per arrivare in cima.

Lassù la bellezza è nascosta ovunque. Per un prigioniero è il pensiero più importante, dà fibra alla resistenza, lo aiuta a sopportare la pena. Vale per Erri che dice: “la mia generazione è stata la più incarcerata di tutte per motivi politici”. Vale per Nives che mentre sale o scende con fatica non può non notare la bellezza di quelle solitudini inviolate. Nives sa benissimo perché è lì.

Erri invece si sente fuori posto, quello che sa in pianura lassù lo sente nullo. Scalare ha il valore di non servire a niente, è qualcosa che non risponde a nessuna legge dell’economia e del tornaconto, supera il bisogno di essere utile.

Lassù avvengono miracoli, e la maggior parte avvengono a nostra insaputa. Si torna a stupirsi.

Non è irrilevante che Nives sia una donna, il suo record ha stabilito una cesura tra un prima e un dopo: la prima donna ad avere scalato tutti gli ottomila senza ossigeno né portatori. Ma non scala in nome delle donne, ci tiene a precisarlo.

Scala per la sua fame di montagna: in cima «io sono la montagna (…) sono madre natura che visita l’ultimo gradino sotto il cielo (…) Per i maschi una cima è un desiderio esaudito, per me è il punto di congiunzione con tutto il femminile di natura.  Lassù non esulto, arrivo all’ultimo punto di una cucitura, quando dai un morso al filo dopo il nodo e lo spezzi. Lassù termino un rammendo».

Quando si racconta Erri appare appesantito da tanti ricordi: la morte prematura del padre, la politica e gli anni difficili del terrorismo. «Non puoi salire così», gli raccomanda Nives. La montagna pretende tutto, guai se si hanno altri pensieri, ti spezzano il fiato e le gambe. «Questo è un posto insaziabile, vuole tutto e spesso neanche basta».

Erri conclude con una ennesima domanda questa specie di confessione-intervista. Nives e Romano sono arrivati su una cima ad ottomilacento metri. Una volta sopra si sono accorti che c’era un’altra cima di poco superiore ma quasi impossibile da raggiungere. Molti alpinisti avrebbero dichiarato di esserci arrivati. Loro sono scesi e hanno subito dichiarato di averla mancata.

Erri le chiede se hanno avuto la tentazione di dare quella cima per raggiunta. Nives risponde decisa: «no». Con questo “no” il libro si conclude seccamente. In quella negazione ci sono tutte le risposte e le affermazioni che il lettore man mano spera di trovare: non si va in montagna per iscrivere quella cima nel proprio curriculum; o meglio, si può anche fare, ma  questo libro non parla di questo.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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