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PeramareNapoli. Renato Nicolini e la città viva di progetti

di Rita Baghino

Dopo avere letto e avervi parlato del libro sull’esperienza romana di Renato Nicolini La gioiosa anomalia di Marco Testoni ed. Efesto 2022, un’amica mi ha prestato un libro meraviglioso, stavolta scritto da Nicolini stesso, dal titolo PeramareNapoli, edizione Clean, del 2011.

Il libro raccoglie  21  racconti e testimonianze dell’esperienza vissuta da lui dal 1994 al 1997 come assessore all’identità presso la giunta Bassolino a Napoli.

Napoli gli manca, è evidente, ed è una mancanza che come dice nel primo capitolo «non è una questione personale, che si possa risolvere tornandoci a vivere».  Napoli è la città con cui nasce per lui ma non solo per lui, l’idea di una città moderna, dove si convive con persone «che non ti assomigliano, che sono diverse da te, che possono anche diventare pericolose» ma che costituiscono una ricchezza enorme. «Nessuna identità può definirsi, tanto meno crescere, rispecchiandosi all’infinito su se stessa».

immagine per Peramare Napoli. Renato Nicolini e la città viva di progetti

Renato Nicolini prende in prestito una definizione di Walter Benjamin di “città porosa”, che accoglie, assorbe ogni cultura e ogni differenza perché non ha la presunzione di bastarsi, ma si mette continuamente in relazione con la storia, con il paesaggio, con l’identità dei suoi abitanti e si proietta nel futuro.

«Nessuna situazione, per come essa appare, è pensata una volta per sempre. Nessuna figura reclama il suo “così” e non altrimenti», afferma il filosofo  Benjamin nel suo  libro scritto nel 1924 a 4 mani con Asja Lacis durante uno dei suoi numerosi viaggi a Napoli.

Se questa proiezione nel futuro viene meno – aggiunge Nicolini – Napoli decade. A questa chiusura dei confini  non si rassegna, e rievoca la polis come luogo di sperimentazione dei conflitti interpretandoli e gestendoli prima che divengano distruttivi. Napoli vista come «scena fissa del teatro del mondo» potrebbe essere la soluzione.

Per lui Napoli ha rappresentato la possibilità imperdibile di unire le sue tre passioni: la politica, l’architettura e il teatro, ed è per questo che accetta l’incarico propostogli dalla giunta Bassolino trasferendosi da Roma, ed è da questo che nasce l’idea di questo piccolo grande libro.

Già nelle prime pagine confessa che Napoli fu terapeutica per lui dopo la grande delusione del Partito Democratico di candidare come sindaco di Roma Francesco Rutelli invece di lui.

Napoli si rivela subito complicata, difficile, ma proprio per questo stimola il senso del progetto. Contemporaneamente  alle speranze e all’impegno di Nicolini, Renato Brunetta afferma: «Napoli è un cancro», attribuendole la responsabilità eccessiva insieme a Caserta e alla Calabria di contribuire a non rendere l’Italia il primo paese d’Europa.

La bellezza di Napoli non si coglie se si ha paura dell’immaginazione e del desiderio, o come dice il titolo di un’intervista ad Hugo Pratt Il desiderio di essere inutile.

Ognuno di questi 21 scritti è accompagnato da una foto di artisti diversi, tutte davvero molto belle. L’amore per questa città è palpabile, evidente. Non risparmia le critiche alla giunta, soprattutto ad alcuni sperperi degli anni successivi, ma lo fa con garbo, quasi con la rassegnazione di chi sa quanto sia difficile per gli uomini non assoggettarsi nel tempo alle logiche del potere e del consenso.

Sono tanti i riferimenti storici. Napoli era una delle città del gran tour,  venne visitata da Gogol, Ibsen, Melville, Henry James, De Sade. Alcuni di loro vi hanno soggiornato a lungo. Non erano turisti, ma “visitatori”. Osservavano profondamente, mescolando i monumenti alle persone che vi vivevano attorno, alle tradizioni religiose, pagane, culinarie, alla cultura, alle abitudini, alle feste.

Uno dei capitoli è dedicato al teatro Trianon di Forcella che ebbe qualche anno di felicissima gestione con il cantautore Nino D’Angelo, poi liquidato malamente per mancanza di fondi. Renato insiste sempre su questo argomento. lo diceva a Roma e a maggior ragione lo ribadisce a Napoli: solo con la cultura e l’apertura all’innovazione si possono combattere le differenze sociali e il degrado.

Le città  devono essere  restituite a chi le abita, dal centro alle periferie, usando la creatività, l’energia gratuita  e rinnovabile più di ogni altra.

Tante idee ed iniziative delle  quali ci parla in questo libro non sono andate a buon fine, altre sono state realizzate una sola volta e non ripetute, probabilmente per i soliti labirinti burocratici.

In questa sua instancabile progettualità spesso si rivolge ad un ipotetico nuovo sindaco, cercando di comunicargli le sue intuizioni per una città che ama e che pensa potrebbe essere meglio di quella che conosciamo.

Immagina un ascensore che colleghi piazza Dante al quartiere dell’arte dell’urbanista Peppe Morra, e aiuti a creare un collegamento tra gli artisti e gli artigiani, i librai, i caffè, i teatri. Etica ed estetica che  fondono le caratteristiche popolari di Napoli come Pulcinella, la pizza, i presepi, le sfogliatelle, con Boccaccio, Caravaggio, gli architetti Arata, Cosenza, Vaccaro, Canino.

L’elenco continua, e non è un semplice elenco. Ogni idea è supportata da idee concrete di realizzazione oltre che da ideali di pluralismo, condivisione, arte, cultura, e per ogni idea ci sono nomi, tantissimi, ai quali si sarebbe potuta affidare la loro messa in atto.

Un capitolo è dedicato al MADRE, il museo di arte contemporanea aperto nel 2005 nel palazzo della Fondazione Donnaregina, unico museo in Europa ad avere rischiato che gli staccassero la corrente elettrica. Un museo che  avrebbe bisogno di essere valorizzato di più attraverso interventi pubblici che si propongono continuamente, «il centro di un sistema che passa per le nuove stazioni della metropolitana», originali,  bellissime, inaugurate nel 2001.

Col suo modo acutissimo, sempre ironico e paradossale di analizzare i fenomeni, perfino l’immondizia, problema annoso e si direbbe irrisolvibile di Napoli, diventa una sorta di trash art, che trasmette e assorbe qualcosa di creativo dai monumenti.

Le maniere forti dei vari governi per tamponare il problema dei rifiuti non sono riuscite nel loro intento. Occorrerebbe, come per il museo MADRE, come per l’ascensore di piazza Dante, pensare ad una relazione tra arte, idee e vita quotidiana, per riavvicinare tutto quello che si è allontanato.

Paragona la catastrofe della spazzatura a quella del terremoto. Se tutte e due le cose sono ineluttabili, è alle cause che bisogna rivolgersi. Sono indispensabili degli specialisti del territorio, che capiscano prima di giudicare o sanzionare,

Nel “cimitero dei progetti interrotti” come lui lo definisce, c’è anche il PAN, il Palazzo delle Arti contemporanee nelle sue più svariate forme;  un luogo difficile da definire, ibrido, dalla connotazione incerta, con lavori interrotti per lungo tempo ma poi per fortuna completato nel 2005.

E poi Piedigrotta, Innamorarsi a Napoli, l’auditorium della Rai a Bagnoli che sarebbe potuto diventare “un terzo polo televisivo” dopo Roma e Milano, la manifestazione L’autunno dell’architettura, un Museo della canzone napoletana , un festival del teatro, perché Napoli ha avuto ed ha un ruolo centrale nella canzone e nel teatro italiano e dialettale.

La lista continua: luoghi che hanno, hanno avuto, avrebbero, delle grandi potenzialità, affossate dalle contorsioni della burocrazia ma anche dalla paura del nuovo, della sperimentazione, della creatività.

Vale per il Museo Aperto e il Maggio dei Monumenti, progetti che rendevano possibile visitare fuori dall’orario canonico chiese e monumenti grazie al supporto di persone impegnate nei lavori socialmente utili .

Doveva essere un museo diffuso su tutto il territorio della città, dove  non sarebbe stato necessario avere servizi e costi aggiuntivi come bar, ristoranti e bookshop: erano già presenti nelle strade limitrofe, perché la strada, la piazza è il vero teatro delle città, che si nutre di relazioni, di incontri, di festa, come nell’affresco senese di Lorenzetti dove il Buon Governo è rappresentato dalla  gente che balla per la strada.

Il Museo Aperto si poteva collegare con il progetto “la scuola adotta un monumento” per sentire i ragazzi delle scuole di periferia illustrare il patrimonio artistico della città che sarebbe divenuto così il “loro” patrimonio .

Quando questo si è reso possibile, i ragazzi si sono preparati, hanno studiato con passione l’intervento da fare senza assumere mai quella prosopopea e saccenza che non gli appartiene.

Ho trovato interessantissima la riflessione critica che fa Nicolini sull’esigenza che abbiamo sempre di riempire ogni vuoto.

Non bisogna avere paura di lasciare qualche spazio  nel calendario delle iniziative, delle manifestazioni, degli eventi di ogni tipo, o si rischia di non trovare una collocazione per l’imprevisto e per il dibattito.

Mi fa pensare molto alla modalità ormai diffusa con la quale vengono condotti la maggior parte dei “talk show” dove l’intervistatore non lascia tempo all’ospite incalzandolo e anticipandolo continuamente senza riuscire a modulare la domanda successiva sulla risposta precedente. Cosa è se non una manifestazione di quell’horror vacui sintomatico dell’incapacità di gestire l’imprevedibilità della creatività e della fantasia?

Napoli dovrebbe recuperare l’orgoglio della propria storia. È piena di meraviglie. Con gli scavi di Ercolano e Pompei è nata l’archeologia, e con lei tecnici competenti.

Concludo con un’affermazione di Nicolini, che riassume perfettamente il suo indimenticabile impegno a Roma come  a Napoli: «Smettiamo di inseguire il sogno del manager, esperto di tutto perché esperto di nulla. Il manager riduce la particolarità di un luogo, il suo fascino, il suo incanto al denaro. Assolutamente refrattario all’immaginazione”.

immagine per Rita Baghino
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Non sono una giornalista né, tanto meno, una scrittrice. Sono una fisioterapista in pensione con la grande passione della lettura che mi guida da quando ero bambina.
L’idea di questa rubrica nasce dal mio desiderio di condividere. Se un libro mi piace o mi colpisce particolarmente, cerco di raccontarlo affinché anche gli altri possano provare le mie stesse emozioni. Non amo, invece, parlare dei libri che non mi sono piaciuti. Preferisco pensare che non sono nelle mie corde, o che li ho letti nel momento sbagliato.

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